Casa don Puglisi

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15 settembre 2021

«Chi è accolto nella nostra casa viene aiutato a ripartire nella vita attraverso l’esperienza di una grande famiglia, che ha una cura personale per ognuno degli ospiti, con una speciale attenzione al lavoro per le mamme e all’istruzione per i bambini. In particolare, i piccoli si rendono perfettamente conto di abitare non in una semplice “casa di accoglienza” ma nella “Casa Don Puglisi”»: è quanto spiega al nostro giornale Maurilio Assenza, che a Modica, elegante cittadina barocca della provincia di Ragusa, appartenente alla diocesi di Noto, dirige questa struttura di accoglienza. Qui, da poco più di trent’anni, trovano riparo e conforto donne (molte mamme) e bambini che portano grandi pesi nella loro vita. La struttura, in via Carlo Papa, è da tempo dedicata al beato don Pino Puglisi, assassinato dalla mafia il 15 settembre 1993.

Il sacerdote siciliano, originario del quartiere Brancaccio a Palermo, togliendo dalla strada ragazzi e bambini — che senza il suo aiuto sarebbero stati risucchiati dalla vita mafiosa e impiegati per rapine e spaccio — voleva riaffermare una cultura della legalità. E fu questa la principale causa dell’ostilità dei boss che, considerandolo un ostacolo, lo eliminarono proprio nel giorno del suo 56° compleanno.

Dunque, una casa di accoglienza, sostenuta dalla Caritas di Noto, e un prete siciliano ucciso dalla mafia. La prima, nata per accogliere e ridare dignità a tante vite segnate dal disagio e dalla superficialità di una società distratta ed egoista, che non si cura del piccolo e del debole; il secondo, eliminato per aver osato far crescere valori e interessi tra bambini e ragazzi in un ambiente che li aveva già destinati alla prepotenza e alla violenza. Nella casa di via Carlo Papa si respira un’atmosfera familiare, all’interno della quale si riceve e si dà, ci si lascia aiutare e si partecipa ai momenti comuni, si sperimenta l’appartenenza ma anche la responsabilità verso gli altri, si impara a stare nelle relazioni vere, avendo cura dei valori più alti. «La casa si apre al visitatore con la sua storia, il suo esserci, le sue mamme e “non mamme”, i suoi bambini — spiega Assenza — ma anche con la sua architettura: in basso, salendo la prima rampa di scale, c’è la cappella, ovvero il “fondamento” della casa; sopra, la sala da pranzo e attorno i vari appartamentini in cui abitano i nuclei accolti, ovvero la casa nella sua intimità; quindi, la biblioteca e il salone che si affacciano sulla strada che rimandano al rapporto con la città. La cappella è collocata dove una volta c’era “u dammusu”, un ripostiglio in cui si ammassava di tutto. «La casa — ricorda il direttore — ha al centro il Vangelo, e questo significa anzitutto apertura verso tutti. Ai giovani che fanno servizio civile si indica l’importanza dei vespri o degli altri momenti di preghiera, restando liberi di partecipare o meno. Per tutti, al di là della fede religiosa, la cappella è un invito alla sosta, a cogliere segni profondi della vita e della storia che sono anch’essi Vangelo».

A oggi nella casa hanno trovato rifugio e conforto 128 mamme che sono state aiutate a ripartire nella vita e 140 bambini accompagnati nella loro crescita, grazie allo straordinario impegno di oltre 70 volontari che hanno fatto esperienza di un amore concreto. Questi non sono semplici numeri utili a calcoli statistici, ma rappresentano e soprattutto racchiudono le storie di tanti individui, grandi e piccoli, che nel corso degli anni hanno sperimentato un modello di accoglienza unico, dove al centro c’è il rispetto della persona umana e la sua necessità di relazionarsi con gli altri. Qui, l’elemento caratterizzante è quello di rifuggire la logica di soluzioni predeterminate e spesso unicamente assistenziali, e di cercare di costruire, invece, percorsi innovativi, al passo coi bisogni e con la vita di ognuno. La struttura, infatti, accoglie persone con particolari difficoltà familiari e sociali o donne sole che attraversano momenti di sofferenza, strutturando progetti educativi personalizzati e sempre tesi al reinserimento, che normalmente avviene attraverso tre grandi tappe: la prima accoglienza, nella parte centrale della casa, che funziona come una grande famiglia; poi la progressiva autonomia negli appartamentini attigui, in cui ogni nucleo può sperimentare il proprio essere famiglia; infine l’inizio di una vita effettivamente autonoma in un’abitazione indipendente, sempre sotto il controllo e l’accompagnamento dell’equipe educativa.

«Esattamente nei giorni in cui noi ipotizzavamo di aprire nel 1990 la nostra casa a Modica — ricorda Maurilio Assenza — determinati a non restare indifferenti a chi viveva nella solitudine e nel bisogno, don Pino Puglisi immaginava di inaugurare il suo “Centro Padre Nostro” a Brancaccio, desideroso di testimoniare una vita e una cultura alternative ai padrini della mafia. Quando noi questa casa l’abbiamo inaugurata, il 26 ottobre 1990, Puglisi poneva ancora segni quotidiani tra le strade di Palermo. E noi qui e lui lì — sottolinea il nostro interlocutore — mettevamo al centro dei nostri progetti la preghiera nel Padre Nostro affinché fosse capace di radicare in noi il senso della fraternità realizzandoli, glieli affidavamo affinché si concretizzassero come “esplicita fiducia nella solidarietà degli uomini che esprime a sua volta la Provvidenza di Dio” (sono le parole di don Pino!), sceglievamo per i nostri passi quella collocazione nella storia che ci portasse a procedere sulle orme di Gesù povero: quella tra i piccoli, fra gli ultimi».

Il direttore ricostruisce con lucidità temporale la storia della Casa Don Puglisi: «In questi trent’anni trascorsi ai piedi della crescita dei nostri bambini, così come ai piedi della grande sofferenza di tutte le persone che abbiamo accolto e accompagnato, abbiamo imparato a vivere con più verità e serietà. Per questo il progetto educativo che teniamo al centro della vita della casa ci lega anche fortemente alla città, proiettandoci verso la costruzione di una sensibilità corale. Perché, come amava dire don Puglisi, se ognuno di noi fa qualcosa possiamo fare molto».

Questa proiezione verso la città si è concretizzata nel potenziamento del laboratorio dolciario artigianale in cui sono impegnate le mamme della casa, nell’apertura del punto vendita di dolceria, focacceria, bar e libreria intitolato a don Puglisi in corso Umberto. Il laboratorio è stato pensato per un cammino di reinserimento delle giovani mamme accolte nella struttura; un luogo dove la sapiente miscelatura di amaro e dolce, presente nella cioccolata di Modica, può diventare quasi una metafora della vita. In sostanza, non è altro che «una concreta realtà lavorativa, basata sul trinomio qualità, tradizione e solidarietà, che si è guadagnata un posto di rilievo nel contesto della produzione dolciaria. Un’economia inclusiva che prevede, quindi, non solo l’inserimento delle donne accolte nella casa, ma attenzione a tutti coloro che hanno bisogno di un lavoro che ridia speranza e dignità. Partecipiamo anche noi all’Economy of Francesco, voluta dal Papa, perché i talenti dei giovani, impegnati con dignità e creatività, permettano all’economia di diventare civile, e così accrescere giustizia, uguaglianza, fraternità, sostenibilità. Il nostro legame con Modica — prosegue Assenza — si è andato costruendo anche nel segno della grande generosità che la città ci ha dimostrato: a cominciare da strumenti preziosi come il 5 x 1000, i tanti aiuti e le tante donazioni che abbiamo ricevuto ci hanno consentito», conclude il responsabile, «una cura educativa attenta, materiali per la scuola e il gioco, possibilità per il tempo libero e lo sport, manutenzione per gli ambienti della nostra casa, necessaria a renderla davvero funzionale, accogliente e calorosa per la grande famiglia che ospita».

E non finisce qui, poiché i volontari sono presenti nei quartieri periferici con il cantiere educativo “Crisci ranni” (Diventa grande) nel lancio di un progetto di turismo solidale di Villa Polara, e ancora nella progettazione e nel mantenimento di attività come “Ribes” per il contrasto alla povertà educativa e la cura dei bambini con bisogni speciali, “Ala di riserva” per il sostegno al rapporto genitoriale all’interno dei nuclei familiari più fragili e “Il portico di Betsaida” per l’housing first, i tirocini formativi, l’alternanza scuola/lavoro, il servizio civile universale.

di Francesco Ricupero