Il magistero

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09 settembre 2021

Sabato 4

La politica
come
architettura
e artigianato della pace

Il nostro incontro avviene in un momento storico particolarmente critico. La pandemia, purtroppo, non è stata ancora superata e le sue conseguenze economiche e sociali, specialmente per la vita dei più poveri, sono pesanti.

Essa non solo ha impoverito la famiglia umana di tante vite, ognuna preziosa e irripetibile; ha anche seminato molta desolazione e aumentato le tensioni.

Di fronte all’aggravarsi di molteplici crisi convergenti, politiche e ambientali — fame, clima, armamento nucleare, per citarne alcune — il vostro impegno per la pace non è mai stato tanto necessario e urgente.

La sfida è aiutare i governanti e i cittadini ad affrontare le criticità come opportunità. Ad esempio: certe situazioni di crisi ambientale, purtroppo aggravate dalla pandemia, dovrebbero provocare una più decisa assunzione di responsabilità, prima di tutto da parte dei dirigenti più alti, e quindi, a cascata, anche ai livelli intermedi e nell’intera cittadinanza.

Non di rado è “dal basso” che provengono sollecitazioni e proposte. Questo è molto buono, benché a volte tali iniziative vengano strumentalizzate per altri interessi da gruppi ideologizzati.

Anche in questa dinamica socio-politica voi potete giocare un ruolo costruttivo, favorendo una buona conoscenza dei problemi e delle loro cause.

La pandemia, con il suo lungo strascico di isolamento e di “iper-tensione” sociale, ha messo in crisi anche l’agire politico in sé stesso.

Ma pure questo può diventare un’opportunità per promuovere una «migliore politica».

Una politica — nella vostra prospettiva — che si attui come “architettura e artigianato della pace”.

Per costruire la pace sono necessarie entrambe le cose: l’“architettura”, nella quale intervengono le istituzioni della società, e l’“artigianato”, che deve coinvolgere tutti, anche quei settori che spesso sono esclusi o resi invisibili.

Si tratta dunque di lavorare contemporaneamente a due livelli: culturale e istituzionale.

Al primo è importante promuovere una cultura dei volti, che ponga al centro la dignità della persona, il rispetto per la sua storia, specialmente se ferita ed emarginata. E anche una cultura dell’incontro, in cui ascoltiamo e accogliamo i nostri fratelli e sorelle.

Al secondo è urgente favorire il dialogo e la collaborazione multilaterale, perché gli accordi multilaterali garantiscono meglio di quelli bilaterali.

Incoraggio il vostro impegno per la pace e per una società più giusta e fraterna.

(Discorso ai Membri della Fondation Leaders pour la Paix)

Domenica 5

Meno parole inutili, più
Parola di Dio

Il Vangelo della Liturgia di oggi presenta Gesù che opera la guarigione di una persona sordomuta.

Colpisce il modo con cui il Signore compie questo segno prodigioso.

Prende in disparte il sordomuto, gli pone le dita negli orecchi e con la saliva gli tocca la lingua, guarda verso il cielo, e dice: Effatà, cioè «Apriti!» (Mc 7, 33-34).

In altre guarigioni, per infermità altrettanto gravi, come la paralisi o la lebbra, Gesù non compie tanti gesti.

Perché ora fa tutto questo, nonostante gli abbiano chiesto solo di imporre la mano al malato?

Forse perché la condizione di quella persona ha una particolare valenza simbolica. Essere sordomuti è una malattia, ma è anche un simbolo [che] ha qualcosa da dire a tutti noi. Di che cosa si tratta?

Si tratta della sordità. Quell’uomo non riusciva a parlare perché non poteva sentire. Gesù per risanare la causa del suo malessere, gli pone anzitutto le dita negli orecchi, poi alla bocca, ma prima negli orecchi.

Tutti abbiamo gli orecchi, ma tante volte non riusciamo ad ascoltare. Perché c’è una sordità interiore, che oggi possiamo chiedere a Gesù di toccare e risanare.

Quella sordità interiore peggiore di quella fisica, perché è la sordità del cuore.

Presi dalla fretta, da mille cose da dire e da fare, non troviamo il tempo per fermarci ad ascoltare chi ci parla.

Rischiamo di diventare impermeabili a tutto e di non dare spazio a chi ha bisogno di ascolto: ai figli, ai giovani, agli anziani, a molti che non hanno tanto bisogno di parole e di prediche, ma di ascolto.

Chiediamoci: come va il mio ascolto? Mi lascio toccare dalla vita della gente, so dedicare tempo a chi mi sta vicino per ascoltare?

Questo è per tutti, ma in modo speciale per i preti.

Il sacerdote deve ascoltare la gente, non andare di fretta. Vedere come può aiutare, ma dopo avere sentito.

E tutti noi: prima ascoltare, poi rispondere. Pensiamo alla vita in famiglia: quante volte si parla senza prima ascoltare, ripetendo ritornelli sempre uguali!

Incapaci di ascolto, diciamo le solite cose, o non lasciamo che l’altro finisca di parlare, di esprimersi, lo interrompiamo.

La rinascita di un dialogo spesso passa dal silenzio, dal non impuntarsi, dal ricominciare con pazienza ad ascoltare l’altro, le sue fatiche, quello che porta dentro.

La guarigione del cuore
comincia
dall’ascolto

Ascoltare risana il cuore. “Ma padre, c’è gente noiosa che dice sempre le stesse cose...”. Ascoltali. E quando finiranno di parlare, di’ la tua parola, ma ascolta tutto.

Lo stesso vale con il Signore. Facciamo bene a inondarlo di richieste, ma faremmo meglio a porci anzitutto in suo ascolto.

Gesù lo chiede. Nel Vangelo, quando gli domandano qual è il primo comandamento, risponde: «Ascolta, Israele».

Poi aggiunge il primo comandamento: «Amerai il Signore tuo Dio con tutto il cuore [...] e il prossimo come te stesso». Ma anzitutto: “Ascolta, Israele”.

Ascolta, tu. Ci ricordiamo di metterci in ascolto del Signore? Siamo cristiani ma magari, tra le migliaia di parole che sentiamo ogni giorno, non troviamo qualche secondo per far risuonare in noi poche parole del Vangelo.

Gesù è la Parola: se non ci fermiamo ad ascoltarlo, passa oltre.

Sant’Agostino diceva: “Ho paura del Signore quando passa”. E la paura era di lasciarlo passare senza ascoltarlo.

Ma se dedichiamo tempo al Vangelo, troveremo un segreto per la nostra salute spirituale.

Ecco la medicina: ogni giorno un po’ di silenzio e di ascolto, qualche parola inutile in meno e qualche Parola di Dio in più.

Sempre con il Vangelo in tasca, che aiuta tanto.

Sentiamo rivolta a noi oggi, come nel giorno del Battesimo, quella parola di Gesù: “Effatà, apriti”! Apriti le orecchie.

Gesù, desidero aprirmi alla tua Parola; aprirmi al tuo ascolto; guarisci il mio cuore dalla chiusura, dalla fretta e dall’impazienza.

La Vergine Maria, aperta all’ascolto della Parola, che in lei si fece carne, ci aiuti ogni giorno ad ascoltare suo Figlio nel Vangelo e i nostri fratelli e sorelle con cuore docile, paziente e attento.

In Argentina beatificato
Mamerto Esquiú vescovo francescano

Ieri, a Catamarca è stato beatificato Mamerto Esquiú, Frate Minore e Vescovo di Córdoba, zelante annunciatore della Parola di Dio, per l’edificazione della comunità ecclesiale e anche di quella civile.

Il suo esempio ci aiuti ad unire sempre la preghiera e l’apostolato, e a servire la pace e la fraternità.

Per le vittime dell’uragano negli Usa

Assicuro la mia preghiera per le popolazioni degli Stati Uniti d’America colpite nei giorni scorsi da un forte uragano.

Il Signore accolga le anime dei defunti e sostenga quanti soffrono per questa calamità.

Auguri
alla comunità ebraica

Nei prossimi giorni ricorre il capodanno ebraico, Rosh Hashanah. E poi le due feste di Yom Kippur e Sukkot.

Rivolgo di cuore il mio augurio a tutti i fratelli e le sorelle di religione ebraica: il nuovo anno sia ricco di frutti di pace e di bene per quanti camminano fedelmente nella Legge del Signore.

Memoria
di santa Teresa di Calcutta

Oggi ricorre la memoria di Santa Teresa di Calcutta, per tutti Madre Teresa.

Saluto tutte le Missionarie della Carità, impegnate in tutto il mondo in un servizio spesso eroico, in modo particolare le suore del “Dono di Maria”, qui in Vaticano.

(Angelus dalla finestra dello studio privato
del Palazzo apostolico con i fedeli presenti in piazza San Pietro)

Mercoledì 8

Maria si fa
voce di chi
non ha voce

Partecipo alla vostra gioia di celebrare, anche se in modo diverso dal solito, questo 25° Congresso Mariologico Mariano Internazionale, sul tema Maria tra teologie e culture oggi. Modelli, comunicazioni, prospettive.

Il nostro rallegrarci non dimentichi il grido silenzioso di tanti fratelli e sorelle che vivono in condizioni di grande difficoltà, aggravate dalla pandemia.

La vera gioia che viene dal Signore dà sempre spazio alle voci dei dimenticati, perché insieme a loro si possa costruire un futuro migliore.

Maria, nella bellezza della sequela evangelica e nel servizio al bene comune dell’umanità e del pianeta, educa sempre all’ascolto di queste voci e Lei stessa si fa voce dei senza voce.

Nei suoi oltre sessant’anni di attività, la Pontificia Academia Mariana Internationalis, coordinando e riunendo i cultori di mariologia del mondo intero, specialmente attraverso la celebrazione dei Congressi Mariologici Mariani Internazionali, ha offerto spunti, intuizioni, idee e approfondimenti.

Sulle frontiere la Madre del Signore ha una sua specifica presenza: è la Madre di tutti, indipendentemente dall’etnia o dalla nazionalità.

La figura di Maria diventa punto di riferimento per una cultura capace di superare le barriere che possono creare divisione.

Sul cammino di questa cultura di fraternità, lo Spirito ci chiama ad accogliere nuovamente il segno di consolazione e di sicura speranza che ha il nome, il volto, il cuore di Maria, donna, discepola, madre e amica.

Il mistero che la persona di Maria racchiude in sé è il mistero stesso della Parola di Dio incarnata.

Non dimentichiamo che è proprio questa Parola a nutrire la pietà popolare, che attinge con naturalezza alla Madonna.

(Messaggio ai partecipanti al 25° Congresso Mariologico Mariano Internazionale)

Dignità negata
a milioni
di “nuovi
schiavi”

Proseguiamo il nostro itinerario di approfondimento della nostra fede alla luce della Lettera di San Paolo ai Galati. L’Apostolo insiste con quei cristiani perché non dimentichino la novità della rivelazione di Dio che è stata loro annunciata.

In accordo con l’evangelista Giovanni, Paolo sottolinea che la fede in Gesù Cristo ci ha permesso di diventare realmente figli di Dio e anche suoi eredi.

Noi cristiani diamo spesso per scontata questa realtà di essere figli di Dio. È bene invece fare sempre memoria grata del momento in cui lo siamo diventati, quello del nostro battesimo, per vivere con più consapevolezza il grande dono ricevuto.

Se io oggi domandassi: chi di voi sa la data del proprio battesimo?, credo che le mani alzate non sarebbero tante.

Invece è la data nella quale siamo stati salvati, è la data nella quale siamo diventati figli di Dio.

Coloro che non la conoscono domandino al padrino, alla madrina, al papà, alla mamma...

Con la fede in Gesù, si crea la condizione radicalmente nuova che immette nella figliolanza divina.

La figliolanza di cui parla Paolo non è più quella generale che coinvolge tutti gli uomini e le donne in quanto figli e figlie dell’unico Creatore.

Afferma che la fede permette di essere figli di Dio «in Cristo»: questa è la novità. È questo “in Cristo” che fa la differenza.

Non soltanto figli di Dio, come tutti: tutti gli uomini e donne siamo figli di Dio, tutti, qualsiasi sia la religione che abbiamo. No. Ma “in Cristo” è quello che fa la differenza nei cristiani, e questo soltanto avviene nella partecipazione alla redenzione di Cristo e in noi nel sacramento del battesimo, così incomincia.

Gesù è diventato nostro fratello, e con la sua morte e risurrezione ci ha riconciliati con il Padre.

Grazia
del battesimo

Chi accoglie Cristo nella fede, per il battesimo viene “rivestito” di Lui e della dignità filiale.

Paolo fa riferimento più volte al battesimo. Per lui, essere battezzati equivale a prendere parte in maniera effettiva e reale al mistero di Gesù.

Nella Lettera ai Romani giungerà perfino a dire che, nel battesimo, siamo morti con Cristo e sepolti con Lui per poter vivere con Lui.

Questa è la grazia del battesimo: partecipare della morte e resurrezione di Gesù.

Il battesimo non è un mero rito esteriore. Quanti lo ricevono vengono trasformati nel profondo, nell’essere più intimo, e possiedono una vita nuova, appunto quella che permette di rivolgersi a Dio e invocarlo con il nome di “Abbà”, cioè “papà”. “Padre”? No, “papà”.

Identità
totalmente
nuova

Quella ricevuta con il battesimo è un’identità totalmente nuova, tale da prevalere rispetto alle differenze che ci sono sul piano etnico-religioso.

«Non c’è Giudeo né Greco»; e anche su quello sociale: «non c’è schiavo né libero; non c’è maschio e femmina».

Si leggono spesso con troppa fretta queste espressioni, senza coglierne il valore rivoluzionario. [È] un’autentica sovversione. Il Giudeo era privilegiato rispetto al pagano. Non stupisce, dunque, che questo nuovo insegnamento dell’Apostolo potesse suonare come eretico.

“Ma come, uguali tutti? Siamo differenti!”. Suona un po’ eretico, no?

Anche la seconda uguaglianza, tra “liberi” e “schiavi”, apre prospettive sconvolgenti. Per la società antica era vitale la distinzione tra schiavi e cittadini liberi.

Questi godevano per legge di tutti i diritti, mentre agli schiavi non era riconosciuta nemmeno la dignità umana.

Questo succede anche oggi: tanta gente nel mondo, tanta, milioni, che non hanno diritto a mangiare, non hanno diritto all’educazione, non hanno diritto al lavoro: sono i nuovi schiavi, sono coloro che sono alle periferie, che sono sfruttati da tutti.

Anche oggi c’è la schiavitù. Noi neghiamo a questa gente la dignità umana, sono schiavi.

[Ma] l’uguaglianza in Cristo supera la differenza sociale tra i due sessi, stabilendo un’uguaglianza tra uomo e donna allora rivoluzionaria e che c’è bisogno di riaffermare anche oggi.

Quante volte noi sentiamo espressioni che disprezzano le donne!

E c’è nella storia, anche oggi, una schiavitù delle donne [che] non hanno le stesse opportunità degli uomini.

Dice Paolo: siamo uguali in Cristo Gesù. [E] afferma la profonda unità che esiste tra tutti i battezzati, a qualsiasi condizione appartengano, siano uomini o donne, uguali, perché ciascuno di loro, in Cristo, è una creatura nuova.

Ogni distinzione diventa secondaria rispetto alla dignità di essere figli di Dio, il quale con il suo amore realizza una vera e sostanziale uguaglianza.

Tutti, tramite la redenzione di Cristo e il battesimo che abbiamo ricevuto, siamo uguali: figli e figlie di Dio.

Uguali perché figli di Dio, e figli di Dio perché ci ha redento Gesù e siamo entrati in questa dignità tramite il battesimo.

La bellezza
di essere figli

È decisivo anche per tutti noi oggi riscoprire la bellezza di essere figli di Dio, di essere fratelli e sorelle tra di noi.

Le differenze e i contrasti che creano separazione non dovrebbero avere dimora presso i credenti in Cristo.

[Le] differenze le facciamo noi, tante volte, in modo inconscio. Siamo uguali. La nostra vocazione è rendere concreta ed evidente la chiamata all’unità di tutto il genere umano.

Tutto quello che esaspera le differenze tra le persone, causando spesso discriminazioni, davanti a Dio non ha più consistenza, grazie alla salvezza realizzata in Cristo.

Ciò che conta è la fede che opera seguendo il cammino dell’unità indicato dallo Spirito Santo.

La nostra responsabilità è camminare decisamente su questa strada dell’uguaglianza, ma l’uguaglianza che è sostenuta, che è stata fatta dalla redenzione di Gesù.

(Catechesi all’udienza generale nell’Aula Paolo vi )