Hic sunt leones
La sfida africana

di Giulio Albanese
“How to write about an african election” (Cosa scrivere riguardo a un’elezione africana) è una sorta di guida per i giornalisti di recente pubblicazione realizzata, in collaborazione con la scuola universitaria sudafricana di comunicazione Fray College, da Africa No Filter, comunità di analisti e ricercatori che lavorano per cambiare le narrazioni stereotipate dell’Africa e che già curano il Global Media Index per l’Africa, il primo report che valuta e classifica criticamente i media globali di alto livello in base alla loro copertura del continente. Si tratta di uno strumento che se sufficientemente diffuso e adottato darebbe un contributo importante a una comunicazione efficace e veritiera sull’Africa e forse non solo.
Sempre più spesso, infatti, raccontare i processi elettorali è un’attività giornalistica (e informativa in genere) che in tutto il mondo non sfugge generalmente all’appiattimento su luoghi e strumenti comuni, dallo spazio acritico dato a promesse destinate a dissolversi appena proclamati i risultati del voto, ai sondaggi più o meno attendibili, dai profili dei diversi candidati in cui gli aspetti personali si soprappongono all’esame accurato delle esperienze politiche e amministrative, alla concentrazione su scandali veri o presunti, fino al malvezzo di rilanciare false notizie uscite su internet. In Africa a tutto questo si aggiunge, nella stampa locale e soprattutto in quella internazionale, un pigro abbandono a stereotipi quali l’esclusiva concentrazione sulle èlite politiche, a danno non solo dei programmi dei candidati, ma anche soprattutto alla pluralità di voci della società civile, delle comunità religiose e del mondo accademico.
Questo strumento non ha soltanto un impiego tecnico, ma scaturisce da analisi di casi studio che evidenziano quanto la copertura giornalistica delle tornate elettorali africane insista su storie di tensioni etniche, corruzione e vari cliché che dipingono le elezioni africane come caotiche e spesso irregolari. Le elezioni africane sono cioè spesso soggette a una narrazione travisata che trascura le complessità dei processi democratici africani, perpetuando stereotipi di caos e illegittimità. Questi luoghi comuni familiari sono stati particolarmente evidenti nella copertura mediatica delle elezioni in paesi come Senegal, Sud Africa, Gabon, Kenya, Nigeria, Zimbabwe, Zambia, Egitto e Sud Sudan, contribuendo a fissare l’immagine di un “continente spezzato”. Questo lascia inosservati — e quindi non comunicati alle opinioni pubbliche — la vivacità e il progresso democratico compiuti all’interno di queste nazioni. Parlare attraverso stereotipi finisce cioè per trascurare le complessità e le sfumature dei processi elettorali del continente, mancare di una visione equilibrata e lasciare fuori questioni assai importanti, dall’impegno democratico, alle diverse voci dell’elettorato a quelli, soprattutto, che sono davvero gli interessi dei cittadini.
Moky Makura, direttore esecutivo di Africa No Filter, ha affermato: «In tutto il mondo, le elezioni sono una delle notizie più ampiamente trattate, a causa delle loro conseguenze di vasta portata. How to Write About an African Election è stato progettato per affrontare e smantellare gli stereotipi pervasivi che persistono sulle elezioni in Africa. Questa guida non riguarda semplicemente la trasformazione del modo in cui vengono raccontate le storie; riguarda la ridefinizione della narrazione globale sull'Africa attraverso una rappresentazione più attenta della democrazia africana».
Come scrive Azure Imoro Abdulai, giornalista ghaese che ha partecipato al progetto, «… per raggiungere questo cambiamento, How to Write About an African Election sottolinea l’importanza di esplorare angoli poco segnalati che celebrano la resilienza democratica e il progresso dell'Africa. Ad esempio, i giornalisti possono concentrarsi su questioni come proposte politiche, programmi socioeconomici e le sfide che vari candidati mirano ad affrontare. Invece di rafforzare l'ipotesi di corruzione e violenza, questa guida incoraggia i giornalisti ad approfondire storie che illuminano i successi all'interno delle democrazie africane, che si tratti di partecipazione giovanile, innovazioni tecnologiche nel voto o mobilitazione politica di base». Va aggiunto che i casi studiati da questo vademecum per giornalisti dimostrano i progressi e la crescente professionalità dei processi elettorali africani.
Sempre secondo Azure Imoro Abddlai, «…concentrandosi sulla governance, sui dibattiti politici e sui successi elettorali, i giornalisti possono creare una narrazione che parli delle complessità e delle infinite possibilità presenti nelle elezioni africane. Questo approccio funge da contraltare al discorso dominante di un continente frammentato, fornendo una lente che è tanto onesta quanto stimolante».
Da parte sua, riferendo su “How to write about an african election”, il mensile comboniano «Nigrizia» riporta anche i diversi consigli operativi per i giornalisti che contiene. Il primo è «…lasciare da parte l’approccio tradizionale che consiste nel seguire le elezioni da una sala stampa, dare spazio solo alle note e ai comunicati ufficiali, alle conferenze stampa e ai contatti consolidati, ma rappresentare il pubblico, il mondo della società civile, il mondo accademico, lasciare esprimere opinioni anche allo scopo di dare una direzione futura a chi sarà chiamato a governare. Ovviamente questo non vuol dire nascondere gli aspetti critici, ma vuol dire dimenticare i titoli standardizzati che sottolineano, ad esempio, tribalità e tensioni etniche e riportano solo le storie sensazionalistiche». Il che, per la verità, è già un impegno pluridecennale della stampa cattolica e segnatamente di questo giornale che ha annoverato alcune tra le firme più prestigiose, attente e documentate della categoria, soprattutto per quanto riguarda l’informazione internazionale.
Un modo utile a questo scopo può essere prendere contatti con i media locali, anche quelli più piccoli e creare una forma di collaborazione affinché ci sia una variegata presenza di storie, voci ed opinioni. E queste voci dovrebbero essere soprattutto quelle che di solito restano sottorappresentate, più spesso mute: le donne, i giovani, i disabili. E anche i fixer, quelle persone che accompagnano e facilitano il lavoro dei giornalisti, specialmente nei reportage internazionali o in zone di conflitto, quando si tratta di accompagnare e lavorare con giornalisti e media esteri, dovrebbero insistere affinché la copertura vada al di là del solito modo di raccontare il continente e faccia uno sforzo per dare un risvolto più preciso, totale e autentico di una cronaca, quella delle elezioni, che è un momento cruciale per far conoscere quel determinato Paese.
In estrema sintesi, un lavoro più accurato e fuori dagli schemi stereotipati, non è solo una questione di deontologia professionale e un servizio dovuto ai lettori, ma può generare maggiore interesse. Dopo tutto, ricorda Nigrizia, «la posta in gioco è enorme e il modo in cui le elezioni vengono coperte dai media avrà implicazioni non solo nei rapporti tra gli Stati, ma anche nell’economia, nelle scelte degli investitori. Senza contare la percezione nei lettori, soprattutto in quelli dall’altra parte del mondo».