Dal Giappone la voce di una campionessa

Vi sembro debole?

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04 settembre 2021

Martina Caironi ha vinto la medaglia d’argento sui 100 metri, nel primo pomeriggio di sabato, in un podio tutto italiano. Due giorni fa aveva conquistato l’argento anche nel salto in lungo. Ecco il suo racconto a Tokyo.

Ho saltato più in là possibile, con la tecnica che ho perfezionato nell’ultimo anno, con la forza che ho accumulato, con la voglia di chi sta per uscire dalla gabbia. Non riuscire a centrare il salto giusto mi ha fatto davvero arrabbiare, anche se Vanessa Low per vincere l’oro ha dovuto fare il record del mondo.

E nel primo pomeriggio del sabato italiano c’è la battaglia sui 100 metri tra titani, che siamo poi noi tre atlete dell’Italia: Ambra Sabatini, Monica Contrafatto e io. In semifinale avevo fatto il record del mondo. Ho pensato anche alle decorazioni delle protesi... o meglio, ci ha pensato l’Istituto europeo di design.

Del mio argento nel salto in lungo, di due giorni fa, sono molto contenta: sto per compiere 32 anni, ho anche pensato di terminare la carriera, ma non sono pronta per una decisione del genere. Il mio pensiero, anche se non ufficiale, è quello di presentarmi a Parigi nel 2024.

Ma sono anche portavoce dei diritti femminili. Alle donne voglio mandare un messaggio, a loro voglio dire di non chiudersi e di uscire, perché fuori ci possono essere tanti aiuti. Io sono una donna con disabilità e, guardatemi bene, vi sembro debole? No, non lo sono! Io sono il segno che bisogna sempre reagire.

Che meraviglia quando è arrivato il momento attesissimo. Essere qui in Giappone, dentro al Villaggio Olimpico, è rassicurante, a tratti faticoso, sempre molto stimolante. Sapevamo già che sarebbe stato diverso, ma devo dire che, nonostante tutto, io rimango entusiasta di questa esperienza che sta per arrivare al suo culmine.

Il Team Italia è in un solo edificio, le bandiere sono ben spiegate sui nostri terrazzi. Da qui vedo l’edificio Australia, Stati Uniti, Uzbekistan, Danimarca, dall’altro lato Brasile e Germania. Scendi e al “meno uno” abbiamo la lavanderia, al piano terra la nostra casa base di ritrovo con la tv che trasmette le gare e le macchinette, al secondo piano c’è l’ufficio del Comitato italiano paralimpico e la fisioterapia, lo studio medico.

Noi siamo al sesto piano e ormai mi sto abituando anche alle pareti di compensato che ci permettono di essere sempre in... comunicazione. Si va a mensa a volte insieme, a volte a gruppi sparsi e poi là incontri il mondo, bellissimo e vario. I posti a sedere sono divisi da plexiglass trasparenti, quindi abbiamo imparato a leggere i labiali per poter comunicare con chi è seduto davanti a noi.

Certo, alle Paralimpiadi ci sono anche i non vedenti, come la nostra Assunta Legnante e il nostro Oney Tapia che, quindi, a mensa parlano con chi è seduto al lato.

Mi rendo conto che la maggior parte non immagina nemmeno cosa significhi trovarsi in un mondo così unico, quindi mi piacerebbe spiegarvelo meglio, ma il tempo stringe e ancora non ho parlato degli “sputazzi” mattutini per verificare la nostra non positività al covid, non ho ancora detto che per la prima volta mi sono candidata per il consiglio internazionale degli atleti (IPC Athletes’ Council) e qui ci sono le votazioni, con tanto di urne all’ingresso della mensa.

C’è il Village Plaza laggiù in fondo, ci si va con le macchinine elettriche che guidano con estrema lentezza, con mille ausiliari del traffico, dopo l’incidente che ha bloccato tutto i primi giorni.

Sempre laggiù in fondo c’è la Ottobock, che dà assistenza a chi ne ha bisogno: per esempio aggiusta carrozzine o sostituisce pezzi, risolve problemi anche all’ultimo minuto ed è una grande sicurezza per noi.

In particolare ci sono atleti che nel loro Paese non hanno la possibilità di avere un'assistenza e degli ausilii aggiornati e quindi approdano con gioia a questa isola felice. E insomma, sono qui per gareggiare, ma è un piacere poter godere di tutto il resto mentre definisco i passaggi conclusivi di una preparazione di 5 anni.

Anni in cui è successo un po’ di tutto. Quest’ultimo anno ho scelto di recarmi spesso a Roma, al Centro sportivo delle Fiamme gialle, per concentrarmi meglio, e quindi ho avuto la fortuna di essere seguita non solo dal mio allenatore a Bologna, “Gambero”, ma anche da due tecnici molto validi del mio gruppo sportivo.

Qui a Tokyo, dopo aver fatto l'ambientamento a Sendai (e questo richiederebbe un capitolo a parte per spiegare quanto è stata speciale l’accoglienza) lo staff della Federazione italiana sport paralimpici e sperimentali (Fispes) ci sta seguendo, insieme allo staff Inail, in lungo e in largo. Sarebbe bello poterlo fare più spesso, perché è nei viaggi, nei raduni che si crea la vera squadra, quella che ride e piange insieme...

di Martina Caironi