Il magistero

cq5dam.thumbnail.cropped.500.281.jpeg
14 ottobre 2021

Sabato 9

Per l’ambiente servono leggi urgenti, sagge
e giuste

Il 4 ottobre ho avuto il piacere di riunirmi con vari leader religiosi e scienziati per firmare un Appello congiunto in vista della Cop26.

Ci ha spinto la «consapevolezza — cito dall’Appello — delle sfide senza precedenti che minacciano noi e la vita nella nostra magnifica casa comune... [e] della necessità di una sempre più profonda solidarietà di fronte alla pandemia globale».

Animati da spirito di fraternità, abbiamo potuto avvertire una forte convergenza [su] due aspetti.

Da una parte, il dolore per i gravi danni arrecati alla famiglia umana e alla sua casa comune; dall’altra, l’urgente necessità di passare dalla cultura dello scarto a una della cura.

L’umanità ha i mezzi per affrontare questa trasformazione, che richiede una vera conversione e la volontà di intraprenderla.

Lo richiede in particolare a quanti sono chiamati a incarichi di responsabilità.

Nell’Appello congiunto, che idealmente consegno ai Presidenti delle due Camere del Parlamento italiano, compaiono numerosi impegni nel campo dell’azione e dell’esempio e ... a favore di un’educazione all’ecologia integrale.

I Governi adottino un percorso che limiti l’aumento della temperatura media globale e diano impulso ad azioni coraggiose, rafforzando anche la cooperazione internazionale.

Promuovano la transizione verso l’energia pulita; adottino pratiche di uso sostenibile della terra preservando foreste e biodiversità; favoriscano sistemi alimentari rispettosi dell’ambiente e delle culture locali; portino avanti la lotta contro fame e malnutrizione; sostengano stili di vita, di consumo e di produzione sostenibili.

Si tratta della transizione verso un modello di sviluppo fondato su solidarietà e responsabilità.

Una transizione durante la quale andranno considerati anche gli effetti sul mondo del lavoro.

Un cambiamento così impegnativo richiede saggezza, lungimiranza e senso del bene comune, virtù fondamentali della buona politica.

Voi parlamentari, principali attori dell’attività legislativa, avete il compito di orientare i comportamenti attraverso i vari strumenti offerti dal diritto.

La cura della casa comune rientra nell’alveo di questi principi. Non si tratta solo di scoraggiare e sanzionare le cattive pratiche, ma anche e di incentivare e stimolare nuovi percorsi.

Sono aspetti essenziali per conseguire gli obiettivi dell’Accordo di Parigi e contribuire all’esito positivo della Cop26.

Questo lavoro venga illuminato dai “fari” della responsabilità e della solidarietà. Lo dobbiamo ai giovani, che meritano tutto il nostro impegno.

Occorrono leggi urgenti, sagge e giuste, che vincano gli stretti steccati di tanti ambienti politici e possano raggiungere un consenso adeguato e valersi di mezzi affidabili e trasparenti.

(Discorso ai partecipanti all’Incontro interparlamentare preparatorio per la Cop26)

Domenica 10

Passo
dopo passo
sulla via
dell’unità

La comunione ecclesiale ci unisce in Cristo. Esprimo vicinanza nella preghiera, riconoscente per la vostra testimonianza di fede e di carità.

Quanto celebrate non rappresenta tanto il ricordo di atti giuridici e di realtà formali. È piuttosto il fare memoria del bene ricevuto dal Signore e da tanti fratelli e sorelle, “santi della porta accanto”, che vi hanno sostenuto nel cammino.

È anche l’occasione per proporsi di crescere secondo il Vangelo, aspirando a diventare comunità sempre più docili alla Parola di Dio, animate dalla speranza e sostenute dalla fortezza consolante dello Spirito; aperte, in obbedienza al comandamento dell’amore, all’incontro e alla condivisione solidale, in modo speciale con i fratelli e le sorelle della Chiesa Ortodossa.

L’autocoscienza ecclesiale ha bisogno di momenti forti per rinnovarsi e purificarsi, per rimuovere ogni tentazione di autoreferenzialità e autocelebrazione.

In Gesù si rigenerano i comportamenti personali e comunitari; con Lui possiamo diventare, come auspica Paolo, «lieti nella speranza, forti nella tribolazione, perseveranti nella preghiera, solleciti per le necessità dei fratelli, premurosi nell’ospitalità».

Questa commemorazione stimoli l’intera comunità cattolica nella Federazione Russa a essere un seme evangelico.

Auguro di essere una comunità protesa alla comunione con tutti, per testimoniare con semplicità e generosità, nella vita familiare e in ogni ambito del vivere quotidiano, il dono di grazia ricevuto.

La testimonianza cristiana eccelle nel farsi carico degli altri, specialmente dei più bisognosi e trascurati.

Nell’ambito della tradizione cristiana orientale, camminare insieme a tutti i fratelli e le sorelle, senza stancarsi di domandare l’aiuto del Signore per approfondire la conoscenza reciproca e avanzare, passo dopo passo, sulla via dell’unità.

Pregando per tutti e servendo coloro con i quali condividiamo la stessa umanità, ci riscopriremo fratelli e sorelle in un pellegrinaggio verso la meta della comunione.

(Messaggio per il trentennale delle amministrazioni apostoliche per i cattolici di rito latino in Russia)

La fede
non nasce
da un dovere
ma da uno sguardo
d’amore

La Liturgia propone l’incontro tra Gesù e un uomo che «possedeva molti beni», passato alla storia come “il giovane ricco”. Non sappiamo il nome... a suggerirci che in quell’uomo possiamo vederci tutti, come in uno specchio.

Il suo incontro con Gesù permette di fare un test sulla fede.

Esordisce con una domanda: «Che cosa devo fare per avere la vita eterna?».

Notiamo i verbi: dover fare — per avere. Ecco la sua religiosità: “faccio per ottenere quel che mi serve”. Ma questo è un rapporto commerciale con Dio, un do ut des.

La fede, invece, non è un rito freddo e meccanico, un “devo-faccio-ottengo”. È questione di libertà e di amore.

Cos’è per me la fede? Se è principalmente un dovere o una moneta di scambio, siamo fuori strada, perché la salvezza è un dono, è gratuita e non si può comprare.

Liberarci di una fede commerciale, che insinua l’immagine falsa di un Dio contabile, controllore, non padre.

Tante volte possiamo vivere questo rapporto di fede: io faccio questo perché Dio mi dia questo.

Gesù aiuta quel tale offrendogli il volto vero di Dio. Infatti «fissò lo sguardo su di lui» e «lo amò».

Ecco da dove nasce e rinasce la fede: non da un dovere, non da qualcosa da fare o pagare, ma da uno sguardo di amore.

La vita cristiana diventa bella, se non si basa sulle nostre capacità e sui nostri progetti, ma sullo sguardo di Dio.

La tua fede è stanca? Vuoi rinvigorirla? Cerca lo sguardo di Dio: mettiti in adorazione, lasciati perdonare nella Confessione, stai davanti al Crocifisso.

Dopo la domanda e lo sguardo c’è un invito di Gesù, che dice: «Una cosa sola ti manca»... il dono, la gratuità: «Va’, vendi quello che hai, dallo ai poveri».

È quello che forse manca anche a noi. Spesso facciamo il minimo indispensabile, mentre Gesù ci invita al massimo.

Quante volte ci accontentiamo dei doveri — i precetti, qualche preghiera — mentre Dio ci domanda slanci di vita... questo passaggio dal dovere al dono.

La fede non può limitarsi ai no, perché la vita cristiana è un sì d’amore.

Una fede senza dono, senza gratuità è incompleta, debole, ammalata. Potremmo paragonarla a un cibo ricco e nutriente a cui manca sapore, o a una partita ben giocata ma senza gol.

Una fede senza opere di carità rende tristi: come quel tale che, pur guardato con amore da Gesù, tornò a casa «rattristato» e «scuro in volto».

Due nuovi
beati

Anche oggi ho la gioia di annunciare la proclamazione di nuovi Beati.

Ieri, a Napoli, è stata beatificata Maria Lorenza Longo, sposa e madre di famiglia del secolo xvi. Rimasta vedova, fondò l’Ospedale degli Incurabili e le Clarisse Cappuccine. Donna di intensa vita di preghiera, si prodigò per i poveri e i sofferenti.

Oggi a Tropea, in Calabria, è stato beatificato don Francesco Mottola, fondatore degli Oblati e delle Oblate del Sacro Cuore, morto nel 1969.

Pastore zelante e instancabile annunciatore del Vangelo, fu testimone esemplare di un sacerdozio vissuto nella carità e nella contemplazione.

Giornata
della salute mentale

Oggi, in occasione della Giornata Mondiale della Salute Mentale, vorrei ricordare i fratelli e le sorelle affetti da disturbi mentali e anche le vittime, spesso giovani, di suicidio.

Preghiamo per loro e per le loro famiglie, affinché non vengano lasciati soli né discriminati, ma accolti e sostenuti.

Saluto tutti voi... Vedo anche che ci sono da Montella… Con l’immagine di suor Bernardetta [dell’Immacolata, al secolo Adele Sesso, ndr]. Preghiamo per la pronta canonizzazione.

(Angelus dalla finestra dello studio privato
del Palazzo apostolico con i fedeli presenti in piazza San Pietro
)

Cura
è il nuovo
nome
della pace

Il tema quest’anno è «La cura come nuovo nome della pace». Nel fatto che intorno al valore del prendersi cura, riferito agli altri e all’ambiente, si riscontri un’ampia condivisione, possiamo riconoscere un positivo segno dei tempi, che la crisi pandemica ha contribuito a far emergere.

Con il vostro camminare, avete affermato che la cultura della cura è la strada maestra che conduce alla pace.

La cura è il contrario dell’indifferenza, dello scarto, del violare la dignità dell’altro, cioè di quell’anti-cultura che è alla base della violenza e della guerra.

Scandalose
le enormi
somme spese per gli
armamenti

Purtroppo ancora oggi, dopo le due immani guerre mondiali e le tante guerre regionali che hanno distrutto popoli e Paesi, ancora — ed è scandaloso — gli Stati spendono enormi somme di denaro per gli armamenti, mentre nelle Conferenze internazionali si proclama la pace, distogliendo lo sguardo dai milioni di fratelli e sorelle che mancano del necessario per vivere o trascinano un’esistenza indegna dell’uomo.

È più che mai necessario camminare sulla via della cura: non una volta all’anno, ma ogni giorno, nel concreto della vita quotidiana, con l’aiuto di Dio che è padre di tutti e di tutti si prende cura, perché impariamo a vivere insieme da fratelli.

(Messaggio ai partecipanti alla Marcia
per la pace Perugia-Assisi
)

Lunedì 11

Maestre
di ascolto e
di sollecitudine per i poveri

L’impegno che ci assumiamo come Chiesa di crescere nella sinodalità è uno stimolo forte anche per gli Istituti di vita consacrata.

Voi siete una presenza insostituibile nella comunità in cammino che è la Chiesa.

Viene alla mente l’immagine di Gesù che percorre le strade della Galilea, della Samaria e della Giudea: con lui ci sono i discepoli, e tra loro molte donne; di alcune conosciamo anche i nomi.

Ha detto la precedente Superiora Generale: “Torno alla strada”: è bello, con la gente.

Voi consacrate siete un prolungamento di quella presenza femminile che camminava con Gesù e con i Dodici, condividendo la missione e dando il proprio peculiare apporto.

Tema del vostro Capitolo è: Ripartire da Betania, con la sollecitudine di Marta e l’ascolto di Maria... Due discepole che hanno avuto un posto molto importante nella vita di Gesù e dei Dodici.

Questo conferma che in quanto donne e battezzate siete presenza viva nella Chiesa, partecipando alla comunione e alla missione. Ma il tema del Capitolo dice di più: “sollecitudine” e “ascolto”.

Se riuscirete davvero a vivere la sollecitudine e l’ascolto, sull’esempio delle sante sorelle Marta e Maria di Betania, voi continuerete a dare il vostro contributo prezioso al cammino di tutta la Chiesa.

In particolare, sollecitudine verso i poveri e ascolto dei poveri.

Qui voi siete maestre... non con le parole, ma con i fatti, con la storia di tante vostre sorelle che hanno dato la vita per questo, nella sollecitudine e nell’ascolto vicino alle persone anziane, malate, emarginate; vicino ai piccoli, agli ultimi con la tenerezza e la compassione di Dio.

Questo edifica la Chiesa, la fa camminare nella via della carità.

La vostra è una testimonianza all’essere vicini agli ultimi, con tenerezza e compassione. Lo stile di Dio è: vicinanza, tenerezza e compassione. Sempre Dio fa così.

Nella misura in cui facciamo lo stesso, saremo più simili a Dio.

(Al capitolo delle Suore della carità
di santa Giovanna Antida Thouret
ricevuto nella sala Clementina
)

Mercoledì 13

Evangelizzare non vuol dire uniformità
ma rispetto
delle culture
e unità

Nel nostro itinerario abbiamo potuto mettere a fuoco qual è per san Paolo il nucleo centrale della libertà: ...siamo liberi perché siamo stati liberati per grazia — non per pagamento — dall’amore, che diventa la legge somma e nuova della vita cristiana. Oggi vorrei sottolineare come questa novità ci apra ad accogliere ogni popolo e cultura e nello stesso tempo apra ogni popolo e cultura a una libertà più grande. Credere che siamo stati liberati e credere in Gesù Cristo che ci ha liberati: questa è la fede operosa per la carità.

I detrattori di Paolo lo attaccavano sostenendo che egli avesse preso questa posizione per opportunismo pastorale, cioè per “piacere a tutti”.

È lo stesso discorso dei fondamentalisti d’oggi: la storia si ripete sempre.

La critica nei confronti di ogni novità evangelica non è solo dei nostri giorni. Paolo, comunque, non rimane in silenzio. Risponde.

Accogliere la fede comporta per lui rinunciare non al cuore delle culture e delle tradizioni, ma solo a ciò che può ostacolare la novità e la purezza del Vangelo.

Perché la libertà ottenutaci dalla morte e risurrezione del Signore non entra in conflitto con le culture, con le tradizioni che abbiamo ricevuto, ma anzi immette in esse una libertà nuova, una novità liberante, quella del Vangelo.

La liberazione ottenuta con il battesimo permette di acquisire la piena dignità di figli di Dio, così che, mentre rimaniamo ben innestati nelle nostre radici culturali, al tempo stesso ci apriamo all’universalismo della fede che entra in ogni cultura, ne riconosce i germi di verità presenti e li sviluppa portando a pienezza il bene contenuto in esse.

Nella chiamata alla libertà scopriamo il vero senso dell’inculturazione del Vangelo. [Ovvero] essere capaci di annunciare la Buona Notizia di Cristo Salvatore rispettando ciò che di buono e di vero esiste nelle culture.

Non è facile! Sono tante le tentazioni di voler imporre il proprio modello di vita come se fosse il più evoluto e appetibile.

Quanti errori sono stati compiuti nella storia dell’evangelizzazione volendo imporre un solo modello culturale!

La uniformità come regola di vita non è cristiana! L’unità sì!

A volte, non si è rinunciato neppure alla violenza pur di far prevalere il proprio punto di vista. Pensiamo alle guerre.

In questo modo, si è privata la Chiesa della ricchezza di tante espressioni locali che portano con sé la tradizione culturale di intere popolazioni.

Ma questo è l’esatto contrario della libertà cristiana!

Mi viene in mente quando si è affermato il modo di fare apostolato in Cina con padre Ricci o nell’India con padre De Nobili. … [Qualcuno diceva]: “Questo non è cristiano!”. Sì, è cristiano, sta nella cultura del popolo.

Insomma, la visione della libertà propria di Paolo è tutta illuminata e fecondata dal mistero di Cristo, che nella sua incarnazione — ricorda il Concilio Vaticano ii — si è unito in certo modo ad ogni uomo.

Questo vuol dire che non c’è uniformità, c’è invece la varietà, ma varietà unita.

Da qui il dovere di rispettare la provenienza culturale di ogni persona, inserendola in uno spazio di libertà che non sia ristretto da alcuna imposizione dettata da una sola cultura predominante.

È questo il senso di dirci cattolici, di parlare di Chiesa cattolica: non è una denominazione sociologica per distinguerci da altri cristiani.

Cattolico è un aggettivo che significa universale: vuol dire che la Chiesa ha in sé l’apertura a tutti i popoli e le culture di ogni tempo.

La cultura è per sua stessa natura in continua trasformazione. Si pensi a come siamo chiamati ad annunciare il Vangelo in questo momento di grande cambiamento culturale, dove una tecnologia sempre più avanzata sembra avere il predominio.

Se dovessimo pretendere di parlare della fede come si faceva nei secoli passati rischieremmo di non essere più compresi dalle nuove generazioni.

La libertà della fede cristiana non indica una visione statica della vita e della cultura, ma una visione dinamica, anche della tradizione.

Non pretendiamo di avere il possesso della libertà. Abbiamo ricevuto un dono da custodire.

È la libertà che chiede a ciascuno di essere in un costante cammino, orientati verso la sua pienezza.

È la condizione di pellegrini; è lo stato di viandanti, in un continuo esodo: liberati dalla schiavitù per camminare verso la pienezza della libertà.

Ai fedeli
polacchi

Questa settimana ricorrono l’anniversario dell’elezione di San Giovanni Paolo ii e le memorie liturgiche di San Giovanni xxiii , Santa Teresa d’Ávila e Sant’Edvige di Slesia. Le loro vite sono chiari esempi di libertà cristiana.

L’esperienza di questi Santi vi ricordi che non esiste libertà senza responsabilità e senza amore per la verità. E la più grande realizzazione della libertà è la carità, che si concretizza nel servizio.

(Udienza generale nell’Aula Paolo vi )