· Città del Vaticano ·

Verità, fede e apertura degli Archivi Vaticani

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Con i documenti relativi alla seconda guerra mondiale

28 febbraio 2020

Emet Emunah, verità e fede, hanno come loro radice le stesse tre lettere ebraiche (alef nun) da cui derivano altre parole ebraiche che si riferiscono alla sicurezza, alla stabilità, al potere e alla fiducia (omnahmeheiman, e così via). In Salmi 31, 6[5] leggiamo: «Mi affido alle tue mani; tu mi riscatti, Signore, Dio fedele». Rabbi Hanina, uno dei saggi talmudici, ha detto: «Il Sigillo del Santo, che Egli sia benedetto, è la Verità» (b. Yoma 69b). In molti luoghi della letteratura sacra ebraica la verità è usata per definire una caratteristica primaria di Dio. E la verità è anche ciò che Dio esige dagli esseri umani, come ha dichiarato il profeta Zaccaria (8, 16): «Parlate con sincerità ciascuno con il suo prossimo». Anche Maimonide indica Abramo come modello di ricerca della verità quando rifiutò il paganesimo della sua società e iniziò a servire l’Unico Vero Dio (YadAvodat Kokhavim 1). Nella tradizione ebraica, dunque, la conoscenza della verità è fondamentale in tutti gli aspetti della vita, sia scientifici sia etici ed esistenziali. È essenziale per la crescita della fede.

Tali concetti mi sono tornati in mente di recente, quando ho letto dell’apertura, all’inizio di marzo, degli archivi storici della Santa Sede relativi al periodo della seconda guerra mondiale. Questo a sua volta mi ha ricordato una cosa scritta da Papa Francesco: «L’uomo ha bisogno di conoscenza, ha bisogno di verità, perché senza di essa non si sostiene, non va avanti. La fede, senza verità, non salva, non rende sicuri i nostri passi. Resta una bella fiaba, la proiezione dei nostri desideri di felicità, qualcosa che ci accontenta solo nella misura in cui vogliamo illuderci» (Lumen fidei, n. 24).

Non sorprende, dunque che la prospettiva ebraica e quella cristiana convergono nel considerare la verità di primaria importanza.

Ho anche ricordato l’occasione in cui, dieci anni fa, il Cardinale Jorge Bergoglio, arcivescovo di Buenos Aires, e io abbiamo discusso del tema della Shoah per il libro di dialoghi che stavamo redigendo. Abbiamo parlato a partire dalla nostra comprensione personale; abbiamo aperto il nostro cuore l’uno all’altro. Io ho rivelato la mia preoccupazione riguardo a Papa Pio XII e la sofferenza degli ebrei perseguitati dai nazisti. Da un lato sapevo che c’era chi sosteneva che con il suo silenzio pubblico egli era riuscito a salvare di nascosto la vita di molti ebrei, ma dall’altra mi domandavo se quel silenzio pubblico era stato usato dagli assassini per eliminarne tanti altri.

Ossessionato dalle espressioni strazianti che avevo visto sui volti di alcuni miei familiari, i cui cari, miei antenati diretti, avevano perso la propria vita nelle fabbriche di morte costruite dai nazisti, sollevai l’argomento con il Cardinale Bergoglio. Osservai che l’operato della Chiesa durante la seconda guerra mondiale doveva essere esaminato per alleviare la sofferenza e l’angoscia ancora provate dagli ebrei. A tal fine era necessario analizzare tutto il materiale storico. Lui rispose: «Quello che hai detto sull’aprire gli archivi relativi alla Shoah a me pare perfetto. Dovrebbero aprirli e chiarire tutto. Allora sarà possibile vedere se avrebbero potuto fare qualcosa, in quale misura si sarebbe potuto fare, e, se abbiamo sbagliato in qualcosa potremo dire: “Abbiamo sbagliato in questo”. Non dobbiamo avere paura di ciò. L’obiettivo deve essere la verità. Quando s’incomincia a nascondere la verità, si elimina la Bibbia. Si crede in Dio, ma solo fino a un certo punto… Dobbiamo conoscere la verità e andare in quegli archivi» (cfr. On Heaven and Earth, Image Books, 2013, pp. 183-184).

Scrivendo in seguito Lumen fidei, al n. 13 Papa Francesco menziona il rabbino di Kock. Probabilmente è il primo e unico maestro chassidico a essere citato in una enciclica papale. Questo rabbino è famoso per la sua dedizione alla ricerca della verità. Pur citando un testo midarshico (Bereshit Rabba 8:5) per ribadire che solo Dio può avere conoscenza della piena verità di tutte le cose, egli credeva ardentemente che gli esseri umani devono sempre perseguire la verità anche quando solo vagamente percepita. Sebbene soltanto Dio sia in grado di giudicare la piena verità degli eventi storici e delle motivazioni delle persone, gli esseri umani devono comunque cercare costantemente di percepire tutta la verità che possono.

Dieci anni dopo la conversazione tra il Cardinale Bergoglio e me su questo argomento, e in seguito a un lavoro intenso di classificazione e catalogazione, gli Archivi Vaticani del periodo della seconda guerra mondiale vengono ora resi accessibili all’analisi, allo studio e all’interpretazione. Questo evento contribuisce all’infinita ricerca umana della verità. Anche se gli esseri umani non possono stabilire in modo definitivo se l’una o l’altra scelta avrebbe avuto questa o quella conseguenza per gli ebrei vittime dei nazisti, siamo spinti dalla necessità di saperne il più possibile.

La speranza espressa durante la nostra conversazione di dieci anni fa sta ora diventando realtà. Il dolore e l’angoscia di non poter cercare la verità stanno per essere alleviati. Nella tradizione ebraica, questa ricerca della verità è parte del cammino che ci avvicina a Dio.

di Abraham Skorka
Institute for Jewish-Catholic Relations of Saint Joseph’s University, Philadelphia, PA