· Città del Vaticano ·

Sopra il trambusto del mondo

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Racconto - La parola dell'anno

25 marzo 2020

Tutte le nostre scritture, dalla Genesi all’Apocalisse, raccontano la fedeltà di Dio all’universo che ha creato


Parola di Dio! Siamo davvero convinti di non aver ascoltato un racconto qualunque, una meditazione pia o una riflessione teologica, ma la Parola? Le grandi religioni si fondano su racconti cosmologici e moralistici. La Bibbia non fa eccezione, almeno formalmente. Ma il narratore non appartiene alle consuete categorie della retorica: non è solo un Dio ma è anche un Dio-Parola. Il disegno eterno e misterioso, per rendersi intellegibile, non ha inviato un profeta. Per sua stessa natura, è Parola. E questa Parola, tradotta in termini di umanità, è al tempo stesso una Scrittura e un’Incarnazione. Il racconto narrativo dell’economia divina è come duplicato dall’Incarnazione della Parola, oppure si tratta della stessa cosa?

In un mondo saturo di parole, questa parola particolare fa fatica a farsi udire. Fa ancora più fatica in quanto rifiuta «l’eccellenza della parola o della sapienza»: «La mia parola e la mia predicazione», scrive Paolo nella prima lettera ai Corinzi, «non si basarono su discorsi persuasivi di sapienza, ma sulla manifestazione dello Spirito e della sua potenza, perché la vostra fede non fosse fondata sulla sapienza umana, ma sulla potenza di Dio» (2, 4-5). Eppure il narratore delle Scritture, all’apparenza obiettivo (al punto da attribuire la Torah a Mosè), è al tempo stesso il racconto, come Cristo è al tempo stesso la via e la vita.

La Bibbia, in tale ottica, non è un testo come gli altri. Nella tradizione rabbinica, non c’è lettera né parola che non sia contenuta nel Nome di Dio. Yohanan ben Zakkai (il Ribaz, un rabbino del i secolo) diceva che trecento leggi, nell’insondabile sapienza dell’Altissimo, sono contenute in un versetto così anodino come Genesi 36, 39: «la moglie si chiamava Meetabel, figlia di Matred, da Me-Zaab».

Se il salmista chiede che i suoi occhi si aprano per contemplare le meraviglie della Torah (cfr. Salmi 119, 18), è perché noi facciamo fatica a discernere questa presenza immanente di Dio nella sua Scrittura, come pure la sua presenza nell’Eucaristia. Sopra il trambusto del mondo si libra lo Spirito di Dio: tutte le nostre scritture, dalla Genesi all’Apocalisse, raccontano un’unica storia, quella della fedeltà di Dio all’universo che Egli ha creato.

La meditazione di Papa Francesco permette di comprendere che noi non siamo spettatori di questa storia. Come il pittore cinese a cui l’imperatore aveva chiesto di disegnare una montagna più bella possibile e che, una volta terminato il disegno, vi entra e scala l’erto pendio, così, quando leggiamo il racconto di Emmaus, siano noi a camminare, con i nostri dubbi e le nostre speranze, accanto a Clèopa e al suo compagno. E l’ignoto si unisce a noi lungo il cammino.

di Jean-Robert Armogathe


Sacerdote cattolico diocesano di Parigi, Jean-Robert Armogathe è storico, teologo, esegeta e accademico specialista del XVII secolo. Co-fondatore della rivista cattolica internazionale «Communio», che presiede, dal 1981 al 2013 Armogathe è stato cappellano dell’École normale supérieure, e fino al 2017 dell’École nationale des chartes. Dal 1992 al 2017 è stato superiore del Bossuet Institute, nel 6° arrondissement di Parigi.