Variazioni su Dostoevskij

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01 giugno 2021

Servi non schiavi


Nel cristianesimo, nell’autentico cristianesimo, ci sono e ci saranno padroni e servi, ma uno schiavo è impossibile persino immaginarselo. I servi non sono schiavi. Io parlo dell’autentico e perfetto cristianesimo. Il discepolo Timoteo serviva Paolo, quando andavano insieme, ma leggete le lettere di Paolo a Timoteo: forse egli scrive a uno schiavo? Perdonate, ma non si direbbe nemmeno che scriva a un servo. Egli è il «figlio Timoteo», il suo figlio prediletto. Ecco, certamente questi saranno i rapporti tra il padrone e i suoi servi, se gli uni e gli altri diventeranno perfetti cristiani! Ci saranno servi e padroni, ma i padroni non saranno padroni e i servi non saranno schiavi.

«Diario di uno scrittore» ( pss 26, 163)

Questa nota è tratta dal Diario di uno scrittore dell’agosto 1880. Essa induce a riflettere sul differente significato che hanno il termine «servo» e «schiavo» alla luce della fede in Cristo.

Dostoevskij è lapidario: «Nel cristianesimo, nell’autentico cristianesimo, ci sono e ci saranno padroni e servi, ma uno schiavo è impossibile persino immaginarselo».

Forse il richiamo alle etimologie delle due parole può essere utile a capire la profonda differenza di significato che le attraversa. In russo schiavo è «rab» da una radice panslava «orb», molto simile al latino «orbus», che è l’orfano, la persona che manca di tutto e che per questo motivo si deve adattare ai lavori più umili. Il servo invece è «slugá», da una radice baltica «pãslauga» che significa «aiuto». Il servo è quindi uno che aiuta, un collaboratore mentre lo «schiavo» è chi è privato non solo di ogni diritto ma persino della sua volontà e quindi anche della sua libertà.

Nel cristianesimo, dice Dostoevskij, «ci saranno servi e padroni, ma i padroni non saranno padroni e i servi non saranno schiavi», proprio volendo significare la libertà e l’autonomia con cui, nel rispetto dei reciproci ruoli, si compie il «servizio» di entrambi. Il servitore autentico è uno che mantiene la sua dignità e indipendenza proprio perché gli vengono riconosciute quella volontà e quella libertà — e non è un caso che nella lingua russa questi due termini si rendono con un unico vocabolo: «volja» — che invece sono negate allo schiavo.

Molto spesso è ancora una volta l’uomo a rinunciare a una tale posizione di privilegio che gli è stata assegnata per preferire le vie della schiavitù e dell’idolatria, ma non per questo — come lascerà intendere Dostoevskij nella leggenda del Grande inquisitore — egli potrà accusare Cristo di non averlo voluto e volerlo sempre libero.

a cura di Lucio Coco

(continua)


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