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Dall’avanguardia alla melodia

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È morto il compositore polacco Krzysztof Penderecki

30 marzo 2020

Intanto non ha scritto le musiche per Shining. Krzysztof Penderecki, morto il 29 marzo all’età di 86 anni a Cracovia, è stato uno tra i più significativi compositori del panorama mondiale, musicista di riferimento dell’avanguardia, attivo anche come direttore, e considerato un «classico postmoderno» ancora in vita. Un pezzo di storia, regolarmente presente nel repertorio delle grandi orchestre impegnato socialmente e politicamente, attento alle questioni sacre. Insomma un intellettuale del nostro tempo che raccontava quello che pensava sul pentagramma.

I suoi lavori sono stati usati dove andavano bene, e siccome sono di altissimo livello andavano bene da parecchie parti. Come quelli di Béla Bartók che è morto trentacinque anni prima che Shining arrivasse nelle sale e non ha mai sentito la Musica per archi, percussioni e celesta al cinema, o György Ligeti, che forse in qualche multisala c’è pure andato ma il suo Lontano non l’ha scritto per il grande schermo.

La questione è che Penderecki è uno dei pochi autori contemporanei il cui nome sia giunto con successo anche al grande pubblico proprio perché la sua musica, composta per le sale da concerto, è stata utilizzata in colonne sonore di capolavori cinematografici. Questo sì forse potrebbe essere un motivo di riflessione. Se un artista del genere deve la sua fama a un’altra arte forse vale la pena di ripensare il sistema produttivo musicale attuale. In particolare in un momento come questo che spingerebbe a ripensare l’intero sistema economico.

Resta il fatto che Penderecki era un fuoriclasse, e pure un tipo coraggioso capace di rimettersi in gioco continuamente. «Se saprai fare un solo mucchio di tutte le tue fortune / E rischiarlo in un unico lancio a testa e croce / E perdere, e ricominciare di nuovo dal principio / senza mai far parola della tua perdita / (...) Sarai un uomo...», recita la poesia più famosa di Joseph Rudyard Kipling, scritta nel 1895. In fondo nemmeno tanto tempo prima che il compositore polacco nascesse a Dębica, il 23 novembre 1933.

Penderecki l’ha fatto, si è giocato tutto, però ha vinto e fa meno notizia. Nel 1960 entra a far parte dell’avanguardia internazionale inanellando una serie di successi. Già nel 1961, con la Trenodia per le vittime di Hiroshima si pone apertamente l’obiettivo di «sviluppare un nuovo linguaggio musicale», anche se in seguito riconosce che l’obiettivo «esisteva solo nella mia immaginazione, in un modo un po’ astratto». Sta di fatto che la carica emotiva di quel lavoro, che originariamente si intitolava “8’37”, con riferimento alla durata, colpì così tanto lo stesso compositore al primo ascolto che lo convinse a dedicarlo alle vittime di Hiroshima. Otto minuti e 37 secondi di cluster per archi, concentrati su caratteristiche e qualità specifiche di timbro, trama, articolazione, dinamica e movimento, creano una forma libera dal rigore contrappuntistico ma ugualmente espressiva. Immortale.

Poteva fermarsi lì, aveva funzionato. Invece si è rimesso in gioco, ha scommesso tutto, si è attirato qualche critica e ha scritto qualche melodia, dando anche maggiore attenzione al sacro, che comunque non ha mai trascurato. Cattolico con lo sguardo rivolto «a un Dio universale» sottolineava di essersi dedicato all’avanguardia come reazione al regime comunista. E la sintesi di tutto il suo lavoro, come lui stesso ha dichiarato a Radio Vaticana, arriva proprio dal sacro, da quel Requiem polacco che lo ha accompagnato dagli anni Ottanta fino al 2005, quando alla notizia della morte di Giovanni Paolo II aggiunse una Ciaccona in sua memoria. Malgrado questo, il risultato finale è molto unitario, ma soprattutto, per sua stessa ammissione «è molto melodico». Sicuro? «Negli anni Sessanta evitavo ogni melodia e scrivevo cluster, il Requiem è molto melodico, qualcuno dice che è romantico».

di Marcello Filotei