· Città del Vaticano ·

Qualcosa in più della paura per la solitudine e l’abbandono

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28 marzo 2020

Nel 1955 lo scrittore inglese C.S. Lewis, da poco tempo rimasto vedovo per la morte prematura della moglie malata di tumore, scrive all’amico Malcom, gravemente ammalato, una lettera per consolarlo e gli racconta la passione di Gesù, abbandonato da tutti, flagellato e condannato ingiustamente a morte, talmente solo che sulla croce le sue parole rivolte al Padre sono “Dio mio, perché mi hai abbandonato?”. Un modo davvero singolare di consolare.

A Gesù tempo prima era stata rivolta una domanda piena di angoscia, la domanda sulla morte: “Non ti importa che noi moriamo?”. Sono i discepoli che svegliano Gesù che dorme sulla poppa della barca presa dalla tempesta sul lago di Tiberiade. Su questa scena raccontata dal Vangelo di Marco si è soffermato Papa Francesco che ha ripetuto più volte questa domanda nel suo discorso pronunciato ieri pomeriggio in piazza San Pietro. Poi il Papa ha pregato di fronte all’icona della Salus populi Romani e davanti al crocifisso della chiesa di San Marcello trasportato per l’occasione e messo lì in piazza, davanti alla Basilica, sotto la pioggia. Sul volto ligneo la smorfia del dolore, sembra che stia chiedendo: “Non vi importa che io muoio?”. Gesù è morto solo, condannato dal suo popolo, abbandonato dai suoi amici. È morto da solo e per le atroci sofferenze dovute non solo alle ferite ma, innanzitutto, dal soffocamento causato dal fatto di essere appeso alla croce. Un crocifisso muore di asfissia. Ieri quasi mille persone in Italia sono morte per coronavirus, sono morti da soli e per soffocamento, senza respiro. L’aspetto più atroce di questa pandemia sta proprio nella solitudine a cui ci condanna a vivere e soprattutto a morire. Tutto questo spaventa ogni uomo, ma al cristiano, oltre alla paura, dona misteriosamente qualcosa in più. Il cristiano sa che è Gesù che continua a soffrire in questi fratelli e sorelle, come se si stesse compiendo ciò che manca alle sue sofferenze (Colossesi 1,24).

Nel finale di quella lettera a Malcom del 1955 Lewis concludeva: «Sono convinto che quello che tu e io possiamo veramente condividere in questo momento sia soltanto l’oscurità; condividerla fra noi e, ciò che più conta, con il nostro Maestro. Non ci troviamo su un sentiero non ancora battuto, ma anzi sulla strada principale».

Andrea Monda

 

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