· Città del Vaticano ·

Il Papa e la sua catechesi sulla paura, un incoraggiamento per i giovani (ma non solo)

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26 novembre 2019

Il discorso pronunciato dal Papa all’incontro con i giovani nella Cattedrale dell’Assunzione, lunedì 25 novembre, è stato forse il più vivace, più che un discorso un vero dialogo in cui il Papa, come sempre capita quando incontra i giovani, si è messo in gioco, scherzando e provocando il calorosissimo uditorio che ha corrisposto e insieme hanno costruito una meditazione che è anche tra le più importanti dell’intero viaggio in Giappone. Tanti sono stati gli spunti molto interessanti emersi dalla conversazione ma in particolare vale la pena soffermarsi sul tema della paura, su cui il Papa si è dilungato con diversi “fuori programma” e improvvisazioni. Stimolato dalla testimonianza del giovane filippino Leonardo, che ha avuto il coraggio di raccontare la sua esperienza di ragazzo “bullizzato”, il Papa gli ha fatto i complimenti per la forza della sua sincerità e ha colto l’occasione per dirgli che sono proprio loro, i bulli, ad essere deboli: «Paradossalmente, tuttavia, sono i molestatori, quelli che fanno il bullismo, ad essere veramente deboli, perché pensano di poter affermare la propria identità facendo del male agli altri. A volte attaccano chiunque considerano diverso e che vedono come una minaccia. In fondo […] sono dei paurosi che si coprono con la forza».

Da qui è scaturita una rapida ma profonda catechesi sul tema della paura che è «sempre nemica del bene, per questo è nemica dell’amore e della pace. Le grandi religioni — tutte le religioni che ognuno di noi pratica — insegnano tolleranza, insegnano armonia, insegnano misericordia; le religioni non insegnano paura, divisione e conflitto. Per noi cristiani: ascoltiamo Gesù che diceva sempre ai suoi seguaci di non avere paura. Perché? Perché se stiamo con Dio e amiamo con Dio i nostri fratelli, l’amore scaccia il timore (cfr. 1 Gv 4, 18)». Non è quindi l’odio il vero nemico dell’amore ma, prima ancora, la paura. È la paura che paralizza le relazioni umane, minando la fiducia e alimentando la diffidenza verso l’altro, l’ignoto, il diverso. È l’amore ad essere bloccato dalla paura, e così anche la pace non può essere generata perché viene soffocata sul nascere.

Questa breve catechesi “a braccio” sulla paura, provocata dalle parole di Leonardo che poi ha confidato di aver trovato conforto proprio in Gesù il quale, ha ricordato il Papa, «sapeva cosa significa essere disprezzato e respinto […] uno straniero, un migrante, uno “diverso”», getta una luce anche sugli altri discorsi, più “ufficiali” pronunciati dal Papa in questi giorni soprattutto quelli sul tema della pace che ha rappresentato insieme al tema del “proteggere la vita” il cuore del suo viaggio in Giappone.

Quando ad esempio ha parlato al Parco dell’Ipocentro dello scoppio atomico a Nagasaki il Papa ha denunciato con preoccupazione il fenomeno di una “erosione del multilateralismo”, che nasce per lo stesso motivo, la sfiducia e la paura dell’altro: «È necessario rompere la dinamica della diffidenza che attualmente prevale» ha esortato il Papa, conscio che questa dinamica perversa si manifesta nel grande come nel piccolo, tra le grandi potenze internazionali ma anche tra ragazzi a scuola, tra parenti in famiglia, tra cittadini e autorità nelle comunità civili e così via. A livello internazionale la dinamica della diffidenza secondo il Papa «fa correre il rischio di arrivare allo smantellamento dell’architettura internazionale di controllo degli armamenti».

Se il discorso-dialogo con i giovani è stato il discorso più informale e vivace, quello pronunciato a Hiroshima al Memoriale della Pace dopo aver incontrato i sopravvissuti dello scoppio del 6 agosto 1945 è stato senz’altro il più intenso, il momento più drammaticamente alto di tutto il viaggio giapponese del Santo Padre, però la logica sottostante i due discorsi è la medesima: un invito a tutti gli uomini ad avere coraggio, a trovare quella forza che permette di affrontare e vincere la paura, che spinge ad alzare la voce contro l’ingiustizia e rispondere alla dinamica della sfiducia che fa isolare e chiudere in se stessi, rifiutando e aggredendo gli altri.

Intrappolati da questa dinamica gli uomini non possono far nascere la pace. Per riuscirci, dice il Papa, ormai non bastano le parole ma servono anche dei gesti, e il Papa ne ha indicato uno, tanto semplice quanto rivoluzionario e audace da compiere: rinunciare non solo all’uso ma anche al possesso delle armi nucleari. Non si può fare la pace se si è ancora armati. Perché, sono i ragazzi a ricordarcelo, avere le armi non è una prova di forza ma di debolezza, di sfiducia in se stessi e negli altri, è il segno che non si è liberi ma sotto il potere della paura che resta come ha detto il Papa al giovane Leonardo «il grande nemico dell’amore e della pace».

Andrea Monda