A colloquio con Emad Abu Kishk, presidente dell’Università Al-Quds

I giovani costruiranno
la pace e la Palestina

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15 dicembre 2023

Emad Abu Kishk è il presidente dell’Università Al-Quds di Palestina, ed è considerato uno tra i più ascoltati consiglieri del presidente dello Stato di Palestina, Mahmud Abbas. Giurista, insegnante di dottrine politiche nello stesso ateneo, guida la più conosciuta realtà accademica di Palestina da ormai quasi 10 anni, e ricopre numerosi incarichi pubblici nelle istituzioni statali palestinesi, come la Commissione anti-corruzione, l’Accademia nazionale per la pubblica amministrazione, e il Waqf (l’istituzione che governa la Spianata delle moschee di Al-Aqsa e i luoghi sacri islamici di Gerusalemme). Lo abbiamo incontrato nella sede del rettorato dell’Università Al-Quds.

«Formazione ed educazione sono un passaggio centrale nella ricerca della pace. Per questo sono molto soddisfatto dei grandi progressi che abbiamo fatto con l’università che dirigo. Vantiamo la migliore facoltà di medicina in Palestina. La nostra università sta raggiungendo dei traguardi che non immaginavamo. In alcuni campi la preparazione dei nostri studenti supera anche gli standard di quelli che studiano nelle università israeliane, nonché degli studenti che hanno studiato in università occidentali. Questo a fronte delle ovvie difficoltà logistiche che i nostri studenti palestinesi sono costretti ad affrontare a causa dell’occupazione israeliana. Per esempio, abbiamo aperto una sede anche dentro la città vecchia di Gerusalemme per venire incontro agli studenti che hanno difficoltà a transitare attraverso i check point israeliani».

In effetti la sede principale dell’ateneo si troverebbe a soli 5 minuti di auto dalla Old City, appena oltre il Monte degli Ulivi, ma a causa del muro di separazione per raggiungerla abbiamo impiegato oltre mezz’ora transitando attraverso un check point.

«Io sono fermamente convinto — continua Abu Kishk — che il processo che porterà alla pace, attraverso la piena indipendenza del popolo palestinese, si realizzerà innanzitutto attraverso la formazione di una classe dirigente in ogni campo del vivere civile, che risulti adeguata agli enormi compiti di sviluppo economico e sociale che ci attendono».

Ma prima occorre arrivare alla pace. Veniamo a parlare, presidente, della grave crisi attuale che si è aperta il 7 ottobre. Come e quando pensa possa concludersi?

Sì concluderà. Non so quando, ma si concluderà. Anche se lascerà ancora una volta insoluto il problema principale, e cioè come noi e gli israeliani si possa finalmente vivere in pace insieme. Era l’obiettivo cercato da Rabin, lui veramente credeva alla possibilità, anzi alla necessità, che riuscissimo a vivere insieme in pace. E noi quelle intenzioni le abbiamo accolte e condivise. Ma quando nel 1995 Yitzakh Rabin è stato ucciso, il processo di pace si è arrestato definitivamente. Rabin era genuinamente convinto che israeliani e palestinesi potessero vivere insieme e in pace.

Poi ci riprovò Ehud Olmert.

Sì. Ad Olmert va dato il merito di aver riproposto il problema palestinese nell’agenda politica israeliana. Non conosco i dettagli sul perché la proposta di Olmert non andò poi avanti. Posso però dirle che quella proposta era intervenuta in una fase già diversa: la società israeliana dal 1996 era già molto cambiata, andando sempre più progressivamente verso l’estrema destra. I governi che da allora si sono succeduti hanno rifiutato ogni forma di negoziazione, anzi hanno agito per rimuovere dalla coscienza collettiva degli israeliani l’esistenza di un problema palestinese. Alcuni esempi sono sotto gli occhi di tutti: l’uomo che minacciò di morte Rabin solo due settimane prima che venisse ucciso è oggi il ministro della Sicurezza nazionale di Israele. Dello stesso orientamento di Itamar Ben—Gvir è il ministro Bezalel Smotrich. Entrambi preziosi per assicurare una maggioranza parlamentare a Benjamin Netanyahu.

Ma a parte i profili politici che lei ha menzionato, perché dice che l’intera società israeliana è cambiata?

Perché è cresciuto con la più recente immigrazione un orientamento religioso di tipo messianico, e con esso l’influenza degli ebrei ortodossi e dei nazionalisti religiosi. Specie tra gli ormai circa 700.000 coloni che occupano abusivamente le terre palestinesi, ed invocano un “Israele dal fiume al mare”. Non che questo orientamento non esistesse anche prima, ma rimaneva confinato al campo religioso appunto, non conosceva i meccanismi della politica e ne rimaneva estraneo. La politica degli insediamenti è ciò che ha cambiato il paradigma della società israeliana. Il vecchio establishment politico ashkenazita, di cultura europea, per lo più vicino al partito laburista, è stato totalmente emarginato e soppiantato da una nuova leva che fa dell’oltranzismo la propria bandiera.

Ma anche la società palestinese è cambiata dal 1996. Un decennio più tardi Hamas si afferma come forza politica di maggioranza relativa in Palestina.

Sì. Nella società palestinese fino a quel tempo era prevalsa una speranza connessa all’azione politica di Abu Ammar (Yasser Arafat, ndr), tesa alla realizzazione dei due Stati. La maggioranza dei palestinesi coltivava questa speranza per il loro futuro, e per quello dei loro figli. La società palestinese potremmo dire che è anch’essa cambiata a partire dal 2000, cioè quattro anni più tardi. Direi in relazione a due fattori. Il primo è senz’altro la disillusione che subentrò all’assassinio di Rabin. Il secondo è dato dalla percezione del fallimento della realizzazione degli accordi di Oslo, che pure avvenne sotto gli occhi distratti degli Usa, della Ue e della comunità internazionale occidentale. Questa percezione portò all’esplosione della seconda Intifada che chiuse definitivamente le possibilità di dialogo.

Lei non crede che Arafat fece un errore ad assecondare la seconda Intifada?

Sì. Personalmente credo che fu un errore. Non fosse altro perché essa portò alla costruzione del muro di separazione. Il prezzo pagato dal popolo palestinese è stato molto alto dopo ciò. Le vicende di quegli anni hanno avuto il segno di un grave fallimento per entrambe le parti. Il fallimento dell’implementazione di Oslo è stato una sconfitta per entrambi, anche se ancora oggi per alcuni quel fallimento è da applaudire.

Lei pensa che questa situazione sia veramente irrecuperabile? In fondo, dopo la guerra di Yom Kippur l’Egitto fu il primo Paese arabo a stilare una pace con Israele; dopo la prima Intifada vi furono gli accordi di Oslo. Non pensa che questa terribile crisi attuale, superata la fase della rabbia e della vendetta, possa aprire le porte ad una consapevolezza nuova sulla coesistenza dei due popoli?

Alcuni pensano così. Io sono un po’ scettico. Credo che occorra una nuova generazione di donne e uomini israeliani e palestinesi che abbiano visione del futuro. Sicuramente questa crisi è la più grave, ma dobbiamo registrare ogni 4 o 5 anni delle crisi militari a cui non è corrisposta nessuna iniziativa sul piano della ripresa di negoziati. Ciò che più manca oggi è la capacità visione. E questa mancanza è frutto della mancanza di razionalità, del cedimento alle emozionalità, cosa che se è comprensibile quando riferita al popolo, è imperdonabile per i politici.

Da questo punto di vista lei non crede che la leadership palestinese abbia marcato negli ultimi anni un’accentuata debolezza?

Sicuramente. E per diverse ragioni. Principalmente il rigetto di ogni negoziazione verso la pace degli israeliani ha gettato l’Autorità nazionale palestinese in uno stato di resistenza che ha allontanato la popolazione da una classe politica che è sembrata incapace di invertire lo stato disperante di vita imposto dagli occupanti in Palestina. La società palestinese sconta oggi una avvilente solitudine, tanto rispetto alle proprie istituzioni quanto rispetto alla comunità internazionale.

Nella gestione di questa crisi sembra che l’Autorità palestinese sia stata lasciata abbastanza ai margini. Più in generale, molti osservatori hanno rilevato come negli ultimi anni Israele di fatto abbia sostenuto una crescita di Hamas a discapito dell’Autorità. Lei è d’accordo?

Netanyahu ha un debole per le posizioni estreme. In entrambi i campi. Nella presunzione che lui possa controllarle ed usarle. Sia nel suo campo, che con Hamas, mi sembra che le cose siano poi andate abbastanza diversamente. Vede, la polarizzazione indotta dalle politiche di Netanyahu è preoccupante anche per le dinamiche che ha aperto dentro Israele. La “riforma giudiziaria”, che ha il sapore di una rivalsa contro la magistratura indipendente, pregiudica molto seriamente la democrazia israeliana. Così come la “basic law” del 2018 — anch’essa di rango costituzionale — nella quale si identifica Israele come lo Stato degli ebrei. Con buona pace di “Israele unico Stato democratico del Medio Oriente” , quella legge configura il Paese come una autocrazia teocratica. Un passaggio molto delicato e pericoloso per l’intera regione.

Presidente, però anche nell’opposizione a Netanyahu, pur da posizioni più moderate, nessuno sembra più parlare di “Due popoli in due Stati”.

È quello che le dicevo prima. La società israeliana è cambiata. Non vediamo all’orizzonte politici che abbiano una visione dialogante ed un orizzonte di pace.

Ma anche la Palestina necessita una nuova leadership?

Certamente. Ma ricordiamoci che la Palestina è sotto un regime di occupazione. È Netanyahu ad avere il controllo della situazione. Senza una diversa politica israeliana, qualsiasi volontà dialogante da parte palestinese incontrerà inevitabilmente un muro di gomma. Le iniziative del campo palestinese non possono che essere reattive alla politica israeliana. Se non cambia quella non cambia nulla. Oggettivamente credo che la leadership palestinese oggi si trovi nella situazione più difficile degli ultimi 30 anni. La speranza per un cambio di politica è ridotta ai minimi storici. Per Israele, ma anche per una minore attenzione della comunità internazionale al destino del popolo palestinese, e anche per l’ambivalenza dei cosiddetti “accordi di Abramo”.

Chi governerà Gaza dopo la fine della guerra?

Non credo che gli israeliani abbiano interesse a ritornare alla situazione precedente il 2005, penso sia necessaria una prima fase di interposizione di una forza neutrale e poi che il territorio sia governato direttamente dai palestinesi. Il requisito essenziale è che a governare ci sia qualcuno che non pensi ai propri interessi, ma solo all’interesse di un popolo che ha sofferto, e sta soffrendo, enormemente.

Lei ha in Palestina un ruolo assai più importante di un mero Rettore di Università.

Guardi, io credo veramente che il nostro futuro ce lo giochiamo formando una nuova classe dirigente che sappia costruire la pace e lo sviluppo economico e sociale del nostro Paese. Da questo punto di vista l’Università Al—Quds è un avamposto formidabile. È da questi giovani, i miei giovani, che nascerà finalmente lo Stato libero ed indipendente di Palestina.

da Gerusalemme
Roberto Cetera