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Il senso di Azza
per la pace

 Il senso di Azza  DCM-003
05 marzo 2022

E’ la prima musulmana segretaria di Religions for Peace


Non posso citare tutti i nomi, ma sono tanti… Negli anni Settanta, in Egitto, ho visto amici e colleghi venire arrestati, uno dopo l’altro, e scomparire solo per aver espresso ciò che pensavano. A quanti levavano la voce in loro difesa toccava la medesima sorte. E lo stesso si ripeteva in altri Paesi della regione, nella bufera dopo il dramma del Settembre nero. È stato allora che ho compreso quanto i diritti umani fossero un lusso per buona parte delle donne e degli uomini del pianeta. E lo sono tuttora: le libertà fondamentali sono sempre più nel mirino, ovunque. Sono una specie in via di estinzione». È stata questa consapevolezza, acquisita fin da giovanissima, a portare Azza Karam a impegnarsi nella tutela dei diritti umani, sia come accademica sia come funzionaria di alto livello di varie realtà intergovernative e non governative. Classe 1968, ha una biografia che l’ha portata quasi naturalmente a impegnarsi in Religions for Peace, l’associazione internazionale di rappresentanti delle religioni del mondo dedicata alla promozione della pace, nata a Kyoto nel 1970 e di cui lei è da tre anni segretaria generale.

Egiziana per nascita e olandese per cittadinanza, Karam è docente di studi religiosi e diplomazia, ex funzionario dell’Onu, e ora vive negli Stati Uniti dove, a New York, ha sede il Segretariato Internazionale di Religions for Peace.

Al di là del ruolo, ha conservato la stessa, originale prospettiva: il rapporto tra difesa della dignità personale e religione. «Da credente islamica, mi ha sempre interessato capire come le fedi possano contribuire a creare condizioni di rispetto della libertà umana. Collaborando fra loro e lavorando anche da dentro, con le istituzioni che, da sole, non sono in grado di farlo», spiega. Non sorprende, dunque, che questa donna minuta, dal tono affabile e leggero anche quando affronta nodi spinosi, sia stata nominata nell’agosto 2019 Segretaria generale di Religions for Peace. Utilizzando – questa la sua specificità – i mezzi spirituali propri dei differenti credo, in un’ottica multireligiosa. «Ho conosciuto Religions for Peace nel 2000 quando sono stata chiamata a dirigere un programma specifico per le donne di fede. Era un esperimento inedito all’epoca e mi ha molto colpito perché mi consentiva di dedicarmi alla questione femminile — da sempre una delle mie passioni — da un’angolatura religiosa. Così sono rimasta». Fino ad essere scelta per dirigere l’organizzazione. È la prima donna e la prima musulmana a svolgere tale incarico. «Un grande onore che io, però, vedo in un’ottica di servizio. In generale, diffido delle definizioni astratte. Quando mi chiedono – e accade spesso – se sono femminista, rispondo che non perdo tempo a definirmi o a interrogarmi su come mi definiscono gli altri. Preferisco concentrarmi sul lavoro da fare. Ed è tanto. L’unica definizione che accetto è quella di “persona che si mette al servizio”. Questo significa per me essere segretaria generale».

L’architettura di Religions for Peace è complessa e articolata. Ne fanno parte oltre 900 leader religiosi di 90 paesi e istituzioni religiose, rappresentanti di un miliardo di credenti di tutto il mondo e, per tale ragione, viene chiamata anche l’Onu delle religioni. A differenza delle Nazioni Unite, però – di cui possono essere membri solo i governi -, include, oltre ai rappresentanti ufficiali, anche le comunità di fede e i credo privi di apparato istituzionale. Questo fa sì che il movimento sia abitato da tanti giovani e donne, oltre il 40 per cento del totale. Al duplice livello organizzativo, inoltre, si somma un triplice ambito di azione: internazionale, nazionale e regionale. Da una parte, dunque, è uno spazio globale – l’unico – in cui i capi delle religioni realmente convivono e lavorano insieme. E, parlando con una sola voce, spronano la comunità internazionale e i differenti Paesi a intervenire su temi cruciali del nostro tempo, dalle migrazioni alla difesa dell’ambiente alla lotta alle diseguaglianze. Dall’altra, attraverso i Consigli interreligiosi presenti ormai in oltre novanta Paesi, i credenti portano avanti il loro impegno concreto a servizio del bene comune della società in cui si trovano ad operare. Un esempio eloquente di questa azione, spesso condotta in punta di piedi, è il fondo comune creato per far fronte all’emergenza Covid. «Le singole religioni sono state le prime a impegnarsi nel mezzo della tragedia che stava colpendo l’umanità. All’inizio, però, ognuna ha cercato di agire per conto proprio per mancanza di coordinamento. Pur facendo il possibile o l’impossibile, però, da soli, oltre un certo tanto non si può andare. Il fondo ha consentito alle differenti fedi di unire gli sforzi e muoversi insieme, in un’ottica multireligiosa», sottolinea la segretaria generale, sostenitrice del “dialogo del fare” e della “lingua delle mani”. Un atteggiamento in linea con la sua insofferenza verso le enunciazioni teoriche e le categorie astratte. «Il fatto è che Religions for Peace è tremendamente concreta. Lo dice il nome stesso, Religioni per la Pace, ovvero le varie religioni che collaborano fra loro per costruire pace e fraternità grazie alla loro forza spirituale».

Quest’ultima è una risorsa fondamentale per curare le lacerazioni attuali. Per scardinare alla radice la logica perversa della violenza. «L’ho sperimentato personalmente. Ci vuole molta forza per difendere i diritti umani. Non è facile resistere alle minacce, dirette o indirette. Non solo quelle che provengono dagli apparati di sicurezza. Le più insidiose sono le frasi buttate là dagli amici e dai familiari, del tipo: “Così esponi chi ti sta accanto”, “Non ti importa se accadesse qualcosa ai tuoi cari” o “Sei pure una donna”… Difendere i diritti umani ti fa diventare scomoda. Per tutti. Anche per chi ti vuole bene. Anche per chi cerchi di proteggere che non si fida mai fino in fondo. Devi mettere in conto la solitudine. È un lavoro solitario quello del difensore. La fede è una potente alleata». Eppure, spesso, proprio le religioni sono accusate di contribuire a diffondere fanatismo e intolleranza e, dunque, di finire per alimentare la violenza invece che combatterla. «Purtroppo lo abbiamo visto più volte. In genere, quando un regime si autodefinisce religioso, si rivela oppressivo e tirannico. Abbiamo, dunque, il dovere di distinguere con chiarezza la fede dall’impiego – strumentale – che di essa si fa. Qualunque religione, per quanto bello e buono sia quanto professi, abilmente manipolata, può diventare fonte di odio. Come musulmana lo so bene. Una cosa è l’islam, un’altra è quanto viene proclamato da alcuni gruppi estremisti per promuovere una brutalità insensata che colpisce per primi altri musulmani. Nella storia, però, soprattutto in quella moderna e contemporanea, abbiamo visto anche il contrario: i credenti hanno svolto un ruolo importante nella promozione della libertà e dei diritti umani. Personalmente ritengo che la più autentica dimostrazione di fede sia il lavoro comune da parte di donne e uomini di religioni differenti. Qualunque passo facciamo gli uni verso gli altri, ci porta più vicini a Dio. Per questo, il mio sogno per il futuro di Religions for Peace è che sia sempre all’altezza del suo nome. Che sappia essere, ogni giorno di più, un cantiere di pace popolato da persone di diverse fedi».

di Lucia Capuzzi
Giornalista di Avvenire