DONNE CHIESA MONDO

Testimonianze
Trattate da minoranza, le donne hanno meno di tutto

Essere prigioniere due volte

 Essere prigioniere due volte  DCM-005
06 maggio 2023

La prima volta che ho varcato la soglia blindata del carcere non pensavo che, racchiuso tra quelle quattro mura, avrei trovato il mondo intero. Un mondo separato da quello della collettività sociale, in cui tutti i problemi, le criticità, le difficoltà del fuori si rispecchiano e si amplificano, condensate e compresse sia nello spazio che nel tempo.

Il principio n. 5 delle Regole penitenziarie europee del Consiglio d’Europa, l’Organismo europeo che promuove e tutela i diritti umani, afferma che il carcere deve essere il più simile possibile agli aspetti positivi della vita nella società libera. Quegli aspetti positivi, tuttavia, spesso si perdono per strada e il carcere diventa più semplicemente il luogo dove si concentrano, invece, gli aspetti negativi; dove vengono riposti i problemi cui la società non sa o non vuole dare risposte e con essi le persone che ne sono portatrici. Entrare in carcere, allora, significa incontrare questa realtà fatta di grandi sofferenze, grandi povertà e grande umanità.

Il carcere è un’istituzione che predilige i poveri. Per loro è più facile entrare e più difficile uscire, come dimostrato, in Italia, dalle 1466 persone con una condanna a una pena inferiore a un anno. La loro presenza in carcere con pene così brevi ci parla della loro marginalità sociale e fragilità soggettiva; ma ci parla anche dell’assenza di politiche sociali fuori, capaci di intercettare le criticità prima che diventino comportamenti illeciti e siano affidati al diritto penale. Quest’ultimo, però, può fare davvero poco, perché quei pochi mesi di carcere non consentono neanche di attivare un programma di osservazione o di trattamento. Saranno solo un tempo vuoto, sottratto alla vita. Il carcere è una realtà maschile nei numeri e nel pensiero. Nei numeri, perché da sempre le donne rappresentano il 4 per cento della popolazione detenuta. Su 56332 persone ristrette in Italia a marzo 2023, 53883 sono uomini e 2439 donne. Gli Istituti femminili sono quattro, a Venezia-Giudecca, Roma, Pozzuoli e Trani, e ospitano 618 donne. Le altre 1821 sono ristrette in 49 sezioni femminili di Istituti a prevalenza maschile. Nel pensiero, perché il carcere è un’istituzione pensata al maschile che l’ingresso di personale femminile anche in ruoli apicali (attualmente il 70 per cento dei direttori di Istituto sono donne e cinque provveditori su nove nominati sono donne) è riuscito finora soltanto a trasformarlo in un falso neutro, senza intaccarne la logica di fondo. Lo sguardo sull’esecuzione penale non è cambiato. Le donne sono di fatto trattate come una minoranza e come tale hanno meno di tutto: meno attenzione, meno spazi, meno offerte, meno risposte. Una marginalizzazione di fatto.

L’esiguità numerica, che potrebbe favorire percorsi personalizzati, si traduce, al contrario, in una scarsità di attività, spesso poco attrattive e fondate su stereotipi femminili per cui alle donne viene offerto il corso di “beauty” e agli uomini quello di pizzaiolo. Ma capita anche che il numero ridotto delle donne ristrette in una sezione non consenta neanche di formare una classe scolastica, con buona pace del diritto allo studio. Perché le classi miste – con una logica novecentesca – in carcere non sono previste, se non in pochissimi Istituti. Così come capita che nelle sezioni “nido” attrezzate per ospitare le donne con uno o più figli sotto i tre anni (fortunatamente sempre più vuote e con una media nel 2022 di circa 20 donne presenti), le attenzioni siano concentrate unicamente sui bambini: la presenza di puericultori e talvolta di volontari a loro dedicati esaurisce l’offerta rivolta alla sezione. Niente attività lavorative, culturali, sportive o quant’altro per le donne detenute, ma solo un supporto ai loro figli. Perché la loro identità – di fatto – si riassume nell’essere madri.

Per le donne, il carcere è più duro. Non solo per il vuoto del tempo che scorre, ma anche perché l’allontanamento di una donna dalla famiglia comporta delle ricadute sulla gestione stessa del nucleo: l’accudimento dei bambini, degli anziani, delle persone fragili, spesso affidato alle donne, improvvisamente viene a mancare: le famiglie si disgregano. E allo stigma della colpa, per le donne si aggiunge quello dell’essere cattive madri e cattive donne.

È soprattutto femminile, invece, il volontariato e il Terzo settore. In generale e anche in carcere. Grazie a una legge che non solo prevede ma «sollecita» la presenza della società civile, negli Istituti penitenziari, sono centinaia le associazioni e migliaia i volontari che entrano in carcere per contribuire a favorire il percorso di reinserimento delle persone detenute, che è il fine della pena secondo la Costituzione.

Ma perché entrare in un carcere? Tante volte mi è stata posta questa domanda negli oltre 30 di volontariato nelle carceri romane di Rebibbia. La risposta è semplice e complessa nello stesso tempo.

In quanto cittadina, perché quella realtà mi appartiene. Perché quelle donne e quegli uomini sono parte del mio essere sociale e quindi parte di me, della mia identità. Perché quelle vite temporaneamente separate dalla mia e dalla nostra fanno parte del mio e del nostro mondo. Perché – come ha detto il Presidente del Garante nazionale dei diritti delle persone private della libertà personale, il giurista Mauro Palma, nel presentare al Parlamento la Relazione annuale – è necessario «dare strumenti all’intera collettività affinché riconosca l’appartenenza a sé di tali mondi, comprendendo che proprio questi mondi sono essenziali per la capacità di leggere sé stessa e sono gli indicatori del suo livello di democraticità».

In quanto cristiana, per dare corpo alle parole di San Paolo nella lettera agli ebrei quando scrive «Ricordatevi di quelli che sono in prigione, come se foste anche voi prigionieri con loro». È la seconda parte della frase che mi ha sempre colpito. Cosa vuol dire come se fossi anche io prigioniera con loro? Vuol dire esserci senza giudicare, senza condannare, senza voler modificare le persone ma rispettandole nella loro identità e soggettività, entrando in ognuna di quelle storie, vivendo e condividendone il dolore, la rabbia, la voglia di cambiare, il rimpianto, le debolezze e le forze, le cadute e le riprese, i sensi di colpa, la frustrazione. Vuol dire anche fare proprie le parole di don Luigi Di Liegro, il fondatore della Caritas diocesana di Roma, quando diceva: in carcere non si va per convertire, ma per essere convertiti. Ma sia come cittadina sia come cristiana, la presenza e l’impegno in carcere non si esaurisce in carcere. Se non cambia il fuori, se la società esterna non diventa capace di riaccogliere chi ha sbagliato e ha scontato la sua pena, il muro del carcere segnerà le persone per sempre, come un marchio indelebile. E il drammatico numero di 85 suicidi nelle carceri italiane dell’anno passato – molti dei quali avvenuti tra persone che erano appena entrate in carcere, spesso provenienti da contesti di grave disagio – sembra proprio esprimere questo grido di dolore e di speranza recisa.

Anche la Chiesa deve tornare a essere una comunità capace di vivere oltre i muri, oltre le separazioni, oltre le paure. Visitare i carcerati vuol dire anche questo: ricordarsi di loro, come se fossimo anche noi prigionieri con loro. Senza giudizi e senza pregiudizi. Senza condanne e senza assoluzioni.

di Daniela de Robert
Giornalista della Rai, Membro del Collegio del Garante nazionale dei diritti delle persone private della libertà personale


Volontari in carcere


A Roma l’ascolto e l’accompagno delle persone detenute sono il fulcro dell’azione dell’Associazione VIC-Volontari in Carcere attiva nei quattro Istituti penitenziari di Rebibbia (tre maschili e un femminile). Tutti i giorni i volontari incontrano nei centri di ascolto attivi in tutti i reparti degli istituti e presso il reparto detentivo dell’Ospedale Pertini donne e uomini detenuti e insieme percorrono un tratto di strada, teso al fuori ma ben ancorato al presente e cosciente del passato. Il VIC ha una casa per accogliere le persone detenute in permesso premio o in misura alternativa e i loro familiari provenienti da fuori Roma. La Casa del VIC è il contesto in cui molte persone muovono i primi passi nella libertà, riscoprendo un mondo che non conoscono più e ritessendo, a volte faticosamente, la trama delle relazioni familiari o significative.

Il VIC ha dato vita alla Cooperativa sociale e-Team che attualmente dà lavoro a 25 persone provenienti dal carcere (tra detenuti, semiliberi, affidati in prova, ex detenuti), di cui 7 donne e 18 uomini.