Nel padre della Chiesa l’uomo contemporaneo trova risposta agli interrogativi del proprio cuore

L’attualità di un inquieto
ricercatore della Verità

 L’attualità di un inquieto ricercatore della Verità   QUO-197
28 agosto 2025

di Tiziana Campisi

Che cosa ha da dire all’uomo di oggi sant’Agostino? Ancora tanto. Seppure siano trascorsi quasi sedici secoli dalla sua morte, avvenuta il 28 agosto 430 a Ippona, l’odierna Annaba, in Algeria, in questo padre della Chiesa, che, attratto dalla Sapienza, è stato filosofo, monaco, teologo, sacerdote e vescovo, inquieto ricercatore della Verità, tutti ritrovano gli interrogativi del cuore, i moti dell’anima, le crisi interiori, le conquiste dell’intelletto, le gioie degli affetti. In Agostino troviamo risposte a quelle domande di senso che talvolta tormentano, scuotono; ma soprattutto troviamo noi stessi. Perché in fondo, quell’interiorità che lui ha scandagliato è la nostra, quelle insoddisfazioni, emozioni e delusioni che lui ha descritto e analizzato così bene ci appartengono.

E sono anche le sue esperienze a farci specchiare, le amicizie, i ragionamenti sulle cose del mondo e soprattutto quell’anelito verso l’infinito che porta fede e ragione a dialogare. Dunque, in quel viaggio dentro di sé che lui ha intrapreso, condividendolo in innumerevoli scritti, porta ogni uomo, e a quell’analisi schietta della propria coscienza conduce un po’ tutti. E lo si potrebbe, per questo, definire «padre dell’interiorità», perché insegna ad entrare nella parte più intima del proprio io, ad innalzarsi con lo spirito e a trascendere per incontrare Dio.

Solo elevazioni? Tutt’altro, Agostino aiuta a comprendere che la via, la verità e la vita è Gesù Cristo, Dio fattosi carne, e offre la chiave dell’umiltà per poterlo conoscere. Giovanni Papini, scrittore, poeta e saggista vissuto fra l’Ottocento e il Novecento, nel suo Sant’Agostino, scrive che il vescovo di Ippona «è uno di quegli uomini per i quali non esiste la morte» e «si ha l’impressione, dopo che s’è praticato un po’ di tempo, d’averlo conosciuto, d’averci parlato, d’essere amici». E rende bene l’idea, ancora Papini, quando afferma che «tutti i celebri sopravvivono colla memoria dell’opere, ma è, il più delle volte, una memoria nozionale e non affettiva: son presenti nelle statue, nei libri, nei cervelli ma lontani da cuore. Quella d’Agostino, invece, è una presenza concreta, quasi palpabile, intima».

Ci insegna, il grande padre della Chiesa, che l’uomo è bisognoso di Dio, e lo spiega ne La città di Dio (XII, 1, 3), come «questa natura è stata creata in tanta eccellenza che, pur in sé stessa mutevole, può conseguire la felicità unendosi al bene immutabile, cioè al sommo Dio. Inoltre non potrebbe colmare la propria indigenza se non divenendo beata, e Dio soltanto può colmarla». Poi ci aiuta a decifrare meglio l’esistenza, ricordando «che noi conduciamo una vita misera in questo corpo mortale che appesantisce l’anima», ma «vivendo nella fede, nella speranza e nella carità, pellegrinando in questo mondo in mezzo a faticose e pericolose prove, ma anche sostenuti dalle consolazioni materiali e spirituali che Dio elargisce, noi camminiamo verso la visione beatifica, perseverando in quella via che Cristo ha fatto di se stesso per gli uomini» (Commento al Vangelo di San Giovanni 124, 5). E la storia, sulla quale tanto ci interroghiamo, la scrive Dio insieme agli uomini, chiarisce nel Discorso 169 (11, 13), precisando che «tutto procede da Dio; non però restando noi come sonnacchiosi, come restii ad ogni sforzo, quasi contro voglia. Senza la tua volontà, in te non ci sarà la giustizia di Dio. Indubbiamente la volontà non è che la tua, la giustizia è solo di Dio. Senza la tua volontà, la giustizia di Dio può esserci, ma in te non può esserci se sei contrario»; «chi ti ha formato senza di te, non ti renderà giusto senza di te».

Sono tantissime le omelie in cui il vescovo di Ippona affronta temi di attualità, tratta problemi concreti, aiuta a leggere la realtà alla luce della fede. «Dio può fare delle cose di cui tu non capisci il motivo; ma non può fare nulla di ingiusto, poiché presso di lui non c’è iniquità — dice nell’Esposizione sul Salmo 61,21-22 —. Tu rimproveri Dio come se fosse ingiusto ...Non lo rimprovereresti d'ingiustizia se tu non avessi un'idea della giustizia ...Tu vedi che una cosa è ingiusta in riferimento a una certa norma di giustizia, sulla quale misuri ciò che ti sembra sconveniente. Vedendo che una cosa non corrisponde alla norma che ritieni esatta, la condanni, come un artefice che distingue ciò che va bene da ciò che va male». E prosegue: «Va’ oltre, va’ lassù ove Dio ha parlato una volta sola. Ivi troverai la fonte della giustizia, come anche la fonte della vita».

A proposito del male, poi, con queste parole ci guida a riflettere: «Tu vuoi discutere sul motivo per cui Dio abbia permesso il delitto prima di praticare quei doveri che ti renderebbero degno di intavolare una simile discussione. O uomo, io non sono in grado di palesarti il disegno di Dio», ma «questa è la grandezza di Dio: essere autore del bene che tu fai e saper ricavare il bene anche dal tuo male. Non stupirti, dunque, se Dio permette il male. Lo permette per un suo giudizio; lo permette entro una certa misura, numero e peso. Presso di lui non c’è ingiustizia».

E oggi, guardando al mondo ferito da guerre e conflitti, è assai prezioso l’invito di Agostino al dialogo: «Titolo più grande di gloria è proprio quello di uccidere la guerra con la parola, anziché uccidere gli uomini con la spada, e procurare o mantenere la pace con la pace e non già con la guerra» (Lettera 229, 2).