· Città del Vaticano ·

Il Papa alla Via crucis in piazza San Pietro scandita dalle meditazioni scritte in un carcere

Abbracciato alle croci del mondo

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11 aprile 2020

Giuseppe pensava fosse più pesante quella croce. Quando alla dodicesima stazione — proprio davanti al crocifisso di San Marcello al Corso — la riceve da Maria Grazia Grassi, commissario della Polizia penitenziaria, tira un sospiro di sollievo e non per timore di far fatica: «In fondo è così anche nella vita, persino la croce più pesante sembra sempre più dolorosa di quanto realmente è» pensa tra sé. E di sofferenze Giuseppe Ledda se ne intende: al dolore dai del “tu” dopo 43 anni di servizio come infermiere nella Città del Vaticano.

Le sue mani, esperte nel far star meglio chi soffre, impugnano la croce in questa sera del 10 aprile, Venerdì santo del 2020. Giuseppe non ha bisogno di parole, come ogni uomo avvezzo al “fare”, per comunicare che stasera le sofferenze di tutte le donne e di tutti gli uomini che ha servito si riversano, attraverso le sue mani, in quel legno da portare per due stazioni della Via crucis.

Siamo già alla tredicesima, sulla scalinata detta “il ventaglio” che dai sampietrini della piazza porta su, al marmo del sagrato. Giuseppe incrocia per un attimo lo sguardo del cerimoniere pontificio che ha accanto e poi va. Va a portare a termine questa Via crucis straordinaria in cui riconosce il senso stesso dei suoi 43 anni con il camice da infermiere. Lo fa a nome di tutti i suoi colleghi, ovunque stiano lavorando.

Giuseppe consegna la croce nelle mani di Francesco. E non è un gesto semplicemente simbolico per uno che di Papi ne ha serviti cinque. Da quattro anni lavorava come infermiere in Vaticano quando, il 13 maggio 1981, su questa stessa piazza, spararono a Giovanni Paolo II. Giuseppe non dimentica Papa Wojtyła riverso a terra, all’ingresso degli ambulatori, con la veste bianca colorata di rosso.

Consegnare la croce a Francesco è il gesto che racconta una vita. Il Papa lo sa. Aggancia gli occhi di Giuseppe e afferra la croce. Sa Francesco che in quella croce, che ha visto passare sulla piazza di mano in mano tra donne e uomini “frontalieri” nel servizio delle Beatitudini evangeliche — «ero malato, ero in carcere...» — c’è tanto dolore. C’è paura. C’è vergogna. C’è solitudine. Ma c’è anche speranza. Perdono. Riscatto.

Subito il Papa ha appoggiato la sua fronte su quel legno. Un gesto naturale di preghiera. Di condivisione. Senza dire una parola. Nessun discorso. Giuseppe ha chinato il capo quando ha visto Francesco quasi tutt’uno con quel legno. Ha capito che davvero il suo servizio, e il servizio di chi sceglie la professione di dar tutto per gli altri, trova il senso più alto nella Via crucis. Perché quando tutto sembra davvero perduto, e la morte aver preso il sopravvento, riconosci che Dio ha messo un limite al buio: tre giorni e poi viene Pasqua.

In un’ora e mezzo Giuseppe ripercorre la propria vita, il suo servizio, riabbraccia tutti i malati che ha incontrato, uno per uno. E questo proprio a piazza San Pietro, attraversata ogni giorno per 43 anni. Certo, stasera è un’altra cosa: un’immagine straordinariamente inedita persino per una piazza che sa come si fa la storia. Alle 21 in punto Giuseppe è lì, sotto l’obelisco, immerso in un silenzio rotto solo dal lieve rumore dell’acqua delle due fontane e dall’irrompere dei suoi stessi pensieri, tra ricordi e preghiera.

Sa di non essere solo. A piazza San Pietro non si è mai soli, neppure quando è vuota come stasera. Accanto a lui ci sono i colleghi della Direzione di Sanità e Igiene del Governatorato dello Stato della Città del Vaticano. C’è Maurizio Barigelli, giovane aiuto infermiere, che porta la croce all’ottava e alla nona stazione. C’è Nadia Zapponi, tecnico del laboratorio delle analisi cliniche: a lei il compito di portare la fiaccola accanto alla croce. I camici bianchi Giuseppe li conosce bene e stasera è contento di averne due a fianco, anche perché ne riconosce il coraggio: in questi giorni Esmeralda Capristo (porta la croce alla quarta e quinta stazione) e Maurizio Soave (addetto alla fiaccola) sono due medici in primissima linea tra i malati di coronavirus al policlinico Gemelli.

Voltando lo sguardo a destra Giuseppe vede i suoi compagni di Via crucis: sono i cinque rappresentanti della comunità del carcere “Due Palazzi” di Padova. Ci sono don Marco Pozza, cappellano dal 2011, e Tatiana Mario, giornalista e volontaria: sono stati loro a raccogliere i testi delle meditazioni per questo Venerdì santo. Don Marco porta la croce nelle prime tre stazioni mentre Tatiana è addetta alla fiaccola. Come Michele Montagnoli, ex detenuto che confida parole di pentimento e di rinascita. E lo fa avendo accanto il direttore del carcere, Claudio Mazzeo, che porta la croce alla sesta e alla settima stazione. Del commissario Maria Grazia Grassi si è già detto: porta la croce alla decima e all’undicesima stazione e la passa proprio a Giuseppe.

Il percorso della Via crucis, tracciato con un “fiume” di fiammelle, parte dall’obelisco. E vi gira attorno per le prime 8 stazioni. È come se le braccia del colonnato, aperte per accogliere tutti, s’intrecciassero stasera con le braccia della croce. Giuseppe pensa che in fondo è sempre stato così nel suo lavoro. Guarda la croce, guarda i suoi compagni di viaggio, guarda verso il Papa — là sul sagrato — e chiudendo gli occhi guarda le persone che soffrono. È un infermiere, gli viene naturale. Per farlo però guarda anche dentro se stesso: l’esperienza scarna — la più difficile — che ogni Via crucis propone.

Ci sono 4 stazioni tra l’obelisco e l’inizio del scalinata del “ventaglio”. Il punto focale è ora il crocifisso di San Marcello, lì proprio sotto il “ventaglio”. E più sopra, sul sagrato, c’è il Papa. All’appuntamento con la croce Giuseppe arriva carico della condivisione delle meditazioni. È un infermiere, sa ascoltare.

Le riflessioni raccontano l’esperienza della cappellania della casa di reclusione “Due Palazzi” di Padova: un gruppo di persone ha meditato sulla Passione di Gesù rendendola attuale nelle loro esistenze. La vita le ha messe davanti a situazioni forti e stasera le presentano nella Via crucis senza chiedere sconti: cinque detenuti, una famiglia vittima per un reato di omicidio, la figlia di un uomo condannato alla pena dell’ergastolo, un’educatrice del carcere, un magistrato di sorveglianza, la madre di una persona detenuta, una catechista, un frate volontario, un agente di Polizia penitenziaria e un sacerdote accusato e poi assolto definitivamente dalla giustizia, dopo otto anni di processo ordinario.

I testi sono stati scritti in prima persona, con accenti incisivi. Ma si è scelto di non firmarli: chi ha partecipato a questa meditazione ha voluto prestare la voce a tutti coloro che condividono la stessa condizione. E così la sera del Venerdì santo, al tempo della pandemia, la voce di uno diventa voce di tutti.

Papa Francesco legge le preghiere tra una stazione e l’altra. Parole che sono una mano tesa verso chi ha sbagliato e cerca opportunità di rinascita. Parole che sono un incoraggiamento a chi svolge un servizio per gli altri. «O Dio che non ci lasci nelle tenebre e nell’ombra della morte» prega alla settima stazione. «O Dio, che non abbandoni i tuoi figli nelle prove della vita» incalza all’ottava. «Donaci di perseverare durante la notte oscura della prova» rilancia all’undicesima.

Insomma il vescovo di Roma suggella le meditazioni, vere testimonianze, con la sua benedizione. Ma prima appoggia la fronte sul legno della croce che sofferenze e speranze di tutti raccoglie. Come a dire: nessuno è solo. Soprattutto nella notte del Venerdì santo. Dopo la preghiera del 27 marzo, un altro dirompente messaggio “urbi et orbi”. (giampaolo mattei)