· Città del Vaticano ·

Il fiuto dell’aurora

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Il Vangelo della Domenica delle Palme e della Passione del Signore

31 marzo 2020

Nell’ora buia e triste della Passione di Cristo, un unico personaggio svolse bene il suo compito, onorando il motivo per cui era stato creato. Fu così importante da essere menzionato in tutti e quattro i Vangeli. Si tratta di un gallo. Preciso come sempre, orgoglioso di essere il primo a cogliere le cose nuove, vestito del suo piumaggio colorato e solenne, a testa alta, con voce di petto, anche dalle profondità di quella notte il piccolo animale fece sentire il suo canto. Secondo Ambrogio di Milano, il Creatore plasmò il gallo in vista di quella notte, in vista di Pietro. Non deve stupire tanta attenzione, tanta finezza in Dio. Al pescatore di Galilea che si preparava ad abbandonarlo come tutti gli altri, il Signore dà il gallo come segnale, offrendogli lo spunto per il pentimento e aprendo il varco alle lacrime.

Perché proprio un gallo, e non qualcuno o qualcosa più all’altezza del dramma che si andava consumando una volta per tutte in quella notte? Innanzitutto perché quell’animale non teme il buio; l’oscurità non lo blocca, anzi lo risveglia come un’opportunità, quasi che ci fosse qualcosa da scoprire perfino là dove non ci sarebbe nulla da vedere. Perciò si muove a suo agio anche nella notte.

Inoltre, il delicato ministero fu affidato al gallo perché fiuta l’aurora. Nel pieno della notte, mentre regnano le tenebre, lui sente già il profumo del mattino. Per nulla avaro, non tiene per sé la buona notizia, ma la grida a tutti. Anche a Pietro. Ciò che fa piangere il pescatore di Cafarnao è che perfino nella sua notte qualcuno fiuta già l’aurora; addirittura nella sua tristezza sta albeggiando. Perché non se ne accorge?

Che lo Spirito di colui che creò il gallo, lo Spirito di colui che lo inviò a Pietro, susciti uomini e donne che cantano nella notte.

di Giovanni Cesare Pagazzi