· Città del Vaticano ·

Evitare il contagio della paura

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L’appello del direttore della Caritas di Roma don Benoni Ambarus

28 marzo 2020

«L’emergenza sanitaria che stiamo vivendo ci pone di fronte a nuove necessità, rischiando di minare proprio quella che è la principale caratteristica del nostro agire: tessere relazioni e curare le ferite dell’anima», afferma don Benoni Ambarus, direttore della Caritas di Roma. «La paura del contagio tende a sacrificare questo tipo di rapporti. Si ha timore di incontrare le persone, soprattutto i poveri, perché in essi vediamo gli untori. È fondamentale invece considerare che, proprio in questo periodo in cui tutti si chiudono in se stessi, le persone più fragili hanno ancora più bisogno di qualcuno che li ascolti e li aiuti». Gli anziani soli, i poveri e, soprattutto, i senza dimora, circa ottomila a Roma e cinquantacinquemila in Italia, quelli per cui lo slogan #iorestoacasa suona come una beffa, stanno vivendo una condizione di particolare disagio. Così, la Caritas diocesana ha provveduto a riorganizzare i suoi servizi cercando di non lasciare nessuno indietro e rispettando, per quanto possibile, i decreti della Presidenza del Consiglio dei ministri. Le mense continuano l’attività.  Sono stati ampliati gli spazi in cui gli ospiti possono consumare il cibo, allestendo tavoli nei cortili esterni o programmando gli ingressi senza creare affollamento. La mensa Giovanni Paolo II, a Colle Oppio, è aperta sia per il pranzo sia per la cena; la mensa di via Marsala funziona soltanto per gli ospiti del vicino ostello; la mensa di Ostia è aperta a pranzo, mentre la cena è riservata agli ospiti dell’ostello Gabriele Castiglion. L’ambulatorio  è  attivo,  come sempre,   e anzi, sta  funzionando a pieno ritmo, oltre che per le prestazioni sanitarie, anche come  centro  di  informazione sul coronavirus e sulle precauzioni da prendere per evitare il contagio.

La rimodulazione si è resa necessaria soprattutto per quanto riguarda i centri di accoglienza in cui, secondo le ultime disposizioni, sono stati bloccati i nuovi ingressi e le dimissioni di chi è già dentro (in precedenza la permanenza prevista era di massimo tre mesi) e si è passati da un’ospitalità limitata a 15 ore a quella di 24 ore. In posti in cui si dorme in letti a castello e in cui la distanza è minima non si potevano garantire le norme di sicurezza. Così, dopo un periodo di grande difficoltà, dal 20 marzo scorso ai quattro  centri di accoglienza diocesani si è aggiunto il Fraterna Domus, a Sacrofano. Si tratta di una struttura temporanea nella quale  verranno dislocati 90 dei 360 ospiti  complessivi delle strutture che ora sono, quindi, meno congestionate. Il centro di Sacrofano verrà finanziato dalla  diocesi di Roma e dalla Conferenza episcopale italiana (Cei) ed è gestito dai frati minori della provincia di San Bonaventura, di Torre Angela, e del Palatino. Questa soluzione ha permesso di risolvere anche la questione delle uscite non “per necessità” degli ospiti, che ha creato non pochi problemi. È di alcuni giorni fa la notizia che cinque senza fissa dimora, residenti nell’ostello di via Marsala, sono stati multati per non aver potuto giustificare la loro presenza in strada. Lo stesso è avvenuto a Ostia, dove sono state fermate tre persone di un altro dei centri di accoglienza dell’ente caritativo. Impedire di uscire non è semplice. «Le nostre strutture residenziali non sono carceri, non possiamo obbligare le persone a rimanere dentro», spiega Lorenzo Chialastri, responsabile dell’area immigrati e rifugiati. «Cerchiamo di sensibilizzare i nostri ospiti, ma non possiamo fermarli. La situazione è complessa. Sentiamo la responsabilità di tutelare loro ma anche i cittadini. La grande questione è: come gestire un’eventuale quarantena? Noi non siamo preparati a questa evenienza. La preoccupazione riguarda anche gli operatori, che avvertono l’esigenza di avere risposte». Gli stranieri sono particolarmente coinvolti da questo stato emergenziale. «Stiamo garantendo i servizi essenziali ai nostri utenti, 140 fra Sprar e parrocchie, ma abbiamo dovuto chiudere il centro di ascolto di via delle Zoccolette, che prima riceveva circa 100 persone al giorno», continua Chialastri. «I colloqui per i progetti e le attività di socializzazione sono interrotti e i tirocini annullati, con grande sconcerto per le persone interessate, che vedono ridotte le loro speranze per il futuro. Sono saltati anche i lavori occasionali e si fa sentire forte la fatica ad andare avanti».

C’è poi il “caso” volontari, un’importante risorsa per l’organismo pastorale della Cei, che ne vanta 1.300 circa. Fino a pochi giorni fa non potevano operare in quanto la loro attività non era inquadrata fra quelle previste dai decreti governativi. La mancanza di chiarezza aveva causato la quasi totale sparizione dei volontari, con la conseguente riduzione dei servizi. «Nelle disposizioni non si è tenuto conto del mondo del volontariato e della solidarietà», aveva denunciato don Ben. Fortunatamente, il 20 marzo scorso, un’ordinanza della regione Lazio ha permesso di risolvere la questione. Il provvedimento autorizza gli spostamenti dei volontari impegnati ad assicurare i servizi necessari alle fasce più deboli della popolazione e garantisce loro la possibilità di operare in tutta sicurezza rispetto ai rischi di contagio attivo o passivo. I volontari ora stanno tornando, anche se non nei numeri e nei tempi consueti. «La maggior parte ha più di 65 anni, molti sono nonni, e il rischio di un contagio espone oltre che loro stessi anche i nipotini e i familiari», spiega Massimo Pasquo, responsabile dell’area promozione umana. «Coniugare le esigenze di tutti, i più deboli, gli operatori e i volontari, con il rispetto delle regole non è facile. Su questi aspetti ci interroghiamo ogni giorno, rimodulando, di volta in volta, il nostro intervento. Siamo in continuo contatto con le parrocchie del territorio che ci chiedono come prestare la loro opera solidaristica. Perché la volontà di fare non è mai venuta meno, anzi, è aumentata. C’è chi vuole rendersi utile e chi dona quello che può. Molti ristoranti, in particolare, costretti a chiudere, hanno offerto il cibo in giacenza. Certo, i servizi si sono ridotti. Per motivi di sicurezza non esiste più l’attività di accompagnamento, per visite o semplici passeggiate, né i servizi all’interno delle abitazioni, pulizie, compagnia. Facciamo comunque sentire la nostra presenza monitorando la situazione telefonicamente e garantendo la consegna di cibo o medicine».

Su tutto aleggia la minaccia dell’esaurimento delle scorte di cibo. «Con questo ritmo reggiamo solo pochi giorni», è il grido d’allarme di don Ben. «La filiera produttiva si è ridotta e, in questo momento, in aggiunta, c’è la grande sollecitazione dei rom, che prima vivevano di espedienti e ora non sanno più come fare. Abbiamo urgente bisogno di derrate alimentari e di meno vincoli burocratici per fronteggiare la situazione».

Ci sono, infine, i detenuti, gli ultimi degli ultimi. Alcune associazioni del mondo cattolico, fra cui la Caritas, Sant’Egidio e l’Associazione volontari in carcere, hanno chiesto al governo di mettere in campo provvedimenti che consentano di affrontare in maniera adeguata e urgente il rischio di diffusione del contagio da covid-19 in carcere. «Occorre fare uscire le persone fragili e chi ha un fine pena breve», recita l’appello, «ampliando la detenzione domiciliare speciale per liberare spazi all’interno degli istituti di pena, in un momento in cui lo spazio è essenziale per fermare la diffusione dell’epidemia».

In questa situazione di emergenza e di rischio di isolamento affettivo la diocesi di Roma invita a promuovere iniziative di vicinanza verso le persone più fragili, una carità «della porta accanto», come la definisce il direttore della Caritas. «Bisogna evitare il contagio della paura e cercare di farsi carico dei più deboli intorno a noi, a partire dal proprio quartiere. Come dice Papa Francesco, possiamo ritrovare quei piccoli gesti concreti di affetto, ascolto, attenzione, compassione per le persone che ci circondano, familiari, amici, vicini. Sono gesti importanti, decisivi. In tal modo questi giorni non saranno sprecati e, sono sicuro, daranno i loro frutti».

di Marina Piccone

 

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