· Città del Vaticano ·

Parole di fondamentale importanza di fronte alla rinascita dell’antisemitismo

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A colloquio con il rabbino Abraham Skorka

13 novembre 2019

Le parole, fuori programma, pronunciate dal Papa all’udienza generale, hanno toccato il cuore del rabbino Abraham Skorka in visita alla redazione de «L’Osservatore Romano». «Questo commento, inaspettato e improvvisato, del Papa è di suprema importanza: rispecchia il suo profondo impegno nei confronti del popolo ebraico. Sono parole che suscitano in me grandi emozioni e un senso di gratitudine, ripensando anche alla lunga storia di incomprensioni tra la Chiesa e gli ebrei. Dopo tanti anni conosco il modo di pensare e di sentire del Papa e so che lui molto spesso parla e, come direbbe proprio lui, dice quello che viene dal profondo del cuore. Non è certo nuovo questo tipo di intervento da parte sua, ma non per questo non assume una grandissima importanza soprattutto in un momento storico come quello attuale».

Su questo aspetto dell’attualità il rabbino vuole soffermarsi, sottolineando la preoccupazione del Papa rispetto ai recenti segnali di una rinascita dell’antisemitismo. «Sono segnali molto preoccupanti, penso a quello che accade in Italia ma anche in tutto il mondo, perfino negli Usa. Se rivado indietro nella memoria mi accorgo che ogniqualvolta in passato sono apparsi segnali di questa rinascita, lo sviluppo e l’esito di questi segnali sono stati disastrosi, forieri di enormi sofferenze non solo per gli ebrei ma anche per altre popolazioni».

Perché questa rinascita proprio oggi? Conversando con il rabbino Skorka viene subito una prima risposta: la crisi economica, il senso di paura diffuso all’interno della società occidentale contemporanea. «Ma c’è qualcosa di più. Del resto l’antisemitismo ha più di duemila anni, e già il mondo greco e romano aveva problemi con gli ebrei. Di fatto gli ebrei sono sempre stati visti come “i colpevoli”. Anche l’antisemitismo nazista riprese dal passato questa idea della “colpa” dei giudei. C’è quella barzelletta, ebraica ovviamente (noi abbiamo sviluppato una capacità di sorridere anche sulle più grandi tragedie), che racconta di un nazista che parlando in pubblico dice che la causa di tutti i mali della società è dovuta alla presenza di due tipi di persone: gli ebrei e i ciclisti. E dal pubblico subito arriva la domanda: perché i ciclisti? Una barzelletta che rende efficacemente questo meccanismo logico della colpa degli ebrei».

La conversazione procede e sentiamo entrambi che è necessario approfondire, scavare dentro questa ferita che ancora sanguina nel cuore dell’umana convivenza.

«C’è una riflessione, nata dall’antropologia, che mi sembra convincente: anticamente gli uomini vivevano all’interno del sistema e della logica dell’orda. Tante orde contrapposte che si guerreggiavano. Non c’era il singolo ma l’orda. A questa condizione ha risposto, come contestazione e maturazione, la Bibbia ebraica, la storia di un Dio che chiama l’uomo alla sua responsabilità personale. Nasce la società degli uomini, non più dell’orda. E nasce però anche un’antitesi che ancora dura, fino ai nostri giorni, ogniqualvolta il sentimento dell’orda riprende forza. Il nazismo è stato questo: l’orda tedesca, con la contraddizione evidente che questo ha portato alla separazione e persecuzione degli ebrei che in realtà erano dei perfetti e fedeli cittadini tedeschi. Non era la Germania che si voleva esaltare, ma l’idea “ordalica” della Germania. Ci sono due modi diversi di vedere le cose: l’idea prima dell’uomo (pensiamo al platonismo) o l’uomo prima dell’idea (la Bibbia)».

Inevitabilmente amara la riflessione a cui insieme perveniamo: oggi lo scontro è tra due ideologie, quella della società dei consumi, che spinge verso l’individualismo estremo e la spinta opposta dell’orda, non della comunità di persone, che vuole sulla carta combattere questo individualismo ma è l’altra faccia della stessa medaglia, e finisce per calpestare la libertà e la dignità dell’individuo cercando sempre un capro espiatorio su cui riversare le tensioni e gli odi sociali.

«Da qui l’importanza, straordinaria, delle parole di Papa Francesco», ripete commosso il rabbino Skorka rileggendo il testo della catechesi, «che ci ricorda che gli altri sono fratelli, e la persecuzione degli ebrei è un fatto “né umano, né cristiano”».

di Andrea Monda