· Città del Vaticano ·

Un cuore che vede

cq5dam.thumbnail.cropped.500.281.jpeg

20 aprile 2019

«Quando sarò elevato attirerò tutti a me». Venerdì sera è stato il momento dell’elevazione e tutti gli occhi del mondo sono stati puntati su quella croce, il “trono” di un re che non è di questo mondo.

Tutti gli occhi puntati, a guardare; ma anche a vedere? Quando Pasolini incontrò Madre Teresa di Calcutta appuntò sul suo diario dall’India che Madre Teresa è una piccola suora albanese che «quando guarda, vede».

Nelle meditazioni scritte da suor Eugenia Bonetti, questa piccola suora milanese, ritorna l’invocazione “Signore, aiutaci a vedere”, che il Papa ha fatto sua nella riflessione orante con cui si è concluso il rito della Via Crucis al Colosseo. «Signore Gesù, aiutaci a vedere nella Tua Croce tutte le croci del mondo» ha ripetuto il Papa e poi ha declinato il catalogo di queste croci del mondo.

I cristiani sono educati a vedere nelle altre persone dei fratelli, a scorgere nel volto del prossimo sofferente il volto di Cristo, nostro Primogenito. Venerdì sera il Papa ha invitato i cristiani ma anche tutti gli uomini del mondo a contemplare il crocifisso e quindi a volgere lo sguardo verso le altre croci sparse nel mondo, spesso così vicine da sfuggire alla vista di un cuore distratto. Perché è il cuore l’organo della vista. Benedetto XVI nella sua prima enciclica ricorda che il programma del cristiano è «il programma del buon Samaritano, il programma di Gesù — è un cuore che vede» (Deus caritas est, n. 31).

La prima croce è quella «delle persone affamate di pane e di amore», perché “non di solo pane vive l’uomo”, fame di amore e sete di giustizia e di pace. Ma esistono tante croci, ognuna di queste sedici categorie che il Papa ha elencato meriterebbe una profonda riflessione: c’è la croce della solitudine di chi è abbandonato «perfino dai propri figli e parenti», la croce forse più diffusa nelle grandi città, soprattutto per gli anziani «che si trascinano sotto il peso degli anni e della solitudine». C’è la croce «dei piccoli, feriti nella loro innocenza e nella loro purezza» e la doppia croce delle persone consacrate, quelle fedeli alla vocazione che «si sentono rifiutati, derisi e umiliati» e quelli che «strada facendo, hanno dimenticato il loro primo amore» e lo stesso schema si ripete per tutti i figli di Dio, quelli emarginati perché fedeli e quelli che cadono sotto il peso della croce delle proprie fragilità e debolezze. E così è per la Chiesa fedele ma anche affaticata, che si sente «assalita continuamente dall’interno e dall’esterno». Infine ci sono quelli che vivono fuori dalla Chiesa, c’è la croce «delle persone che non hanno il conforto della fede» la croce «dell’umanità che vaga nel buio dell’incertezza e nell’oscurità della cultura del momentaneo».

La lotta è tra l’oscurità e la luce. Ancora una volta è un fatto di sguardo, di visione, di occhi e di cuore. Il cuore del pastore che prova compassione per il suo gregge, il popolo di Dio nella sua totalità che contiene chi resiste e rimane fedele e chi cade lungo il cammino. All’opposto ci sono i «cuori blindati», di quelli che non vedono la croce dei migranti e chiudono loro le porte per paura, «occhi egoistici» e «accecati dall’avidità e dal potere» che non vedono la croce «della nostra casa comune che appassisce».

Non basta allora guardare, né sforzarsi di farlo, è necessario chiedere aiuto all’altro, all’Altro, per riuscire finalmente a vedere.

Andrea Monda