· Città del Vaticano ·

Lettere dal direttore

cq5dam.thumbnail.cropped.500.281.jpeg

07 ottobre 2019

Nel breve commento al Vangelo di domenica, pronunciato durante l’appuntamento con i fedeli in piazza San Pietro per la recita dell’Angelus, il Papa ha usato una parola sorprendente riferita a Dio e cioè “indifferente”. Per meglio dire: Francesco ha preso in esame la parabola che Gesù dice ai suoi discepoli per far comprendere loro cosa significa essere “servi inutili”, una «parabola che al primo impatto risulta un po’ sconcertante, perché presenta la figura di un padrone prepotente e indifferente». In effetti il servo della parabola svolge tutto il suo lavoro e dal padrone non riceva neanche una parola, né di rimprovero né di elogio, niente, solo appunto, indifferenza. E tutti sappiamo come non ci sia niente di peggio, neanche l’odio più “caldo”, rispetto al freddo e silenzioso volto di chi resta indifferente. Poi il Papa ha spiegato il perché di questo atteggiamento del padrone, figura di Dio: «Proprio questo modo di fare del padrone fa risaltare quello che è il vero centro della parabola, cioè l’atteggiamento di disponibilità del servo. Gesù vuole dire che così è l’uomo di fede nei confronti di Dio: si rimette completamente alla sua volontà, senza calcoli o pretese». Di questo tipo di servi ha bisogno la Chiesa ha ribadito Francesco: «Servi inutili, cioè senza pretese di essere ringraziati, senza rivendicazioni. “Siamo servi inutili” è un’espressione di umiltà, disponibilità che tanto fa bene alla Chiesa». Tutto chiarito quindi.

Però quel temine ha messo in moto un procedimento mentale che mi ha riportato alla mente il grande tema del silenzio di Dio, uno struggente film di Bergman (Luci d’inverno, del 1963 ma di recente riproiettato e al centro di una tavola rotonda a Bologna) e soprattutto il saggio del 1938 di Karl Rahner Tu sei il silenzio, un testo teologico straordinario del grande gesuita tedesco che senza dubbio il Papa conosce bene e che pone in poche pagine, scarne quanto vertiginose, tutta la poderosa essenza del mistero della condizione dell’uomo e in particolare dell’uomo credente.

Il punto di partenza è che Rahner ci dice che proprio così è l’uomo di fede nei confronti di Dio, un uomo che rivolge “parole al silenzio”, come recita il titolo originale del saggio, Worte ins Schweigen. «La mia insoddisfazione sei tu,» scrive Rahner, «se ogni mia conoscenza non può che finire nella tua incomprensibilità; l’eterna inquietudine di questo spirito senza pace sei tu. Dovrà cadere davanti a te senza risposta ogni domanda? Sei tu solo il “fatto” muto, davanti a cui cade, impotente ogni tentativo di intelligenza?». Il ragionamento è serrato, capace di condurre il lettore sul bilico della dimensione abissale della vita: «Ma se tu non fossi l’incomprensibile, mi saresti soggetto; io ti avrei concepito e compreso e tu apparterresti a me, non io a te. E sarebbe l’inferno, la sorte dei dannati, qualora io finito, con il mio definito essere, appartenessi a me stesso; fossi ridotto in eterno a far la ronda nel carcere della mia finitudine». Uno squarcio di luce ricco di speranza c’è nel testo di Rahner e soprattutto si trova nel grande saggio che tre anni dopo il teologo pubblicherà con il titolo Uditori della parola che parte proprio dalla prospettiva opposta: è Dio che parla, anzi Cristo è la sua Parola, e gli uomini vivono questa condizione essenziale, quella dell’ascolto, da cui, come afferma San Paolo, scaturisce la fede.

A.M.