Domenica 12 settembre a Varsavia la beatificazione del cardinale Stefan Wyszyński e di suor Elisabetta Czacka

Il Primate del Millennio

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11 settembre 2021

Preoccupato per la giustizia, la pace, la libertà e il bene, richiamò i suoi concittadini alla responsabilità e sottolineò il ruolo della coscienza come il fondamento più importante della vita personale, familiare e nazionale. Questo fu il cardinale Stefan Wyszyński, arcivescovo di Gniezno e Varsavia, Primate di Polonia, che viene beatificato domenica mattina, 12 settembre, nella capitale del Paese — insieme con Elisabetta Czacka (al secolo Róża), fondatrice della congregazione delle Suore francescane ancelle della Croce — dal cardinale Marcello Semeraro, prefetto della Congregazione delle cause dei santi.

Colui che san Giovanni Paolo ii definì «il Primate del Millennio» nacque il 3 agosto 1901 nel villaggio di Zuzela, 100 chilometri circa a nord-est di Varsavia, in una devota famiglia cattolica. La Polonia all’epoca non esisteva nelle mappe d’Europa in quanto spartita, dalla fine del xviii secolo, tra Russia, Prussia e Austria. Zuzela si trovava nel territorio della partizione russa.

Suo padre, organista nella chiesa parrocchiale, si trasferì con la sua famiglia nella vicina Andrzejewo nel 1910. La madre di Stefan morì lì il 31 ottobre. La sua adolescenza fu segnata dal dramma della prima guerra mondiale (1914-1918); passò quegli anni studiando in un ginnasio di Varsavia e poi, a causa del conflitto bellico, continuò la sua istruzione a Łomża dal 1915. Come giovane studente seppe esprimere gli stati d’animo e gli ideali di indipendenza che motivavano la gioventù patriottica.

Negli anni 1917-1920 studiò al liceo Pio x di Włocławek, che fungeva anche da seminario minore. Nel novembre del 1918 la Polonia riconquistò la sua indipendenza, ma un anno e mezzo dopo, nell’estate del 1920, subì l’invasione dei bolscevichi che avanzavano con l’intenzione di conquistare l’Europa e che furono miracolosamente fermati dall’esercito polacco lungo il fiume Vistola, nei pressi di Varsavia. Stefan in quel tempo si trovava a casa in quanto fortemente segnato da una malattia polmonare. Iniziò la sua vera e propria formazione sacerdotale solo verso la fine di settembre di quell’anno, quando riaprì il seminario di Włocławek.

Quasi al termine dei suoi studi teologici contrasse nuovamente una grave malattia ai polmoni, che gli impedì di prendere gli ordini sacri con i suoi compagni di studio. Dopo un soggiorno in ospedale, li ricevette da solo il 3 agosto 1924 e ricordò: «Al momento della mia ordinazione ho pregato di poter essere sacerdote almeno per un anno. Quando giunsi nella cattedrale per l’ordinazione, un vecchio sacrestano mi disse: “Padre, con la sua salute penso che dovrebbe andare al cimitero piuttosto che all’ordinazione”. Solo gli occhi misericordiosi della Santissima Madre assistettero a quella strana cerimonia; mentre ero disteso a terra avevo paura del momento in cui avrei dovuto alzarmi, perché non sapevo se sarei stato capace di stare in piedi».

Dopo un anno di servizio come vicario parrocchiale nella cattedrale di Włocławek, studiò all’Università cattolica di Lublino (1925-1929), ottenendo il dottorato in diritto canonico sulla base della tesi Il diritto della Chiesa verso la scuola. Successivamente (1929-1930) fece un viaggio di studio a Roma e in diversi Paesi dell’Europa occidentale, interessandosi in particolare all’Azione cattolica e alle attività dei sindacati cristiani. Tornato in Polonia, divenne vicario a Przedcze Kujawskie (1930-1931), e poi (1932-1939) docente di scienze sociali al seminario di Włocławek e direttore del periodico «Ateneum Kapłańskie». Di fronte all’intensificarsi della propaganda comunista, fu sempre vicino ai temi della giustizia sociale e della dignità dei lavoratori. Scrisse: «Il cattolicesimo non è un sistema socio-economico e non ha intenzione di creare un tale sistema. In ogni sistema realizza il suo compito, proclamando il comandamento della giustizia e dell’amore, formando la coscienza dell’individuo, e così permeando con i suoi insegnamenti la società e lo Stato».

Nel settembre 1939, dopo l’invasione tedesca e sovietica della Polonia, come noto sacerdote e attivista sociale fu ricercato dai tedeschi. Il vescovo Michał Kozal, più tardi martire a Dachau, gli ordinò di lasciare Włocławek. Si nascose a Wrociszew, nella regione di Lublino, e a Laski, dove durante l’insurrezione di Varsavia (1944) svolse i compiti di cappellano dell’Armata nazionale. Raccoglieva i feriti, assisteva alle operazioni e teneva alto il morale di coloro che soffrivano e si disperavano. Lì fece amicizia con madre Elisabetta (Róża) Czacka — che sarà beatificata con lui — la quale si occupava dei non vedenti. Nel 1945, tornò a Włocławek e si unì all’organizzazione del seminario. Il 4 marzo 1946, Pio xii lo nominò vescovo della diocesi di Lublino. Il percorso di fede di Wyszyński ha trovato espressione nel motto episcopale da lui scelto: Soli Deo.

Una nuova tappa della sua vita iniziò il 12 novembre 1948, quando monsignor Wyszyński fu nominato arcivescovo metropolita di Gniezno e Varsavia, e Primate di Polonia. Prese così la responsabilità pastorale di due arcidiocesi e cinque amministrazioni apostoliche nelle “terre riconquistate” dopo il cambiamento dei confini dello Stato. Il periodo della guerra e del dopoguerra fu segnato da due totalitarismi anticristiani: il nazismo e il comunismo. Dopo la guerra si volle introdurre in Polonia con la forza un sistema politico, il comunismo, ostile alla religione, la cui intenzione era quella di subordinare la Chiesa allo Stato. Il Primate di Polonia, che era anche il presidente della Conferenza episcopale, chiese il coinvolgimento dei cattolici nella ricostruzione del Paese in rovina, ammonendo chi era al potere a rispettare le leggi sulla libertà di coscienza e di religione. Nell’adempimento dei suoi doveri episcopali, ha mantenuto l’equilibrio e la calma nelle situazioni difficili. Era fermo nei principi e flessibile nell’azione. Il 12 gennaio 1953 Pio xii lo creò cardinale, ma Wyszyński non poté recarsi a Roma in quanto non ottenne il passaporto da parte delle autorità governative. La sua virtù della fortezza fu particolarmente evidente quando, di fronte alla crescente persecuzione della Chiesa, dichiarò, in una lettera alle autorità comuniste, il famoso: Non possumus. Fu un atto di ferma opposizione al piano del partito comunista di ingerirsi nella scelta dei vescovi. Questo significava la disponibilità a seguire la via della croce di Cristo.

Il 25 settembre 1953, il Primate di Polonia fu arrestato e imprigionato a Rywald, vicino a Grudziądz. Dopo tre settimane, fu portato a Stoczek Warmiński, dopo un anno a Prudnik Śląski, e poi, sempre dopo un anno, a Komańcza. Tutti questi luoghi di detenzione erano vicini alla frontiera di Stato, in modo da poterlo portare rapidamente fuori dalla Polonia se fosse stato necessario. Dopo tre anni di reclusione, scrisse: «Non ho avversione, odio o spirito di vendetta nel mio cuore verso nessuno. Voglio difendermi da questi sentimenti con tutta la mia forza di volontà e l’aiuto della grazia di Dio». Durante i tre anni di prigionia progettò e scrisse il testo dei Voti della Nazione, consegnato segretamente a Jasna Góra e, in sua assenza, letto il 26 agosto 1956 davanti a un milione di fedeli. Tre mesi dopo fu rilasciato e tornò a Varsavia.

Negli anni 1957-1965, il cardinale Stefan Wyszyński condusse la Grande Novena prima del Giubileo del 1966 per i mille anni dal battesimo della Polonia. Questi nove anni furono dedicati alle sfide più urgenti del rinnovamento spirituale del popolo polacco. Il suo atteggiamento fermo portò, come disse Giovanni Paolo ii , al consolidamento di «una Chiesa che difende l’uomo, la sua dignità e i suoi diritti fondamentali, una Chiesa che lotta coraggiosamente per il diritto dei credenti a professare la loro fede». Durante il Vaticano ii , partecipò attivamente ai lavori del concilio, portandovi l’esperienza della Chiesa in Polonia. Da sempre devoto a Maria, sottopose a Paolo vi un memorandum in cui chiedeva che fosse proclamata Madre della Chiesa, cosa che gli fu concessa il 21 novembre 1964. Anche la lettera dei vescovi polacchi ai vescovi tedeschi (1965) fu una delle sue iniziative chiave. Le parole: «Noi perdoniamo e chiediamo perdono», contenute nella lettera, furono la causa di una campagna ostile delle autorità comuniste contro il Primate e l’episcopato polacco, ma d’altra parte furono di grande importanza per rafforzare la pace in Europa e costruire la sua unità. La grande vittoria spirituale del Primate fu la storica celebrazione del Sacrae Poloniae Millenium, che si tenne in un’atmosfera solenne e festosa di profondo rinnovamento della vita sociale. La crociata sociale dell’amore fu una continuazione di quest’opera.

Nel maggio 1981, dopo l’attentato alla vita di Giovanni Paolo ii , il cardinale Stefan Wyszyński moriva a Varsavia con un rosario intorno al collo regalatogli dal Santo Padre. Poco prima della sua morte disse: «Tutta la mia vita è stata un venerdì santo». Non c’è nessuna lamentela in queste parole, ma un umile giudizio su tutto ciò che ha vissuto. Morì in fama di santità il 28 maggio 1981, solennità dell’Ascensione del Signore. Il suo funerale riunì folle di fedeli, tra i quali moltissimi non credenti. Nella sua introduzione alla messa funebre, il cardinale segretario di Stato Agostino Casaroli, a capo della delegazione della Santa Sede inviata da Papa Wojtyła, disse che «i suoi contemporanei, quasi anticipando il giudizio dei posteri, lo hanno già annoverato tra i grandi della storia della Chiesa e della sua patria. Era un uomo obbediente a Dio in tutto. Ha salvato la fede e la Chiesa in Polonia dall’ateismo e dall’empietà, aiutando i polacchi a conservare e sviluppare la loro identità cattolica, da cui è scaturito il pontificato di Giovanni Paolo ii ».

*Cardinale arcivescovo metropolita
di Varsavia

di Kazimierz Nycz *