28 agosto: memoria liturgica di sant’Agostino vescovo di Ippona e Dottore della Chiesa
L’impegno per rinsaldare la comunione ecclesiale

Teologo dell’unità

 Teologo dell’unità   QUO-197
28 agosto 2025

di Giuseppe Caruso*

Agostino è stato definito il «teologo dell’unità»: una definizione quanto mai appropriata dal momento che questo tema attraversa, in modo trasversale, i diversi ambiti della sua vasta e multiforme riflessione. Una prima forma di unità è quella che ogni persona umana deve trovare con sé stessa. L’Ipponense ritiene che ogni uomo e ogni donna sia un essere infinitamente desiderante: il desiderio della felicità è, che ne siamo consapevoli o meno, il motore segreto di ogni scelta e di ogni decisione. Agostino lo afferma in termini estremamente espliciti in un discorso pronunciato in onore dei martiri della “Massa candida” uticense: «Ogni uomo, chiunque egli sia, vuole essere felice. Non c’è nessuno che non lo voglia e che non lo voglia al di sopra di tutte le cose; anzi, chiunque desidera altre cose, le vuole unicamente a questo scopo» (Discorso 306, 2.3).

Ma non è sempre agevole trovare la strada per poter dare compimento a questo desiderio: è molto facile smarrirsi nella vana ricerca di molti beni passeggeri e caduchi che, per un errore di valutazione, vengono ritenuti capaci di saziare la fame profonda di felicità che sempre alberga nel cuore di ognuno.

Illusione dal quale, prima o poi, si viene tristemente disillusi, come racconta Agostino che, giunto all’apice della sua carriera di retore, in procinto di pronunciare un discorso davanti all’imperatore bambino Valentiniano II, si definiva miser in quanto dedito alla ricerca di onori e guadagni, tutte cose che non possono effettivamente dare la felicità, ma solo un simulacro, per altro effimero, di essa.

Finalmente, guidato dalla predicazione di Ambrogio e dai consigli del presbitero milanese Simpliciano, Agostino prende piena coscienza della vanità di tanti suoi desideri e unifica il suo cuore verso l’unica realtà che davvero può rispondere alla sua ansia di infinita beatitudine, Dio stesso, che egli prega con quelle solenni parole: «Cercando te, Dio mio, io cerco la felicità della mia vita. Ti cercherò dunque perché l’anima mia viva» (Confessioni X, 20.29). Dio riempie tutto l’orizzonte del desiderio umano, unificando il cuore che non ha più bisogno di disperdersi nell’inseguimento delle molte cose che lo attirano, ma che non possono appagarlo veramente: «Si allontani, Signore, dal cuore del tuo servo, che si confessa a te, il pensiero che qualsiasi godimento possa rendermi felice […]. Questa è la sola felicità, gioire per te, di te, a causa di te, e fuori di questa non ve n’è altra» (Confessioni X, 22.33).

Dio stesso è venuto incontro all’umanità; in Cristo egli si è reso presente sulle vie del mondo perché ogni persona umana, stanca e sperduta, possa avere accesso a colui che davvero può dargli la felicità: «Cerchi la via? Ascolta il Signore; è la prima cosa che egli ti dice. Ti dice: Io sono la via […] Fintantoché, dimorando nel corpo, siamo esuli dal Signore, ci tocca camminare nella fede; ma quando avremo percorso la via e saremo giunti in patria, gusteremo la più grande letizia, godremo la più completa beatitudine. Sarà perfetta pace» (Discorso 34, 9-10).

Questo viaggio verso la felicità, che è Dio stesso, però non si fa da soli, senza riferimento a una comunità che accoglie e accompagna. Cristo istruisce i suoi discepoli parlando alla loro interiorità e li conduce ad assentire al lieto messaggio del Vangelo; questo però viene trasmesso e testimoniato da una comunità, la Chiesa, che prolunga l’azione di Cristo stesso nella storia. In uno scritto teso a contrastare i Manichei, Agostino afferma: «Io stesso non crederei al Vangelo, se non mi spingesse a credere l’autorità della Chiesa cattolica» (Contro la lettera di Mani detta del Fondamento 5.6). La comunità che dal Vangelo trae il suo fondamento e che pone sé stessa, senza sconti e riserve, al servizio del Vangelo è autorevole nel proporre la dottrina del suo Maestro.

Dalla Chiesa, che unita a Cristo suo capo costituisce il Christus-totus, Agostino ha ricevuto l’annuncio della fede; da questa è stato accolto e rigenerato attraverso le acque del battesimo: l’unione a Cristo coincide quindi con l’inclusione nella comunione del corpo ecclesiale: «Vi rendete conto della grazia che Dio ha profuso su di noi? Stupite, gioite: siamo diventati Cristo! Se Cristo è il capo e noi le membra, l’uomo totale è lui e noi. È questo che dice l’Apostolo (Ef 4, 14). Pienezza di Cristo sono dunque il capo e le membra. Cosa vuol dire il capo e le membra? Il Cristo e la Chiesa» (Commento al Vangelo di San Giovanni 21, 8).

La Chiesa è il corpo di Cristo, come lo è l’Eucaristia; ciò crea tra questi due modi della presenza del Signore nel mondo uno stretto legame. Ogni volta che un fedele cristiano si accosta a ricevere il pane eucaristico, riceve il corpo del Signore, cioè del capo che ha unito a sé tutti i battezzati, sue membra: proprio per questo l’Eucaristia è segno e strumento di comunione con Cristo-Dio, certo, ma anche con i fratelli, attraverso la mediazione di Cristo. La riflessione agostiniana dilata la prospettiva della partecipazione al banchetto eucaristico liberandola da ogni tentazione individualistica: «Se vuoi comprendere [il mistero] del corpo di Cristo, ascolta l’Apostolo che dice ai fedeli: «Voi siete il corpo di Cristo e sue membra» (1 Corinzi 12, 27). Se voi, dunque, siete il corpo e le membra di Cristo, sulla mensa del Signore è deposto il mistero di voi: ricevete il mistero di voi» (Discorso 272).

Agostino ha insistito moltissimo sulla necessità di fare ogni sforzo per rinsaldare la comunione ecclesiale forte della convinzione che Cristo porta l’unità: la porta nell’interiorità della singola persona, cioè in quel santuario dove possiamo incontrare, facendo astrazione dalle tante cose che abitualmente ci distraggono, Dio stesso, e così spegnere l’incendio dei tanti desideri ingannevoli e dispersivi; la porta, al contempo, tra le diverse persone che, strettamente congiunte a Lui, si uniscono anche tra di loro attraverso il vincolo di una comunione cementata dalla carità.

Gli Atti degli Apostoli, descrivendo la comunità di Gerusalemme, affermano che i fedeli avevano «un cuor solo e un’anima sola» (At 4, 32), Agostino in uno dei suoi primi scritti esegetici ha inteso questo brano nel senso dell’unificazione che ogni fedele deve operare dentro di sé: ognuno deve prendere le distanze dalle confuse passioni per le cose effimere: «Se bramiamo essere stretti all’unico Dio e Signore nostro, dobbiamo dunque essere appartati e semplici, cioè isolati dall’affollata turba delle cose che nascono e muoiono, innamorati dell’eternità e dell’unità» (Esposizione sul salmo 4, 10).

In seguito arricchisce la sua esegesi e all’inizio della sua Regola monastica ne dà un’interpretazione comunitaria: «Il motivo essenziale per cui vi siete insieme riuniti è che viviate unanimi nella casa e abbiate unità di mente e di cuore protesi verso Dio» (Regola 1.2). Qui il «cuore solo e anima sola» sono quelli dei molti che, unificati interiormente dall’essere completamente rivolti verso Dio, trovano una concordia in grado di superare ogni divisione ed egoismo e per diventare effettivamente in illo uno, unum, una cosa sola nell’unico Cristo (Esposizione sul salmo 127, 3).

*Agostiniano, docente del Pontificio Istituto Patristico Augustinianum


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