Il Sociologo

Genitore, non padre

Un bambino siriano di 5 anni, nato senza braccia e gambe, immortalato sorridente con il padre, ...
04 dicembre 2021

Il codice paterno: intervista a Mauro Magatti, sette figli


La fotografia del padre è sbiadita. Almeno due generazioni di figli, forse tre, hanno dovuto sgranare gli occhi per riconoscerne il profilo, con il rischio di indossare a loro volta gli abiti troppo stretti o troppo larghi, quasi mai adeguati e spesso scomodi, del “padre evaporato”.

Quando Jacques Lacan nella Parigi dei figli ribelli a ogni autorità paternalistica parlava di “evaporazione del padre” – espressione resa popolare anche in Italia da Massimo Recalcati, ma siamo pur sempre nei movimentati e rivoluzionari anni Sessanta – Mauro Magatti (nella foto a pag. 21) era un bambino da calzoni corti e scuola elementare. Laureato in Discipline Economiche e Sociali alla Bocconi, Ph.D. in Social Sciences a Canterbury, è oggi professore ordinario all’Università Cattolica di Milano. Sociologo, economista ed editorialista del Corriere della Sera e di Avvenire, da tredici anni dirige del Centro Arc (Anthropology of Religion and Cultural Change), un laboratorio di idee che si è concentrato proprio sul filone della “generatività sociale”, concetto psicologicamente e filosoficamente ben fondato, tanto da emanciparsi dalla mera dimensione biologica dell’esistenza e dal suo stretto determinismo. Per Magatti ci troviamo, soprattutto in quest’epoca, a percorrere una nuova curva nel lungo cammino di storia della libertà: «Quella conquistata dopo i cambiamenti portati dagli anni Sessanta era una libertà di tipo adolescenziale, né poteva essere diversamente». Ma è nel passaggio dall’età dell’adolescenza alla stagione adulta che «si colloca il bivio tra stagnazione e generatività».

Lo stesso emergere di una dimensione sociale “generativa” indica che la profezia di Lacan si è avverata, per fortuna, solo in parte. Se le contestazioni giovanili del ‘68 demoliranno l’autorità simbolica del padre nella vita della famiglia e in quella della società, immaginava infatti lo psicanalista francese, il vuoto lasciato dalla scomparsa della Legge – e dal tramonto dell’autorità – verrà riempito dal feticismo delle merci. A trionfare, cioè, sarà la società dei consumi e i suoi omologati abitanti: i consumatori. «Il mondo del consumismo in cui siamo immersi non si supera con un discorso moralistico», continua Magatti, «ma con la costruzione di un altro polmone generatore di senso». E qui torniamo alla questione del padre: «La sua figura, il suo codice affettivo risente naturalmente dei cambiamenti sociali e soprattutto di quelli interni alla struttura famigliare. Il padre della tradizione, come ricordavi, si è smarrito da tempo. Eppure in questa trasformazione, che ha certo degli elementi di debolezza, non credo si sia realizzata una “evaporazione” completa. Ci sono delle possibilità di costruire un’identità più armonica, sia per le tonalità emotive che può mettere finalmente in gioco il padre, sia per la sua rinnovata collocazione nell’ambiente sociale».

Generare, dunque, non è solo azione biologica: è atto sociale e simbolico che apre nuovi percorsi. «Siamo fatti per cominciare», diceva Hannah Arendt. Lo sa bene chi è padre di sette figli, fra biologici e adottivi, «di tre colori diversi», come dicono talvolta Mauro e la moglie Chiara Giaccardi. Un padre e una madre, un “genitore”, «non si limita a mettere al mondo, ma si assume anche il compito di portare a maturazione, di prendersi quindi cura nel tempo di ciò che ha generato, sia esso un’impresa, un’organizzazione o una famiglia». E a un certo punto di lasciarlo andare, senza trasformarlo in oggetto di possesso e, dunque, ancora una volta di consumo personale. Dall’altro lato del tavolo in cucina – e in particolare nei confronti della figura di riferimento maschile – ricorda un altro grande psicanalista come Luigi Zoja, un figlio dotato di sensibilità avverte che il padre è chi l’ha scelto. Prima e più di chi l’ha generato. Il padre, cioè, è sempre culturale. Quello naturale, a un figlio, non basta: deve comunque cercare il genitore. È una ricerca, questa, che presenta risvolti ancor più complessi quando la possibilità di generare biologicamente si emancipa dalla coppia uomo-donna, rendendo addirittura superfluo il primo elemento: la tecnoscienza non pone più limiti alla maternità, attraverso la “surroga” del padre, e ciò non può che avere un impatto anche sulla paternità.

Quello della tecnica e della sua potenza è ambito che Mauro Magatti ha profondamente esplorato nella sua ricerca. «La surroga del padre resa possibile dalle biotecnologie è una grande provocazione al genere maschile», conferma. «Tanto che oggi, in una visione distopica, è più probabile ipotizzare la scomparsa dell’uomo e non della donna dalla faccia della Terra. Un’inversione in potenza registrata dal subconscio collettivo: l’uomo non è destinato a scomparire, credo e mi auguro, ma al padre viene sicuramente a mancare lo sgabello sul quale stava seduto da migliaia di anni».

Tale sensazione di mancanza, di vuoto, pensa Magatti, sta d’altro canto lentamente inducendo uomini e donne, pur nel difficile crinale su cui sta camminando la famiglia, «a una ridefinizione dei ruoli genitoriali in termini di maggiore corresponsabilità». Il concetto di generatività è cioè anche «figlio di questa perdita d’identità dell’immagine del padre-padrone e della madre come figura dedita esclusivamente ad accudire». C’è insomma «una rinegoziazione all’interno della coppia, e induce l'uomo a rendersi conto che se vuole essere padre deve giocarsela, la sua genitorialità, e non viverla per semplice opposizione di ruolo». Se ogni paternità è una decisione – per dirla ancora con Zoja e il suo Il gesto di Ettore, l’eroe greco che a differenza di Achille è capace di togliersi l’armatura del padre-padrone-guerriero e abbracciare disarmato Astianatte, da padre e basta, come un fratello-uomo – ogni paternità richiede un’adozione. Allo stesso tempo però, continua Magatti, «anche per le donne, che possono oggi già in partenza mettere al mondo un figlio senza un uomo, si rende necessaria una successiva e conseguente elaborazione della genitorialità, giacché, per ragioni “di carne e sangue”, il legame di una madre con il figlio resta sempre più viscerale e quindi “non mediato”, come avviene invece nel concepimento per interposta persona». C’è pertanto una maggiore adesione nella mente femminile al concetto di generazione come fatto di sangue e di grembo. Ma la generazione nel suo senso più pieno, continua Magatti, «è l’anello tra la vita e la morte, e quindi si “genera” pienamente quando si accetta l’alterità del figlio. Il quale può così recuperare un legame che non lo soffoca e non lo uccide». E questo vale, sottolinea Magatti, per tutti i tipi di capacità generative non biologiche, non solo per le esperienze adottive: «I legami generativi si estendono al rapporto tra un professore e i suoi studenti, ai giovani in generale, ai colleghi in ufficio, a un’azienda o a un’associazione di volontariato». La dinamica generativa è pertanto sempre più ampia: «Se si capisce questo, per tornare al tema della maternità surrogata, si capisce che la generazione di un figlio non ha la logica del prodotto. Nella semantica dell’espressione “utero in affitto” è insita la stessa matrice del consumo. Non appena si valorizza invece questo tipo di dinamica generativa estesa, si spalanca subito la strada per una società o meglio per un’umanità che non diventa schiava del dominio della Tecnica».

La quale Tecnica, tra gli effetti collaterali della sua potenza omologante nella costruzione dello spazio sociale, ha anche quello di annichilire i cosiddetti “riti di passaggio”. Sono da secoli luogo e tempo simbolici presidiati proprio dalla figura paterna e dal suo codice affettivo: il padre è “colui che accompagna” per “lasciare camminare il figlio da solo” nelle tappe della vita. «Oggi però il mondo è assai povero di simboli – nota il filosofo Byung Chul Han –: i dati e le informazioni non possiedono alcuna forza simbolica, per cui non consentono il riconoscimento». E in questo vuoto simbolico si perdono quelle immagini e quelle metafore capaci di dare fondamento al senso e alla comunità, stabilizzando la vita. «I riti di passaggio come il battesimo o il matrimonio e persino il primo giorno di quell’assunzione a tempo pieno diventata una chimera per i giovani di oggi – dice Magatti – consentivano ai nuovi nati, alle ragazze e ragazzi da un lato, ai genitori dall’altro, di elaborare quell’anello tra vita e morte di cui parlavamo prima. Della loro scomparsa, un fatto gravissimo, e degli effetti sulla costruzione di senso nell’arco dell’esistenza si ragiona ancora troppo poco».

In una società le azioni simboliche tramandano e rappresentano quei valori e quegli ordinamenti che sorreggono una comunità, mentre oggi «tutto sembra scaricato sulle spalle delle singole vite. Tra l’altro – osserva Magatti – penso che alla base anche di tante esperienze di conflitto dentro le coppie o nella società ci sia proprio questa mancanza di relazione, di legami che strutturano. E una conseguenza di questo isolamento per “assenza di ritualità stabilizzanti” mi sembra possa essere pure quel fondo di depressione che si intravede in tanti giovani che non vogliono uscire di casa e prendere la vita per quello che è», con le sue contraddizioni e le sue finestre di opportunità. Insomma, in una società sempre più “liquida”, dove i passaggi si annebbiano e i riferimenti si atomizzano, entra in gioco fortunatamente una maggior consapevolezza della genitorialità intesa come corresponsabilità. Anche quando mamma e papà si lasciano, senza smettere però di sentirsi almeno e, quando ci si riesce, essere anche genitori. Spesso, anzi, sono proprio i figli a restituire, man mano che crescono, la “generatività” di questo legame: «Per noi in effetti – e il “noi” in questo caso sta per Mauro Magatti e Chiara Giaccardi – la cosa più bella è vedere come si sono rafforzati i legami tra i nostri figli, pur nella diversità della loro nascita e del loro arrivo. Anche in quei rapporti tra loro che tendono talvolta a tagliare fuori noi». In fondo e sopra tutto, pensa Mauro, «il più bel regalo per la nostra famiglia è vedere come i nostri figli hanno imparato a volersi bene fra loro».

di Marco Girardo
Giornalista «Avvenire»