· Città del Vaticano ·

Lettere dal direttore

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12 settembre 2019

Paul Claudel, il grande poeta francese, a cavallo tra la fine degli anni Quaranta e i primi anni Cinquanta, venne invitato a Napoli a tenere una conferenza sulla poesia. L’artista ultraottantenne fu aiutato e portato praticamente a braccio da un paio di persone sul palco da dove cominciò la sua relazione con queste parole: «Alla mia età il mio corpo non mi permette più di camminare come si deve, ma posso ancora inginocchiarmi, e questo mi basta». A raccontarmi questo episodio è stato un testimone oculare di quell’evento, il calabrese padre gesuita Ferdinando Castelli che quel giorno si trovava per motivi di studio a Napoli e andò intenzionalmente all’incontro con il celebre romanziere. Padre Castelli, indimenticato e indimenticabile maestro della critica letteraria, fino all’ultimo dei suoi 93 anni ha esercitato il suo ruolo di rabdomante di Dio nelle pagine dei romanzieri di tutto il mondo. Chi lo ha conosciuto ricorda il suo brio e lo spirito lieto che aveva e sapeva trasmettere con il suo sguardo pungente e sorridente, eppure ricordo che questo episodio, che più di una volta mi ha raccontato (a volte con l’aggiunta di un commento: «È stato un grande uomo di fede»), impresso nella memoria, ancora dopo tanto tempo, lo commuoveva al punto che oltre quello sguardo e nel timbro della voce si poteva scorgere un riflesso, un fulmineo barlume e cogliere un tremore rivelatore. Rivelatore di una profonda commozione appunto, a conferma del fatto che la vita sia più che altro il frutto di una lunga, direi quotidiana, serie di incontri che, spesso in modo misterioso, ci hanno toccato e, alla lunga, cambiato.

A.M.