· Città del Vaticano ·

Dall’abisso si alzi oggi la voce degli uomini

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L’appello di Papa Francesco a Nagasaki e Hiroshima

25 novembre 2019

«Da quell’abisso di silenzio, ancora oggi si continua ad ascoltare il forte grido di coloro che non sono più». Un viaggio nell’abisso quello del Papa nella piovosa domenica del 24 novembre tra Nagasaki e Hiroshima, un viaggio per ascoltare, nel silenzio, la voce, anzi per “essere” una voce. Nello stesso discorso al Memoriale della Pace di Hiroshima, conclusivo di questa intensa domenica (quattro incontri pubblici, tre voli aerei), il Papa ha aggiunto: «Desidererei umilmente essere la voce di coloro la cui voce non viene ascoltata e che guardano con inquietudine e con angoscia le crescenti tensioni che attraversano il nostro tempo, le inaccettabili diseguaglianze e ingiustizie che minacciano la convivenza umana, la grave incapacità di aver cura della nostra casa comune, il ricorso continuo e spasmodico alle armi, come se queste potessero garantire un futuro di pace».

Su quest’ultimo punto, il ricorso alle armi, l’appello del Papa è stato perentorio: «L’uso dell’energia atomica per fini di guerra è immorale, come allo stesso modo è immorale il possesso delle armi atomiche, come ho già detto due anni fa. Saremo giudicati per questo. Le nuove generazioni si alzeranno come giudici della nostra disfatta se abbiamo parlato di pace ma non l’abbiamo realizzata con le nostre azioni tra i popoli della terra». I quattro discorsi tenuti a Nagasaki e a Hiroshima ruotano su questo tema della voce, meglio, dell’alzare la voce. Una voce che deve dire, forte e chiaro, la parola “pace”, ma che non sia solo un “suono di parole”; per evitarlo, ha ricordato il Papa citando la Pacem in terris di Giovanni XXIII, deve essere fondata sulla verità, costruita secondo giustizia, vivificata dalla carità e realizzata nella libertà.

Papa Francesco, pellegrino di pace, alza la sua voce in Giappone per scuotere le coscienze di un mondo che in questa terra è stato più volte drammaticamente ferito, sulle orme di Paolo VI che nel 1964 propose di aiutare i più diseredati attraverso un Fondo Mondiale alimentato con una parte delle spese militari. Ricordando quell’appello nel suo primo discorso a Nagasaki, nel Parco dell’Ipocentro dello scoppio atomico, Francesco ha affermato che quella responsabilità «ci coinvolge e ci interpella tutti. Nessuno può essere indifferente davanti al dolore di milioni di uomini e donne che ancor oggi continua a colpire le nostre coscienze; nessuno può essere sordo al grido del fratello che chiama dalla sua ferita; nessuno può essere cieco davanti alle rovine di una cultura incapace di dialogare».

Procedendo a ritroso nel tempo, dall’Ipocentro di quel 9 agosto del 1945, il Papa si è mosso verso il luogo in cui il 5 febbraio 1597 il gesuita Paolo Miki e i suoi compagni furono martirizzati. Sulla collina Nishizaka il sommo pontefice ha ricordato che quel monumento «annuncia la Pasqua, poiché proclama che l’ultima parola — nonostante tutte le prove contrarie — non appartiene alla morte ma alla vita». E anche qui la riflessione del Papa non è stata rivolta solo al passato, ma aperta al presente e al futuro e il suo è stato un appello rivolto ancora verso una voce, una voce che si alzi: «Fratelli, in questo luogo ci uniamo anche ai cristiani che in tante parti del mondo oggi soffrono e vivono il martirio a causa della fede. [...] Preghiamo per loro e con loro, e alziamo la voce perché la libertà religiosa sia garantita a tutti e in ogni angolo del pianeta; e alziamo la voce anche contro ogni manipolazione delle religioni» e qui ha citato il Documento sulla fratellanza umana di Abu Dhabi perché queste manipolazioni vengono operate «dalle politiche di integralismo e divisione dei sistemi di guadagno smodato e dalle tendenze ideologiche odiose, che manipolano le azioni e i destini degli uomini».

Parole coraggiose che trovano la fonte nel sangue dei martiri, ma anche nella fede nella potenza generatrice della misericordia di Dio. Un aspetto fondamentale che emerge dall’omelia della messa celebrata nel pomeriggio nello stadio di baseball di Nagasaki in cui il Papa si è soffermato sulla figura del buon ladrone. Ritorna ancora il tema della voce, perché questo è quello che fa il buon ladrone sulla croce: alza la voce e riconosce, contro ogni prova contraria, la regalità divina di Gesù. «Sul Calvario» commenta Bergoglio, «molte voci tacevano, tante altre deridevano; solo quella del ladrone seppe alzarsi e difendere l’innocente sofferente: una coraggiosa professione di fede. Spetta ad ognuno di noi la decisione di tacere, di deridere o di profetizzare. Cari fratelli, Nagasaki porta nella propria anima una ferita difficile da guarire, segno della sofferenza inspiegabile di tanti innocenti; vittime colpite dalle guerre di ieri ma che ancora oggi soffrono per questa terza guerra mondiale a pezzi. Alziamo qui le nostre voci, in una preghiera comune per tutti coloro che oggi stanno patendo nella loro carne questo peccato che grida in cielo».

In mezzo alle grida che salgono al cielo il Papa esorta il popolo dei cristiani ad alzare la voce e profetizzare, come ha fatto il buon ladrone sulla croce, come hanno fatto i martiri lungo il corso di venti secoli, perché l’alternativa sarebbe il silenzio, l’indifferenza o la derisione e con esse l’allargamento di quell’abisso di silenzio che a Hiroshima e a Nagasaki ha già trovato, nella storia, la sua più implacabile incarnazione.

Andrea Monda