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Gli occhi buoni di Steve McQueen

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Ufficio oggetti smarriti - Il passato imprevedibile

27 marzo 2020

«Voglio una vita spericolata, voglio una vita come Steve McQueen» reclamava Vasco Rossi. Giovinezza turbolenta, un carattere difficile, la passione per il rischio e i motori, basta dare uno sguardo alla vita di Steve McQueen per capire che Vasco aveva visto giusto. A quarant’anni dalla sua scomparsa, nella nostra stanzina degli oggetti smarriti vorremmo condividere con voi qualche suggestione su Steve McQueen e segnalarvi una manciata di suoi film. Su tutti, il nostro preferito: I magnifici sette di John Sturges. Ma procediamo per gradi. «C’è qualcosa nei miei occhi da cagnolino affettuoso che fa sì che le persone pensino che io sia buono» diceva Steve McQueen di se stesso. Ambivalenza e contrasto sono stati elementi chiave del suo fascino e della sua carriera. Uno sguardo dolce abbinato a un personaggio duro, spesso sbirro, pistolero o comunque al confine fra legge e illegalità, sono fra i tratti primari dietro il suo successo. L’idea che si possa avere una vita dura e una faccia bella è sempre una carta vincente sullo schermo. Nato a Beach Groove, nello stato dell’Indiana nel 1930, per il giovanissimo Steve la vita inizia in salita. Figlio di uno stuntman che abbandonò la moglie, il piccolo McQueen fu mandato a vivere a Slater, nel Missouri, presso uno zio. All’età di dodici anni tornò a vivere con la madre che nel frattempo si era trasferita a Los Angeles. A quattordici anni era già membro di una gang di strada e la madre si vide costretta a mandare il ragazzo presso una scuola di correzione. Abbandonato l’istituto, Steve entrò nel corpo dei Marines dove prestò servizio dal 1947 al 1950. Nel 1952, grazie a un prestito fornito agli ex soldati, incominciò a frequentare i corsi di recitazione presso l’Actor’s Studio a New York. Nel 1955 debuttava a Broadway. In poco tempo il cinema si accorge di lui. La sua prima vera grande interpretazione resta, come anticipato, quella più cara allo scrivente. Grazie al grande John Sturges, McQueen è il pistolero Vin ne I magnifici sette (1960). Un western indimenticabile nel quale una manciata di cowboy a chiamata (mercenari, se volete) decide per un misero pugno di dollari di difendere un villaggio (al confine fra Messico e Stati Uniti) di contadini poverissimi. La comunità è in balia delle scorribande di un furfante, tale Calvera (il bravo Eli Wallach) e della sua gang di malviventi. Chris Adams (Yul Brinner) è il pistolero che i contadini, disperati, contattano. Lui metterà insieme una squadra composta da sette uomini per difendere quel villaggio. Sturges consegna a McQueen quello che sarà spesso in seguito il suo ruolo, un uomo misterioso con lo sguardo dolce e la pistola veloce. Al netto della somiglianza (diciamo nell’impalcatura emotiva) con I sette samurai di Kurosawa, il film di Sturges ci regala il fascino del gesto eroico di chi, sulla carta, di eroico ha ben poco. Non solo abbiamo sette pistoleri che per pochi soldi metteranno a repentaglio la propria vita per difendere un villaggio poverissimo ma il film custodisce anche altro, un messaggio “appeso” a una delle frasi più dense dell’intero cinema western. La cifra che i contadini offrono ai sette è davvero ridicola e la loro “proposta contrattuale” termina con queste parole: è tutto quello che abbiamo. Uno dei mercenari risponde «È capitato che mi abbiano offerto tanto ma mai tutto» dando dignità a chi è così solo e disperato da aver bisogno di chi spari per conto suo. Altre grandi interpretazioni di McQueen sono ne La grande fuga (1963, sempre diretta da Sturges) nel quale interpreta il coraggioso capitano Virgil Hilts. Un gruppo di prigionieri inglesi viene rinchiuso in un campo di prigionia tedesco gestito dalla Luftwaffe, creato per ospitare tutte le “mele marce” raccolte dai vari campi dopo vari tentativi di fuga. Ci proveranno di nuovo. Nel 1968 è la volta di Bullitt (diretto da Peter Yates) dove McQueen è un tenente della squadra omicidi e viene incaricato da un politicante, Walter Chalmers, di proteggere un mafioso intenzionato a testimoniare contro Cosa nostra. Bullitt cerca di garantire l’incolumità del “pentito”, ma questi viene ugualmente ucciso da due sicari; il tenente, per non incorrere nelle ire dell’uomo politico e per poter far luce sul caso, occulta il cadavere, proseguendo al contempo le indagini. In una vita che si rispetti due come Sam Peckinpah e McQueen non possono non incontrarsi. Accade nel 1972 quando il regista gli propone il bello e struggente ruolo di Junior Bonner ne L’ultimo buscadero. Il film è un dolente western moderno nel quale la vita di Junior si snoda da un rodeo all’altro in attesa della sfida finale, stare otto secondi sulla schiena del toro più indomabile di tutti: Sunshine. Il loro rapporto funzionò a meraviglia e Peckinpah gli propone di proseguirlo in Getaway nel quale Doc (McQueen) per uscire di galera prima d’aver scontato la pena, deve accettare il ricatto di un politicante senza scrupoli che gli fa rapinare una banca. Il colpo riesce, ma i rapinatori litigano subito fra di loro per il bottino. Uno muore, l’altro viene abbandonato da Doc che fugge verso il Messico con la moglie e il bottino. Nel frattempo, su questo set, nasce l’amore con Ali McGraw. Finirà in pochi anni. L’anno dopo è il turno di Papillon (diretto da Franklin J. Schaffner) che rappresenta probabilmente la sua interpretazione migliore. Il film racconta la storia di Henri Charrière, un venticinquenne francese detto Papillon per via di una farfalla che porta tatuata sul torace, che viene condannato all’ergastolo per un omicidio che non ha mai commesso. Il cinema certo, ma della vita di Steve han fatto parte anche la passione per il pericolo (quando poteva McQueen chiedeva di girare lui stesso le scene più pericolose, senza stuntman) e quella per le auto e la velocità. Voleva recitare e correre forte. La vita lo fermò a soli cinquant’anni, ne sono passati quaranta e noi lo ricordiamo. «Non so se sono un attore che gareggia o un corridore che recita» diceva sorridendo.

di Cristiano Governa