· Città del Vaticano ·

Un anno tra cronaca e storia

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30 dicembre 2019

Il 2019 volge al termine ed è tempo di fare un bilancio, che non ha senso se al tempo stesso non è anche un “rilancio”. Un po’ come Giano, da cui il nome di gennaio, la “porta” (ianua) dell’anno, che gli antichi raffiguravano bifronte, con uno sguardo rivolto indietro, al passato, e l’altro aperto al futuro. Il futuro ha bisogno di radici, per dirla con una frase che il Papa ha ripetuto spesso in questo 2019 (riprendendola dall’intervista al professore Zamagni apparsa su questo giornale il 23 maggio) «tradizione è la custodia del fuoco, non la venerazione delle ceneri».

Due sguardi quindi, avanti e indietro; all’interno delle pagine di cronaca internazionale il lettore troverà due lunghi articoli di Marco Bellizi e di Sergio Centofanti che riflettono sull’anno che si sta chiudendo, soffermandosi il primo sui principali eventi del 2019 a livello politico, il secondo sull’attività del Santo Padre che mai come in quest’anno ha voluto attraversare il mondo in lungo e in largo per portare agli uomini una parola di conforto, di incoraggiamento e di speranza cristiana. È questo il suo compito, il compito che il pastore assolve e porta avanti spesso in piena solitudine come sottolinea l’acuta meditazione del Vangelo di don Cesare Pagazzi in questa stessa pagina.

Un 2019 attraversato da segnali di diversa natura, tra l’inesorabilità di muri che vengono minacciosamente invocati e il dinamismo, spesso confuso, a volte purtroppo violento, di intere popolazioni che si ribellano un po’ dappertutto nel mondo e provano ad alzare la voce. In particolare c’è da segnalare l’attivismo di tanti giovani che in quest’anno hanno realizzato, per dirla con De Certeau, la “presa della parola”. Ancora è presto per dire qualcosa di più preciso ma il segnale c’è stato e c’è. Uno dei propositi che questo giornale si era posto all’inizio dell’anno era quello di dare voce a chi non ha voce. Ad esempio ai giovani, il nostro futuro. La rubrica del lunedì #CantiereGiovani rappresenta proprio questo, un tentativo di dare spazio alle nuove generazioni, alle loro domande, ai loro sogni. Sono venuti in redazione, si sono confrontati e hanno parlato ma soprattutto hanno trovato qualcuno ad ascoltarli. E proprio oggi, 30 dicembre, ben 150 ragazzi di Gioventù studentesca sono venuti dal nord Italia nella redazione de «L’Osservatore Romano» per vedere da vicino il nostro lavoro e dialogare con la redazione (nei prossimi giorni ne pubblicheremo il resoconto), per trovare qualcuno disposto ad ascoltare la loro voce. Innanzitutto il Santo Padre che in ognuno dei suoi viaggi ha trovato il tempo e il modo di incontrarli e dialogare con loro, spesso realizzando uno dei momenti più intensi dell’intera visita apostolica in quel paese. E non posso non ricordare un’altra visita del Papa che il 20 dicembre scorso si è recato “a sorpresa” (a rivederlo oggi retrospettivamente, il programma svolto da Francesco è per lo più “fuori programma”, ma si sa: «lo Spirito soffia dove vuole») in una scuola romana, il Liceo Albertelli, non per parlare ai giovani ma per ascoltare le loro domande e insieme a loro provare a costruire delle risposte, a indicare delle strade da percorrere.

Se ci si sofferma soltanto di fronte ai “fatti” (del giorno, dell’anno), al dato della cronaca, si rischia di annaspare, travolti dalla massa di informazioni che oggi ognuno può ricevere nelle più svariate modalità, e di perdere il senso racchiuso dentro quegli stessi fatti. Il cristiano però sa che oltre al tempo come krònos, mera “quantità”, esiste un tempo che è kairòs, occasione in cui Dio entra nella storia degli uomini e la illumina gettando le condizioni per una svolta. Ma per cogliere questo tempo qualitativamente propizio, ci vuole uno sguardo acuto, umile e puro e per questo “allenato” al linguaggio di Dio. Uno sguardo che un anno fa, accettando l’incarico di dirigere questo giornale, ho definito “forestiero” prendendo in prestito questo aggettivo dal passo del Vangelo di Luca dei discepoli di Emmaus e auspicando per «L’Osservatore Romano» di avere e quindi offrire al lettore proprio quello sguardo. Quei due discepoli camminano lungo la strada e parlano, amaramente, del “fatto del giorno”, sanno tutto della “cronaca” della morte di Cristo, ma non ne hanno compreso il senso ed è solo l’incontro con il forestiero Gesù che permette loro di cogliere il significato profondo della storia che si era dipanata davanti ai loro occhi incapaci di vedere. Sono gli incontri che facciamo a farci crescere, a imprimere nella nostra vita una nuova decisione e direzione. Per questo il Papa non fa altro che uscire e andare incontro alle persone, entrare nelle loro conversazioni quotidiane, fermarsi un momento e spezzare, quasi “poeticamente” (cioè gratuitamente, come ha detto tornando dal viaggio in Thailandia e Giappone), il ritmo frenetico di un vita spesa solo a fare, produrre, comprare, consumare.

Sono tanti, nella mia memoria, gli incontri che quest’anno il Papa ha realizzato toccando il cuore dei presenti (e, si spera, anche dei lontani, grazie ai mezzi di comunicazione e fra questi anche quelli vaticani); me ne vengono in mente tre particolarmente significativi: l’abbraccio commosso con padre Pedro Opeka nel centro di Akamasoa in Madagascar, il dialogo con i ragazzi in Giappone in cui il Papa parlando con un ragazzo vittima di bullismo ha ricordato che la pace comincia ogni giorno in famiglia, a scuola e che proprio i bulli che si mostrano forti sono i più deboli, i più paurosi ed è la paura la vera nemica della pace, quella paura che “rende pazzi” (come ha detto partendo per la Gmg di Panamá) fino al punto di immaginare un mondo pieno di muri che dividono e separano e infine le sue parole durante la conferenza stampa di ritorno da Abu Dhabi il 4 febbraio, dopo la firma del Documento sulla Fratellanza umana quando l’allora direttore della Sala stampa Alessandro Gisotti definì giustamente “storico” e “grande” quell’evento e il Papa colse l’occasione per ricordarci che tutte le storie umane sono grandi, che non esistono storie piccole, che ogni storia, anche dell’ultimo degli uomini, proprio in quanto umana, possiede una dignità indistruttibile. Quelle toccanti parole mi hanno ricordato la figura di Edith Stein che vivendo, fino in fondo, gli anni terribili della seconda guerra mondiale, ci ha lasciato la seguente vertiginosa riflessione: «Nella notte più oscura sorgono i più grandi profeti e i santi. Tuttavia, la corrente vivificante della vita mistica rimane invisibile. Sicuramente gli avvenimenti decisivi della storia del mondo sono stati essenzialmente influenzati da anime sulle quali nulla viene detto nei libri di storia. E quali siano le anime che dobbiamo ringraziare per gli avvenimenti decisivi della nostra vita personale, è qualcosa che sapremo soltanto nel giorno in cui tutto ciò che è nascosto sarà svelato».

Oggi viviamo un tempo per fortuna diverso da quegli anni, anche se sempre sul punto di degenare e crollare nell’abisso, un tempo che ha bisogno di grandi profeti e di santi, di persone che siano di incoraggiamento e che indichino la luce anche nelle tenebre, quella luce di Cristo che il Papa nel messaggio Urbi et Orbi di Natale ha detto essere «più grande» di ogni tenebra. Di persone che, più semplicemente, ora che quest’anno volge al declino, proprio come a Emmaus, sappiano dire: «Resta con noi Signore».

di Andrea Monda