· Città del Vaticano ·

Bellezza e santità, le vie per la Chiesa discepola e missionaria

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22 novembre 2019

«La vera apologia della fede cristiana, la dimostrazione più convincente della sua verità, contro ogni negazione, sono da un lato i Santi, dall’altro la bellezza che la fede ha generato». Le due “vie” indicate dall’allora cardinale Ratzinger sono entrambe presenti nei due discorsi che venerdì mattina, 22 novembre, il Papa ha pronunciato nella parrocchia di San Pietro vicino Bangkok prima ai sacerdoti, religiosi e religiose, seminaristi e catechisti e poi ai vescovi della Thailandia raccolti all’interno del santuario del beato Nicholas Boonkerd Kitbamrung, posto proprio di fronte la chiesa parrocchiale.

La bellezza e la santità. La prima è stata la molla che ha spinto la giovane Benedetta a intraprendere la strada della vocazione religiosa come ha raccontato nel discorso di saluto e, rispondendo proprio alla sua testimonianza, il Papa ha osservato che: «Il Signore ti ha attratto per mezzo della bellezza. È stata la bellezza di un’immagine della Vergine che, con il suo sguardo speciale, è entrata nel cuore e ha suscitato il desiderio di conoscerla di più [...] quanta sapienza nascondono le tue parole! Ridestare alla bellezza, alla meraviglia, allo stupore capace di aprire nuovi orizzonti e di suscitare nuovi interrogativi. Una vita consacrata che non è in grado di aprirsi alla sorpresa è una vita che è rimasta a metà strada». Integrando il discorso con un fuori programma il Papa ha insistito su questa necessità di essere pronti a lasciarsi sorprendere, a essere “sorpresi dalla Gioia” per dirla con C. S. Lewis, perché la vocazione non è un dono per andare per il mondo a «imporre obblighi alle persone [...] ma a condividere una gioia, un orizzonte bello, nuovo e sorprendente». Ritorna, questa volta, esplicitamente, il pensiero di Benedetto XVI, definito “profetico” da Francesco, sul fatto che «la Chiesa non cresce per proselitismo ma per attrazione».

Se si è attratti si diventa anche attraenti, dice il Papa, e si è spinti a «cercare nuovi simboli e immagini, una nuova musica particolare che aiuti i thailandesi a risvegliare la meraviglia che il Signore ci vuole donare». La riflessione si apre al tema dell’inculturazione, particolarmente urgente in questo tempo, che Bergoglio affronta con profondità e intensità: «Non dobbiamo avere paura di inculturare il Vangelo sempre di più», dobbiamo, dice il Papa, «cercare con coraggio i modi per proclamare la fede “in dialetto“, alla maniera in cui una madre canta la ninna nanna al suo bambino [...] lasciare che il Vangelo si svesta di vestiti buoni ma stranieri, per risuonare con la musica che a voi è propria in questa terra e far vibrare l’anima dei nostri fratelli con la stessa bellezza che ha incendiato il nostro cuore». La Chiesa come madre, come mamma che con intimità e calore canta la ninna nanna al suo bambino. O come una nonna che prega e lavora, tutto insieme, per tutta la giornata. Il volto femminile della Chiesa emerge nuovamente dall’invito che il Papa rivolge ai religiosi rispetto a una “intimità” con la preghiera, «un’intimità come quella di quei nonni, che pregano assiduamente il Rosario. Quanti di noi abbiamo ricevuto la fede dai nostri nonni! E li abbiamo visti così, tra le faccende della casa, con la corona in mano consacrare tutta la giornata. La contemplazione nell’azione, permettendo a Dio di entrare in tutte le piccole cose di ogni giorno».

La bellezza e la santità. L’esempio dei nonni rivolto ai religiosi ha a che fare con la santità, quella “della porta accanto” di cui parla spesso il Papa e di cui ha parlato nella stessa mattina incontrando i vescovi della Thailandia. Le piccole cose di ogni giorno, infatti, non sono piccole, ogni vita è grande, è degna, aveva detto in viaggio tornando dall’incontro “storico” vissuto ad Abu Dhabi lo scorso 4 febbraio, e ieri ha ripetuto che «ogni vita vale agli occhi del Maestro». Questa convinzione ha spinto gli apostoli e poi i missionari a dedicarsi agli uomini lì dove e come erano «senza scartare alcuna terra, popolo, cultura o situazione. Non hanno cercato un terreno con garanzie di successo; al contrario, la loro “garanzia” consisteva nella certezza che nessuna persona e cultura fosse a priori incapace di ricevere il seme di vita, di felicità e specialmente dell’amicizia che il Signore desidera donarle. Non hanno aspettato che una cultura fosse affine o si sintonizzasse facilmente con il Vangelo; al contrario si sono tuffati in quelle realtà nuove convinti della bellezza di cui erano portatori». Il Papa parla dei santi e dei missionari del passato, della loro capacità di inculturazione, alle sue spalle riposa il corpo del beato Nicholas Boonkerd Kitbamrung apostolo di queste terre, ma ha gli occhi ben aperti sul presente e sul futuro della Chiesa mentre pronuncia con passione il suo discorso ai fratelli dell’episcopato in terra thailandese che invita a non rifugiarsi «in pensieri e discussioni sterili che finiscono col centrarci e rinchiuderci in noi stessi, paralizzando ogni tipo di azione. Impariamo piuttosto dai santi». La preoccupazione del Papa è che la discussione sulle “strutture” spenga ogni possibilità dello Spirito di soffiare, la via per uscire da queste “secche” è quella di «imparare a credere al Vangelo e a lasciarsi trasformare da esso», seguendo l’esempio dei santi appunto e il Papa ne cita uno a lui molto caro: «Ci farà bene ricordare il grande Paolo VI: “Evangelizzatrice, la Chiesa comincia con l’evangelizzare se stessa”». Solo così la Chiesa potrà diventare un popolo di «agguerriti lottatori per le cose che il Signore ama e per le quali ha dato la vita», aveva detto poco prima parlando ai religiosi, augurando loro di avere sentimenti e sguardi capaci di «palpitare al ritmo del suo Cuore». Per chi ha potuto partecipare a questa intensa mattinata nella parrocchia di San Pietro, si può dire che il cuore del popolo dei cattolici thailandesi ha palpitato di gioia intorno al suo Pastore venuto in visita nella “terra della libertà”.

Andrea Monda