Saper sviluppare relazioni di fiducia

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06 settembre 2021

Saper sviluppare «relazioni di fiducia». Non è un’attitudine che si impara sui libri, ma è una di quelle disposizioni «basilari», assieme alle competenze teologiche e linguistiche, richiesta a chi lavora in campo ecumenico all’interno del dicastero vaticano che si occupa di questa missione. Il cardinale Kurt Koch — che guida dal 2010 il Pontificio Consiglio per l’unità dei cristiani, ma ne era già membro dal 2002 — sa bene quale sia lo stile di una istituzione che, per dirla con san Giovanni Paolo ii, respira con i «due polmoni» delle Chiese di Oriente e Occidente. Un gruppo di lavoro non grande nei numeri, con un bilancio di missione la cui entità, nel computo ufficiale della Santa Sede 2021, figura come parte dei 21 milioni di budget comprendenti i bilanci di un’altra trentina di dicasteri e istituzioni vaticane.

Il vostro dicastero è uno dei frutti più significativi del concilio Vaticano ii . Come si mantiene viva oggi l’eredità di un’esperienza che ha ormai quasi sessant’anni?

È vero che il nostro dicastero è in qualche modo uno dei frutti più significativi del concilio Vaticano ii . Indubbiamente, uno degli scopi principali del concilio, tale come fu concepito da san Giovanni xxiii , era il ristabilimento dell’unità dei cristiani per il quale fu creato un apposito segretariato. Ma è anche pur vero che il concilio stesso è, in numerosi aspetti, un frutto del lavoro dell’allora Segretariato per l’unità. Basta pensare che il Segretariato ha avuto un ruolo determinante nella preparazione degli schemi di alcuni documenti chiavi del concilio, come la costituzione sulla divina rivelazione Dei Verbum, i decreti Unitatis redintegratio e Nostra aetate e la dichiarazione sulla libertà religiosa Dignitatis humanae. Dopo sessant’anni l’insegnamento conciliare, in modo particolare la costituzione dogmatica Lumen gentium e il decreto Unitatis redintegratio, rimane la fonte di ispirazione e la guida della nostra attività.

Lo scorso anno è stato celebrato il xxv anniversario della «Ut unum sint», con la quale Giovanni Paolo ii confermava «in modo irreversibile» l’impegno ecumenico della Chiesa. Quanto resta ancora da fare per realizzare pienamente l’appello evangelico all’unità?

La Ut unum sint, l’unica enciclica dedicata all’unità dei cristiani, ha confermato le grandi intuizioni ecumeniche del concilio nell’affermare la via dell’unità come via imprescindibile della Chiesa. Ha convalidato in particolare il doppio dialogo della carità e della verità intrapreso subito dopo il concilio con tutte le diverse comunioni cristiane, ma anche sottolineato l’importanza dell’ecumenismo spirituale come anima del movimento per l’unità. Nel suo ultimo capitolo, intitolato Quanta est nobis via, l’enciclica tratta del cammino che rimane da percorrere. È chiaro che l’unità è un dono dello Spirito, un dono che ci viene dato mentre camminiamo insieme, come spesso ripete Papa Francesco. Per ricevere questo dono è indispensabile non soltanto chiedere che esso sia dato ma rendersi disponibile, pregando affinché il Signore accresca il nostro desiderio di unità, così come Lui la anelava.

Da dove proviene il vostro personale e com’è composto? Quali esperienze e competenze specifiche sono richieste?

Per far fronte alla nostra missione a livello mondiale siamo un piccolo gruppo di ventiquattro persone provenienti da tredici diversi Paesi, tra cui sette officiali esperti incaricati dei diversi desk. Per il nostro lavoro sono richieste almeno tre disposizioni basilari: certamente competenze teologiche specializzate, conoscenze linguistiche e capacità di sviluppare relazioni di fiducia, giacché l’amicizia e la fratellanza sono una dimensione importante dell’ecumenismo. Ma soprattutto il nostro servizio richiede una passione per l’unità e un amore per la Chiesa una così com’è stata fondata e voluta da Cristo. Questa passione ci spinge a studiare continuamente, ci permette di imparare “cammin facendo”, di vagliare nuove strade possibili, e anche di esercitare la virtù della pazienza, perché i tempi non sono i nostri ma i tempi dello Spirito Santo. Il lavoro del nostro Pontificio Consiglio coinvolge anche i suoi membri e consultori, così come i periti, uomini e donne, chierici, religiosi e laici, che partecipano ai numerosi dialoghi teologici e ad altre iniziative, portati avanti con quasi tutte le altre confessioni cristiane.

La Settimana di preghiera per l’unità dei cristiani rappresenta ogni anno un appuntamento centrale per la vita del Pontificio Consiglio. Qual è oggi lo stato di salute del movimento ecumenico mondiale e quali sono le sue prospettive?

La Settimana di preghiera per l’unità è certamente un momento importante, non solo per il nostro dicastero, ma, mi auguro, per tutti i cristiani. Tuttavia non è l’unica occasione di preghiera per l’unità. Infatti durante la santa messa chiediamo sempre al Signore di donare «unità e pace» alla Chiesa. Inoltre, l’ecumenismo spirituale consiste non solo nella preghiera per l’unità, ma anche nella «conversione del cuore e la santità di vita», come dice il concilio Vaticano ii . Aggiungerei almeno tre altri aspetti importanti dell’ecumenismo spirituale: la lettura orante in comune delle Sacre Scritture, la purificazione della memoria storica e l’ecumenismo dei santi, e in modo particolare dei martiri. Da tutte queste radici spirituali dipende la salute del movimento ecumenico a livello locale come pure a livello mondiale.

L’organismo che lei presiede è articolato in due sezioni: orientale e occidentale. Come procede il cammino ecumenico su entrambi i fronti di impegno?

Questa distinzione corrisponde alla struttura del decreto conciliare sull’ecumenismo, che tiene conto delle specificità delle origini e delle realtà del cristianesimo. Difatti, anche se il movimento ecumenico è uno solo, le problematiche affrontate nei vari dialoghi sono diverse. Mentre con le Chiese ortodosse e orientali condividiamo una stessa tradizione apostolica e abbiamo una stessa struttura ecclesiale e sacramentale, con le comunità ecclesiali d’Occidente la situazione è alquanto variegata e deve far fronte alla mancanza di una comune concezione dell’unità. Tuttavia il dialogo tra i cristiani negli ultimi sessant’anni ha permesso di fare più progressi che mai nella storia. Per esempio si possono citare le dichiarazioni cristologiche con le Chiese ortodosse orientali che hanno messo fine a millecinquecento anni di controversie, oppure la dichiarazione congiunta sulla dottrina della giustificazione che ha risolto i problemi fondamentali alla base della Riforma del sedicesimo secolo. Non ultimo il fatto che i cristiani si riconoscano non più come nemici ma come fratelli e sorelle in Cristo.

Il “vademecum ecumenico”, intitolato «Il Vescovo e l'Unità dei Cristiani», pubblicato alla fine del 2020, rappresenta il più recente documento prodotto dal vostro Pontificio Consiglio. Quale accoglienza ha avuto nella Chiesa cattolica? E nelle altre Chiese e confessioni cristiane?

Questo documento corrisponde alla prima missione del nostro Pontificio Consiglio, e cioè promuovere l’ecumenismo all’interno della Chiesa cattolica, nella quale il vescovo è il primo responsabile della promozione dell’unità nella sua diocesi. Siamo lieti di costatare che il testo è stato ben accolto, sia nella Chiesa cattolica, dove varie conferenze episcopali preparano diverse edizioni locali, sia nelle altre Chiese e comunità ecclesiali, che hanno reagito molto positivamente all’iniziativa.

Una commissione “ad hoc” si occupa dei rapporti religiosi con l’ebraismo (Crre). Quali sono i principali risultati ottenuti nel dialogo con i “fratelli maggiori”?

L’intuizione di Papa Paolo vi di costituire questa commissione nel 1974 in seno al nostro dicastero si è rivelata opportuna, data la relazione speciale, «intrinseca», tra cristianesimo ed ebraismo, come affermava Papa Giovanni Paolo ii . Quattro importanti documenti sono stati pubblicati dalla commissione, ognuno dei quali ha contribuito a sensibilizzare maggiormente i cattolici alle relazioni con i “fratelli maggiori”. L’ultimo, intitolato Perché i doni e la chiamata di Dio sono irrevocabili, è una riflessione su questioni teologiche attinenti alle relazioni cattolico-ebraiche, pubblicato in occasione del cinquantesimo anniversario di Nostra aetate. Questo testo ha permesso di arricchire e intensificare la dimensione teologica del dialogo ebraico-cattolico, particolarmente necessaria poiché le nostre relazioni hanno soprattutto un fondamento religioso.

di Alessandro De Carolis