· Città del Vaticano ·

Un’emergenza gravida di risorse

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La Quaresima della comunità di Codogno

26 febbraio 2020

A Codogno siamo nell’occhio del ciclone. Nella tempesta mediatica manca solo la fake news che proveniva dalla Fiera di Codogno anche il pipistrello che ha generato il coronavirus in Cina. Intanto siamo chiusi a chiave dal cordone sanitario della zona rossa, applicato a tutela del mondo circostante e fino all’esaurimento del contagio tra tutti noi.

La Quaresima per noi si chiama quest’anno quarantena. Cerco di esorcizzare il clima che si respira. Ma devo arrendermi al progressivo aumento di quanti risultano positivi ai test sanitari, allarmati per la diffusione del virus fra i familiari confinati nelle proprie abitazioni. Sono ancora diverse le chiamate che non ottengono risposta per mancanza di materiale sanitario e soprattutto per carenza di personale idoneo a fronte del carico di questa emergenza. Se poi pensiamo al blocco di imprese lavorative, attività artigianali e commerciali, esercizi solitamente aperti al pubblico, abbiamo un’idea dello sconforto per il danno economico in una situazione già stagnante. A ciò si aggiunga anche la pratica impossibilità di ritrovarsi fuori casa per mantenere vivo il tessuto connettivo delle relazioni; il che accentua lo smarrimento e la paura, in una convivenza collettiva che si poteva descrivere fino a pochi giorni fa sostanzialmente serena.

Realisticamente leggo la situazione e prendo atto della prova che affligge le nostre comunità. Ma da pastore non indulgo al pessimismo e invito il gregge a non lasciarsi irretire da profeti di sventura che interpretano la congiuntura come il dies irae, assecondando una certa isteria collettiva. Perché non interpretare questo virus come quel verme che ha distrutto l’albero che dava ristoro a Giona per convertirlo definitivamente da profeta di sventura a profeta di un Dio alleato con l’umanità, ricco di misericordia per la città degli uomini? Allora riusciremmo a vedere che anche questa emergenza è gravida di risorse.

La prima consiste nel lasciarci condurre a riacquistare un senso del limite e della precarietà: basta infatti un virus a mettere in ginocchio un mondo padrone di sé e del proprio destino e a farlo tremare; un virus che si fa beffe di noi viaggiando in prima classe. Volare basso non può che farci bene. Anche essere condotti a più umili pensieri è una via per amare veramente e dare gloria alla perfezione di Dio.

Altra risorsa: quanta solidale operosità si è attivata in collaborazione tra i diversi attori sociali della città per far fronte alle diverse urgenze: volontariato, Protezione civile, Caritas, associazioni, responsabili di pubblici uffici, apparati dello Stato, ma soprattutto la dedizione mirabile del personale ospedaliero e della sanità del territorio, anche a rischio reale di contagio. Abbiamo scoperto di quanta generosità sono capaci i nostri operatori sanitari nelle strutture locali, ma insieme l’alta qualità dell’apporto della scienza nei centri di eccellenza, dove la ricerca e la cura dei casi più preoccupanti narrano la premura di un Dio che veglia sulle sue creature; un Dio anche in questo alleato dell’umanità, non concorrente.

Anche il tempo in cui si è forzati a stare in casa può essere occasione per approfondire legami, per un confronto sereno e anche serio, per apprezzare maggiormente i valori della famiglia e della relazione costruttiva. Come si gioca in quell’ambito la maturazione della persona, così si affronta anche il nodo della paura e dell’apprensione palpabile che attanaglia gli abitanti della casa ed è quello il luogo per tentare un processo di elaborazione dell’ansia da epidemia, anche rassicurati dal ridimensionamento della gravità di questa infezione virale. Inoltre, lì in casa anche come credenti attingiamo la serenità con cui camminare su una strada dove possiamo essere portatori di fiducia e speranza, per il Signore che ci accompagna e per la tempestività degli interventi e la competenza di cui si vantano la nostra società e il nostro tempo.

Sempre lì nell’ambiente domestico ci è offerta, grazie anche ai mezzi di comunicazione, l’occasione di vivere l’esperienza di Chiesa raccolta in preghiera in famiglia, perché da lì trae alimento il senso di appartenenza alla Chiesa. Con la preghiera vissuta tra le mura della casa si consolidano anche lo stesso amore coniugale e l’armonia familiare.

Ci costa sicuramente rinunciare alla celebrazione domenicale nella quale ci sentiamo “popolo fedele”, ma accogliamo la sospensione come una forma del digiuno quaresimale e come una pedagogia a percepire la fame di chi sente di non poter vivere senza l’Eucaristia; semmai il sacrificio che costa questa disposizione è a vantaggio del bene dell’intera comunità e viene offerto come gesto di amore ad essa, oltre che al Signore. La comunione spirituale è sempre valida sostituzione in forzata assenza della comunione eucaristica. Viviamo l’esperienza di una comunità che accoglie la penitenza del digiuno eucaristico, come pratica di questo inizio di Quaresima.

L’esperienza di celebrare l’eucaristia in assenza del popolo mi ricorda che la comunione ecclesiale si vive in duplice forma: una diretta nella partecipazione della gente e in relazione con essa e una in forma parabolica, perché la comunione ecclesiale passa sempre dal Signore per raggiungere la comunità: non è solo orizzontale, è anche verticale. In tal senso non si tratta di comunione puramente virtuale. I mezzi di comunicazione sono un supporto prezioso nella supplenza alle forme di ritrovo comunitario, come sta facendo la nostra RadioCodogno.

Torna qui il nome della città al centro della zona rossa. Oggi il mondo ne parla. Ma quel che importa a noi è esserci nel pensiero di Dio, soprattutto in questo frangente.

di Iginio Passerini
Parroco di Codogno