· Città del Vaticano ·

L’urgenza di una conversione poetica

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14 febbraio 2020

A fine novembre il Papa tornando dal viaggio in Asia alla domanda su cosa può insegnare l’Oriente all’Occidente risponde prontamente: la poesia, è questo ciò che manca all’Occidente a un tempo tecnologico e smarrito. Due mesi dopo, il 24 gennaio, pubblica il messaggio per la giornata mondiale delle comunicazioni sociali e mette al centro della sua riflessione il tema del racconto, partendo dal fatto che l’uomo è un “animale narrante” per cui la linfa che permette la buona circolazione di una persona, di una comunità, della società è la linfa delle storie, perché «per non smarrirci abbiamo bisogno di respirare la verità delle storie buone». Qualche giorno dopo partecipando a un convegno all’interno del progetto del Patto Educativo Globale da lui fortemente voluto, ha affermato che una buona educazione è quella capace di creare poeti. Infine due giorni fa, pubblicando l’atteso testo dell’Esortazione post-sinodale Querida Amazonia, cita ben diciassette poeti, alcuni noti come Pablo Neruda, tutti provenienti dal Sud America. Diciassette poeti.

Qui siamo ben oltre il teorema proposto da Agatha Christie secondo la quale: «Un indizio è un indizio, due indizi sono una coincidenza, ma tre indizi fanno una prova», è quindi forse il caso di fermarsi e riflettere su cosa ci sta dicendo il Santo Padre. Nel suo lavoro di annuncio del Vangelo e di invito alla conversione rivolto agli uomini del suo tempo, in fondo è questo il compito essenziale assegnato al Vicario di Cristo, Papa Francesco sta indicando una particolare “natura” della conversione che lui ritiene urgente, appunto la natura poetica. A fianco alle conversioni che sono emerse durante i lavori e poi nel documento finale del Sinodo per l’Amazzonia, quella pastorale, sinodale, culturale ed ecologica c’è anche quest’altra conversione, verso una dimensione poetica della vita. È evidente da tutti questi “indizi” che si tratta di un tema che sta molto a cuore a Papa Francesco che sente con urgenza la crisi di un Occidente ripiegato su un orizzonte solo ed esclusivamente produttivo, dove il profilo dell’efficienza prevale su tutto il resto. Come già evidenziato a suo tempo da Giovanni Paolo II nell’Evangelium vitae: «Il criterio proprio della dignità personale — quello cioè del rispetto, della gratuità e del servizio — viene sostituito dal criterio dell’efficienza, della funzionalità e dell’utilità: l’altro è apprezzato non per quello che “è”, ma per quello che “ha, fa e rende”».

Contro il virus dell’efficienza esiste un antidoto che per il Papa è la poesia, la capacità cioè di avere uno sguardo grato e gratuito, libero e contemplativo verso la realtà, il mondo, gli altri che, visti con gli occhi della poesia, si rivelano come dei doni e non come ostacoli all’affermazione del proprio ego.

Lo scorso anno, a seguito del discorso di Natale Urbi et Orbi, scegliemmo la “fratellanza” come “parola dell’anno” che abbiamo sviluppato su queste pagine lungo il 2019, quest’anno stimolati dal Messaggio per la giornata delle comunicazioni sociali la parola sarà “racconto”. Nella prima delle interviste che stiamo realizzando per sviluppare questo tema è intervenuto Renzo Piano che ha sottolineato come anche l’architettura non è solo un fatto tecnico, pratico, corrispondente ai bisogni abitativi ma ha una sua dimensione poetica, legata alla bellezza e alla natura umanistica di questa arte. Ogni casa, anche la più umile, ha affermato Piano (l’intera conversazione sarà pubblicata fra qualche giorno), ha ed è una storia, possiede un racconto, e l’architetto è chiamato a mettersi a servizio di quel racconto, senza la pretesa di controllarlo, manipolarlo, utilizzarlo.

Poesia è quindi libera apertura alla vita, contemplazione del mistero dell’esistenza e infine racconto di questa esperienza che scaturisce dall’impatto con la vita stessa. È poeta colui che serve e non si serve della realtà, che non ha la pretesa di dominarla, definirla perché il linguaggio poetico non spiega la realtà, né tantomeno la piega verso un proprio fine, ma la dispiega, lascia cioè che la realtà possa dispiegarsi in tutte le sue possibili direzioni. Un poeta argentino caro al Papa, J.L. Borges, diceva che si può definire un poligono ma non un mal di denti e che l’essenza della poesia è cogliere le cose in quanto strane. Lo sguardo poetico vince il rischio della “familiarità” con le cose che porta alla scontatezza e così di fatto alla noia, alla tristezza e al risentimento. La natura della poesia invece si radica nel senso della meraviglia e conduce alla libertà perché ci ricorda che la realtà del mondo e degli uomini non è un oggetto di cui possediamo il libretto di istruzioni per l’uso ma è qualcosa che deve suscitare uno stupore che “solo conosce”, secondo l’espressione di san Gregorio di Nissa. Forse allora le uniche “istruzioni” ammesse nel mondo della poesia sono quelle proclamate da Mary Oliver, poetessa americana scomparsa un anno fa, il 17 gennaio 2019, nella sua breve lirica intitolata Istruzioni per vivere una vita: «Pay attention (Fa’ attenzione)/ Be astonished (stupisciti) / Tell about it (raccontalo)».

Andrea Monda