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L’amore “stretto”

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23 marzo 2020

Nella bellissima poesia eucaristica Oveja Perdida («Pecorella Smarrita») di Luis de Góngora, uno dei grandi rappresentanti del “Secolo d’Oro” spagnolo, c’è un passaggio che dice: «Che cosa ci darà maggior stupore? / Che sia io a portarti sulle spalle / o che sia tu a portarmi nel tuo petto? / Sono pegni di amor stretto (amor estrecho) / che anche i ciechi veder sanno».

 

Nel mezzo della crisi sanitaria e sociale che ci opprime, il riferimento di Góngora all’amore “stretto” apre una via e offre una chiave per vivere questo tempo di isolamento, separazione e distanza tra noi, andando ancora più a fondo nei nostri rapporti e nel nostro modo di amare e di prenderci cura gli uni degli altri.

Molti scrivono e fanno riferimento in questi giorni alla durezza del silenzio che accompagna questa quarantena sociale e la sofferenza provocata dalle misure di protezione per evitare il contagio. Non possiamo toccare i nostri cari, ancora meno coloro che sono ammalati e più vulnerabili, compresi quelli che lasciano questo mondo… Non possiamo far loro visita, abbracciarli, al massimo parliamo loro da dietro a una mascherina che ci nasconde il volto. Siamo obbligati a passare molto tempo da soli, in silenzio, storditi da notizie che in molti casi rendono più acuto il vuoto, settimane di attesa senza sapere quando tutto questo finirà.

È il tempo dell’amor estrecho di cui parla la poesia, quando ciò che più amiamo può accompagnarci nella forma più profonda in cui l’essere umano può amare: nell’interiorità, nel cuore, attraverso la memoria dell’affetto, nella presenza intima che l’amore crea dentro di noi e fa sì che gli altri, le persone a noi care non solo ci facciano compagnia da fuori, ma addirittura abitino in noi, vivano in noi da dentro. È la grazia della inabitazione. È la gioia della comunione eucaristica.

Dire il nome di coloro che amiamo — e che forse vivono molto vicini, nella nostra stessa città, ma sono già passati diversi giorni senza poter stare con loro; o forse lontani, e questo ci angoscia e ci preoccupa molto, e ne sentiamo la mancanza — ricordare i loro volti, custodire nel cuore la vita con loro, il loro affetto, il profumo, la voce, i gesti, portare dentro di sé la felicità condivisa, lo stupore di averli avuti, di averli tuttora, permetterà che lentamente l’interiorità si riempia della loro presenza viva e così il vuoto, la solitudine, la mancanza, la paura, il silenzio negativo si andranno trasformando, poco a poco, in uno spazio di incontro e di opportunità per l’amore, un amore più autentico e cosciente anche di quello che esprimiamo toccando ed abbracciando.

Ciò che viviamo per fede nella comunione con Dio si estende ai fratelli per mezzo della comunione dei santi. L’uomo è una dimora, una casa in cui molti possono entrare e abitare e porre la loro tenda. Siamo fatti per questa comunione, per essere abitati. È necessario aprire la porta interiore e condurvi dentro, fino al cuore, gli amici e i familiari, le persone che amiamo e che ora non sono raggiungibili dalle nostre mani.

È possibile lasciar entrare anche tutti quelli che sono soli e hanno fame di compagnia e di tenerezza. E forse, mentre sentiamo le notizie o guardiamo la televisione o quando ci affacciamo ogni giorno al balcone, possiamo ricevere la visita di ciascun volto e di ciascuna vita. Convoca tutti, invita tutti a entrare, lascia che la casa si riempia. È il segno della venuta del Regno (cfr. Lc 14, 23).

Vivere la grazia dell’amor estrecho è permettere a coloro che amiamo di essere più intimi a noi di quanto non sia la nostra più intima intimità.

di Carolina Blazquez Casado
Priora del Monasterio de la Conversion, Sotillo de la Adrada, Ávila