Hic sunt leones

Mosca cerca spazio di manovra in Africa

cq5dam.thumbnail.cropped.500.281.jpeg
03 settembre 2021

La Russia guarda all’Africa sempre più con grande interesse. Anche a seguito delle sanzioni imposte dall’Occidente, il governo di Mosca è alla ricerca di nuovi mercati. Per farlo, oltre a esibire una maggiore assertività sia in Medio Oriente come anche nello scacchiere centrale del continente asiatico, le autorità russe hanno incrementato la propria presenza in Africa con l’obiettivo di rafforzare la partnership con i paesi africani, ben consapevoli dell’assetto multipolare imposto dalla globalizzazione dei mercati.

Com’è noto, nei singoli Stati africani, in particolare nella macro regione subsahariana, si assiste a una crescente parcellizzazione degli interessi causata da attori esterni i quali prediligono, in molti casi, il cosiddetto bilateralismo.

Di conseguenza, chi decide di investire nel continente si prefigge di consolidare il proprio interesse nazionale attraverso un’espansione della propria agenda politica nei territori del continente africano. Ecco che allora la Russia ha deciso di scendere in campo per non rimanere esclusa da quella che viene definita dagli osservatori «The scramble for Africa» (“La corsa per l’Africa”).

Uno dei paradossi di questa fase della globalizzazione è che mentre cresce il livello di interdipendenza economica tra le diverse aree e i diversi paesi del globo, sembra costantemente frammentarsi il grado di governance del sistema politico internazionale. Con il risultato che gli interessi a sé stanti delle grandi potenze in Africa si giocano su un piano concorrenziale determinando il frequente emergere di posizioni unilaterali.

Dopo la dissoluzione dell’Unione sovietica, la neonata Federazione Russa era stata costretta a ridimensionare le proprie ambizioni nel continente africano, ma a partire dagli anni 2000, vi è stata una decisa ripresa delle relazioni economiche e politiche tra Russia e Africa, tanto che l’interscambio commerciale è passato dai 3,4 miliardi di dollari del 2005 ai circa 20 miliardi di dollari del 2019, una cifra comunque ancora lontana dai valori francesi (55 miliardi di dollari l’anno) e cinesi (200 miliardi l’anno). L’Associazione per la Cooperazione economica con gli Stati africani (Aecas), costituita sotto l’egida del Segretariato del Russia-Africa Partnership Forum (Rapf), ha tenuto recentemente una riunione speciale del gruppo di lavoro sui progetti di finanziamento con la partecipazione delle principali aziende e banche russe.

L’argomento chiave è stato quello di identificare un sistema efficace di finanziamento dei progetti e trovare modi per sostenere gli investimenti in Africa. Come riporta un giornale di questioni diploma-tiche online (https://modern-diplomacy.eu/2021/08/24/an-in-sight-into-russias-economic-presence-in-africa/), «la mancanza di un sistematico sostegno statale e il modesto interesse delle istituzioni finanziarie russe, sono stati identificati, nel corso del meeting dell’Aecas, come parte della debole presenza economica della Russia in Africa». Secondo Anna Belyaeva, direttore esecutivo dell’Aecas, «il finanziamento dei progetti in Africa è una delle chiavi importanti e, allo stesso tempo, il problema più difficile per le grandi aziende russe che tentano di espandersi in Africa, e gli strumenti finanziari a loro disposizione sono insufficienti». È comunque evidente che Mosca non intende perdere tempo. A seguito del primo vertice Russia-Africa nella città di Sochi sul Mar Nero, nell’ottobre del 2019, Russia e Africa hanno deciso di passare da semplici intenzioni ad azioni concrete per elevare l’attuale commercio bilaterale e gli investimenti a livelli sensibilmente più elevati nei prossimi anni. Sebbene l’insorgere della pandemia abbia rallentato gli scambi a livello planetario, l’introduzione dell’area di libero scambio africana, Africa Continental Free Trade Area (Af cfta ), a partire dal 1° gennaio di quest’anno, viene visto dal governo russo con grande interesse per affermare una cooperazione a tutto campo con i partner africani.

Si tratta di un mercato continentale di beni e servizi, con libera circolazione per oltre un miliardo trecentomila africani. Rimane il fatto che la Russia avverte sempre più la necessità di mettere a punto un meccanismo finanziario statale per supportare il lavoro delle proprie imprese in Africa.

Sono comunque tre, nel perimetro del continente africano, i principali ambiti nei quali la Russia è già parte attrice. Anzitutto quello militare. Negli ultimi anni, infatti, Mosca ha affermato una presenza significativa in questo settore, andando al di là del tradizionale commercio di armi, soprattutto in alcuni paesi della macroregione subsahariana come la Repubblica Centrafricana, il Mozambico, il Sudan e lo Zimbabwe. Questo nuovo indirizzo ha implicato, oltre alla fornitura di armi e munizioni, l’addestramento militare e l’invio di contractor della compagnia militare privata Wagner. Ciò ha generato, in alcuni casi, l’irritazione di alcune componenti della società civile che considerano queste iniziative troppo invasive e ingerenti nei già difficili equilibri interni di alcune regioni geo-strategiche. Per non parlare del fatto che parte rilevante degli armamenti che arrivano dalla Russia, come del resto quelle di diversa produzione, finiscono nelle mani dei gruppi armati che da sempre rappresentano un cancro dell’Africa.

Altrettanto prioritario, nell’agenda della cooperazione russo-africana, risulta essere il settore minerario in paesi come l’Angola, il Botswana, la Guinea, la Namibia, la Repubblica Centrafricana e lo Zimbabwe. Si tratta di aree geografiche nelle quali, a seguito del rilascio di concessioni governative, sono presenti aziende russe attive nell’estrazione di diamanti, bauxite, uranio, oro e platino. Al pari del settore militare e di quello minerario, la Russia guarda con grande interesse alla cooperazione energetica nel settore degli idrocarburi ma anche in quello della produzione di energia nucleare.

Con la partecipazione del Russian Export Center, un’istituzione statale di sostegno alle esportazioni creata con l’assistenza del governo di Mosca, molte aziende russe si stanno orientando anche su altri settori come la metallurgia, l’industria chimica, i prodotti agricoli e i progetti infrastrutturali. Particolare attenzione è rivolta allo sviluppo delle esportazioni di prodotti di alta tecnologia russi; ad esempio, sono in fase di elaborazione progetti per la fornitura di attrezzature mediche, soluzioni high-tech nel campo dell'energia idroelettrica e solare, sistemi di comunicazione e sicurezza.

C’è anche da considerare che nel corso della pandemia, l’Algeria è stato il primo paese africano a registrare il vaccino russo Sputnik V, mentre l’Egitto, che in questi giorni ha distribuito il primo lotto prodotto localmente del vaccino cinese Sinovac, prevede di fare lo stesso con quello russo.

È evidente che l’Africa rappresenta una grande opportunità per gli investitori internazionali, anche se il tema delle nuove polarità economiche e politiche presenti nel continente esige una decisa assunzione di responsabilità. Questo in sostanza significa evitare comportamenti opportunistici, allineandosi da un lato alla strategia dell’agognato multilateralismo, cercando di trarne i benefici, e al contempo cooperando con gli investitori stranieri per la promozione di uno sviluppo sostenibile che risponda al bene dei singoli stati e dell’intero continente. In questo quadro, le scelte di politica estera per i governi africani si presentano strutturalmente problematiche. Se, infatti, negli anni della Guerra fredda le strade percorribili erano in sostanza predefinite e non negoziabili, oggi le opzioni disponibili appaiono di certo più aperte, ma comunque a volte confliggenti. Almeno per ora, le organizzazioni regionali africane possono avere al massimo un ruolo sussidiario rispetto alle istituzioni internazionali, ma né le prime né le seconde sono in grado di costituire una soluzione intermedia tra le scelte imposte dalle politiche bilaterali e la rivendicazione di una politica estera africana inserita in un efficace quadro multilaterale. Certo, tirare troppo la coperta da una parte porta a scoprirsi facilmente dall’altra, ragion per cui è davvero auspicabile che i grandi investitori — Unione Europea, Stati Uniti, Cina, Turchia, Emirati Arabi e dunque anche la Russia — promuovano iniziative protese alla lotta contro la povertà, al progresso e alla pacificazione, il che per inciso significa anche una seria inversione di tendenza per quanto concerne il commercio delle armi. Approdare a questa molteplice sostenibilità — in cui il cosiddetto Green New Deal è imperativo irrinunciabile di fronte al riscaldamento globale — deve costituire e diventare una storia di successo soprattutto africana.

di Giulio Albanese