· Città del Vaticano ·

Discepoli missionari: mendicanti che liberamente hanno il coraggio di sperare

cq5dam.thumbnail.cropped.500.281.jpeg

21 novembre 2019

Libertà come responsabilità anzi corresponsabilità. È il primo messaggio che Papa Francesco ha voluto portare in Thailandia, partendo proprio dal significato del nome: «Questa terra ha per nome “libertà”. Sappiamo che questa è possibile solo se siamo capaci di sentirci corresponsabili gli uni degli altri e di superare qualsiasi forma di disuguaglianza». Così nel discorso alle autorità nel Palazzo del Governo giovedì mattina. Subito dopo, nel caloroso incontro con il Patriarca Supremo dei Buddisti nel Tempio Reale, il Papa ha ringraziato perché quel nome, “libertà”, non è rimasto lettera morta ma si è incarnata nel rapporto tra le religioni sin da quando «circa quattro secoli e mezzo fa, i cattolici, pur essendo un gruppo minoritario, hanno goduto della libertà nella pratica religiosa e per molti anni hanno vissuto in armonia con i loro fratelli e sorelle buddisti». Lo ha ripetuto nell’omelia della messa celebrata nell’affollato Stadio Nazionale: «Sono passati 350 anni dalla creazione del Vicariato Apostolico del Siam (1669-2019) segno dell’abbraccio familiare prodotto in queste terre. Due soli missionari seppero trovare il coraggio di gettare i semi».

Nel ricordare gli albori della chiesa cattolica in queste terre il Papa implicitamente ricorre all’immagine di Gustav Mahler a lui molto cara sulla tradizione (custodia del fuoco, non venerazione delle ceneri) perché la libertà non è «nostalgia del passato, ma fuoco di speranza». È questo fuoco che rende il cristiano «discepolo missionario», un’espressione che Francesco ripete con insistenza, una endiade stimolante che contiene due movimenti: il discepolo si muove verso un centro, il maestro che ha deciso di seguire, così come il missionario si muove dal centro verso la periferia, in virtù della missione ricevuta dal maestro. Questo doppio movimento scaturisce da un incontro che genera crisi e un nuovo direzionamento della vita, come afferma il primo punto della Deus Caritas est di Benedetto XVI: «All’inizio dell’essere cristiano non c’è una decisione etica o una grande idea, bensì l’incontro con un avvenimento, con una Persona, che dà alla vita un nuovo orizzonte e con ciò la direzione decisiva». È l’incontro con Gesù e il suo Vangelo che mette in moto le persone, il mondo: «È sorprendente notare come il Vangelo» ha osservato il Papa nella sua omelia «sia intessuto di domande che cercano di mettere in crisi, di scuotere e di invitare i discepoli a mettersi in cammino».

Il cammino del cristiano è un ricercare quei membri della famiglia che ancora non si conoscono. Il discorso del Papa segue fedelmente la paradossalità del Vangelo: la famiglia non è solo quella che ci precede, le nostre radici, ma è anche il nostro futuro, il frutto del nostro andare incontro il mondo per abbracciarlo annunciando la Buona Notizia. È necessario, dice il Papa, «aprire il cuore a una nuova misura, capace di superare tutti gli aggettivi che sempre dividono», solo così la famiglia cristiana si è potuta allargare a tutto il mondo, accogliendo anche la “terra della libertà” con i suoi canti, le danze e quel «sorriso thai, così tipico delle vostre terre». Da questa nuova, smisurata, misura, si riconosce il vero discepolo missionario che non è un mercenario a caccia di proseliti «ma un mendicante, che riconosce che gli mancano i fratelli, le sorelle e le madri con cui celebrare e festeggiare il dono irrevocabile della riconciliazione che Gesù dona a tutti noi».

Prima della messa allo Stadio Nazionale, durante la mattina, il Papa aveva salutato molti discepoli missionari all’incontro con il personale medico del St. Louis Hospital, ai quali aveva ricordato che tali discepoli sono quelli che «si aprono a una fraternità mistica, contemplativa, che sa guardare alla grandezza sacra del prossimo, che sa scoprire Dio in ogni essere umano». C’è un segnale che indica quando questo avviene, dice il Papa, «quando, guardando un paziente, imparate a chiamarlo per nome». Gli aggettivi cadono, dalla cultura dell’aggettivo si passa alla teologia del sostantivo. È un passaggio non semplice, a volte si deve stare dentro situazioni estreme perché questo avvenga, quelle situazioni in cui non basta svolgere il mansionario dei propri compiti, ma si deve «andare al di là, aperti all’imprevisto. Accogliere e abbracciare la vita come arriva». In passato Bergoglio aveva usato la metafora del portiere di calcio, che deve essere pronto a ricevere l’attacco e il tiro in porta da qualsiasi parte arrivi, qui l’immagine è quella drammaticamente concreta del Pronto Soccorso, a conferma che la Chiesa è più che mai chiamata a essere ospedale da campo. Per essere protagonisti in questo ospedale che poi è la vita, si deve dunque vivere senza schemi prefissati, idee previe, pregiudizi ma essere aperti all’imprevisto, che nei versi di un poeta italiano premio Nobel, «è la sola speranza».

Andrea Monda