· Città del Vaticano ·

Fedeli a Dio e alla nazione

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· In Corea del Sud i cattolici hanno rispettato con diligenza le misure di sicurezza per il covid-19 ·

23 marzo 2020

Non è facile per i cristiani in Corea del Sud attraversare l’emergenza del coronavirus, in uno tra i paesi più colpiti al mondo. Ed esiste una ragione specifica, oltre a quelle che normalmente si affrontano, nella crisi della diffusione del contagio, in ogni nazione. L’esperienza è stata particolarmente ostica per i fedeli cristiani — che in Corea del Sud costituiscono il 30 per cento della popolazione, l’11 per cento dei quali cattolici — perché proprio una setta segreta di derivazione cristiana, che conta circa 200.000 seguaci, ha lo stigma di aver irresponsabilmente diffuso il virus nella penisola dell’Asia orientale, dove il contagio è stato associato alla pratica del culto religioso. La questione è nelle mani della polizia e della magistratura che, avviata un’indagine, stanno cercando di stabilire fino a che punto dodici tra i capi della cosiddetta “Chiesa di Cristo di Shincheonji” (termine che in coreano vuol dire “nuovo paradiso e nuova terra”) possano essere incriminati per la diffusione del covid-19. Lee Man-hee, 80 anni, il leader della setta Shincheonji, che promette la vita eterna e si presenta come il nuovo messia, si ritrova sotto inchiesta per omicidio e negligenza volontaria.

 

Tutto è partito da una donna appartenente alla setta che è stata considerata colei che ha diffuso il contagio in modo esponenziale. La donna, sessantunenne, recatasi il 7 febbraio in ospedale a Daegu (quarta città del paese con 2,5 milioni di abitanti) in seguito a un lieve incidente e poi a una leggera febbre, in un primo momento non ha voluto sottoporsi al tampone per accertate il covid-19. E solo dopo dieci giorni, il 17 febbraio, peggiorati i sintomi, ha accettato lo screening che ha rivelato il virus. Quei dieci giorni si sono rivelati fatali per il contagio: la donna ha partecipato alle riunioni domenicali del movimento Shincheonji, avendo contatti con oltre mille adepti, in un ambiente dove la malattia è tabù perché considerata, nella logica distorta del culto religioso settario, conseguenza di un peccato. Quando le autorità civili hanno scoperto le circostanze, hanno cercato di approfondire la realtà della Shincheonji, tipica espressione del fenomeno, molto più ampio, dei culti religiosi millenaristi diffusi in Corea del Sud, accomunati dalla presenza di un fondatore carismatico, da stretto controllo tra i membri, da accentuato proselitismo.

I seguaci della Shincheonji, in più, mantengono spesso segreta la loro appartenenza anche a genitori e parenti. I capi della setta, in questo frangente, sono accusati di aver ostacolato la ricerca di quanti erano entrati in contatto con la donna: come spiegato dai mass-media coreani, ufficialmente i leader promettevano ampia collaborazione ma poi, nei messaggi inviati agli adepti, invitavano a mentire, se contattati dalla polizia, sull’appartenenza alla Shincheonji.

La prevedibile ondata di indignazione nell’opinione pubblica coreana è sfociata in una petizione per sciogliere il movimento. E il tardivo “mea culpa” del leader Lee Man-hee non è servito ad ammorbidire la posizione delle autorità, né della gente. Il richiamo a Cristo e alla Bibbia, sia pur utilizzata in modo del tutto arbitrario e strumentale a precisi obiettivi di fidelizzazione, ha in qualche modo avuto delle ripercussioni negative anche sui cristiani, alimentando un certo senso di sfiducia verso i credenti. Numerose Chiese hanno deplorato l’atteggiamento della Shincheonji e hanno affisso sulla porta un divieto di accesso ai membri della setta. Don Mathias Young-Yup Hur, vice responsabile dell’Ufficio comunicazioni dell’arcidiocesi di Seoul, appena uscito da un ritiro spirituale quaresimale spiega a «L’Osservatore Romano» che «la Chiesa cattolica in Corea è fortemente toccata da questa emergenza e segue le vicende con partecipazione e preoccupazione». Da «buoni cristiani e buoni cittadini», come ribadiscono di considerarsi, nella loro fedeltà a Dio e lealtà alla nazione, i cattolici ci tengono a rimarcare che hanno seguito fin da subito le misure precauzionali e di sicurezza imposte dal governo per bloccare la diffusione del covid-19. Dal 9 marzo l’arcidiocesi di Seoul ha sospeso le messe invitando i fedeli a partecipare alla messa televisiva quotidiana, trasmessa dalla tv cattolica, e a offrire la preghiera del rosario in casa».

«Preghiamo per la protezione dalla malattia e ci affidiamo alla Vergine Maria», afferma il sacerdote, ricordando che, tra le varie iniziative di “spiritualità digitale”, è stato lanciato una sorta di concorso che ha fatto presa soprattutto tra i giovani. Si tratta di scrivere piccole storie evangeliche da inviare ogni giorno a un’apposita commissione tramite un messaggio col telefono cellulare. È un modo per «invitare gli occhi e il cuore a tenere viva la speranza» e a constatare che «Dio è presente qui e ora, nella quotidianità del suo popolo, intessuta di fede, sacrificio, cura, resilienza, solidarietà», rileva don Mathias.

La solidarietà senza barriere e la carità cristiana sono da sempre il filo rosso che guida la vita e l’esperienza di padre Vincenzo Bordo, missionario italiano degli oblati di Maria Immacolata, personaggio noto in Corea del Sud (insignito della cittadinanza onoraria) per il suo lungo e infaticabile impegno per l’assistenza e la cura dei senza tetto, degli emarginati, dei poveri, delle persone nel disagio. Padre Bordo ha fondato ventotto anni fa nella città di Suwon la «Casa di Anna», centro di accoglienza che assiste anziani soli, ragazzi abbandonati, uomini senza fissa dimora, disoccupati. Il missionario si è trovato nel bel mezzo di un’improvvisa impasse, quando ha dovuto applicare le nuove normative e precauzioni, imposte dalla diffusione del coronavirus, alla mensa che ogni giorno fornisce oltre seicento pasti a poveri e senza tetto. «Il rischio era di dover interrompere il servizio — racconta al nostro giornale — ma non sarebbe stato giusto né umano, perché quella scelta avrebbe condannato migliaia di poveri». Dal desiderio di continuare quell’opera di prossimità, è nata l’idea creativa e risolutiva: fornire pasti nei cosiddetti lunch box, scatole che si possono ritirare per poi consumare il pasto in solitudine, evitando l’assembramento e le grandi tavolate che «Casa di Anna» organizza da anni. «Ciò ha significato uno sforzo economico e la riorganizzazione del servizio e dei volontari», spiega. Ma lo si è fatto con efficienza: «L’obiettivo è stato raggiunto. I nostri fratelli che usufruiscono della mensa sono composti e disciplinati, e il servizio di consegna del cibo funziona benissimo. La catena della carità evangelica non si è spezzata. È quello che conta». Gesti come quelli di padre Bordo giovano alla reputazione dei cristiani in Corea, al tempo della crisi del coronavirus, e riconciliano l’opinione pubblica con una comunità, quella dei battezzati, che nella storia non ha mai fatto mancare il suo contributo alla prosperità e al bene della società.

di Paolo Affatato