Grandi intese

La “singolare amicizia”
tra la beghina e il prete

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04 settembre 2021

Inversione di ruoli tra Romana Guarnieri e Giuseppe De Luca


«Maledicevo questa testa che non la piantava di pensare, e questo cuore che sempre smaniava: E mi ritrovo con una fiducia e una serenità che non so capire da dove  provengano…mi sento sicura…mi sento tutta gratitudine, nient’altro che gratitudine, così, per tutto e per tutti; non so dirle bene com’è» (lett. 21, 23 febbraio 1939. «Tra le stelle e il profondo». Carteggio tra Giuseppe De Luca e Romana Guarnieri 1938-1945, Morcelliana).

Siamo verso la fine degli anni Trenta. Lei, Romana Guarnieri (1913-2004) è una giovane e brillante studiosa di famiglia borghese italo-olandese; lui, don Giuseppe De Luca (1898-1962) è un sacerdote di umile provenienza meridionale, il cui sogno è promuovere la cultura cattolica a livelli sempre più alti e meno provinciali. La loro sarà una relazione speciale, potremmo dire un esempio, tra i più intensi di tutto il Novecento di “una relazione eccellente donna–sacerdote”  e che, come nella migliore tradizione, ha visto spesso la donna  tenere le fila della direzione spirituale. La natura del loro rapporto spirituale non si limita però a tale, frequente, inversione di ruoli. Lo scambio tra loro, fatto di affondi teologici, esistenziali e psicologici e progetti comuni produrrà molti frutti intellettuali, teologici e pratici, come la fondazione delle edizioni di Storia e Letteratura, concepita non solo come una pur importante casa editrice ma come una vera e propria impresa spirituale e culturale. Non si dirà mai abbastanza dell’eccentricità di questo incontro: lei avida di vita, moderna e laica, appassionata di letteratura e arte «completamente ignorante e disinteressata — come gli dirà — di chiesa e di religione» si converte  per diventare “una beghina”, “alla pari del prete”, sfidando  i venti e le mode che vorrebbero  la donna secolarizzata ed  emancipata fuori da ogni dimensione religiosa e tanto meno ecclesiale. La sua prorompente, quanto duratura conversione avviene tramite questo prete romano tutto interno alla formazione tridentina che coltiva il sogno di un’erudita ricostruzione della tradizione cattolica nel confronto ravvicinato con la cultura laica più alta, insieme alla pietà popolare, dei semplici e degli ultimi. Ossimori e polarità, affondi mistici ma anche razionali progetti culturali e politici ci rimandano ad uno scambio tra due vite vero, autentico, immediato e diretto, concitato ed emotivo, nel quale i piani si intrecciano e ciascuno può cogliere un frammento piuttosto che un altro di un affresco comunque quanto mai cangiante. Ma di cosa si tratti veramente lo si comprende soltanto dal commento postumo della stessa Romana Guarnieri; i suoi ricordi ci restituiscono la cifra vera del loro rapporto, disvelano la loro sostanza spirituale, quasi sacramentale, perché il loro è un vero confessarsi, un mettere nel crogiolo della conversione tutta la vitalità della relazione, i suoi bisogni e le sue pulsioni. Di Giuseppe De Luca, grazie alla pionieristica ricerca di Luisa Mangoni, In partibus infidelium (Einaudi), conosciamo il percorso tormentato, le amicizie intellettuali, le importanti realizzazioni. Di Romana  Guarnieri sono note le ricerche sulle forme di aggregazione femminile che non hanno dato luogo ad una fondazione conventuale monastica vera e propria, come il bizzocaggio, studi ripresi dalla storica e amica  Gabriella Zarri e da studiose impegnate nell’approfondimento della religiosità femminile. Le sue più grandi intuizioni avvengono sulla mistica femminile: la “scoperta” della mistica olandese Margherita Porete, autrice dello Specchio delle Anime semplici, arsa insieme al suo libro nel 1310, ripresa, in particolare, da Luisa Muraro, femminista e teorica del  pensiero della  differenza.

Della relazione tra la Guarnieri e De Luca si è scritto invece molto poco, e le cose più belle le ha scritte proprio Romana negli anni Ottanta e Novanta sulla rivista «Bailamme», un periodico, come recitava il sottotitolo di spiritualità e politica, intorno al quale si confrontavano strane teste pensanti, cattolici, ex-comunisti, ebrei, femministe, laici, consacrati. Ormai alla soglia degli ottant’anni, la lucidissima e vulcanica studiosa, in una rubrica di quella rivista intitolata Ricordando, ritornava con la memoria ai momenti salienti della loro relazione. Ne escono degli spaccati storici sulla Roma dell’occupazione tedesca e del dopoguerra, dei racconti gustosissimi sui più grandi intellettuali, sugli uomini di curia, sui politici dell’epoca; ritratti di una memorialistica di alto livello, scritti con quella vivacità espressiva che è una caratteristica costante della sua comunicazione messa alla prova nei generi letterari più diversi, dalle lettere, ai saggi scientifici, agli articoli per i giornali e le riviste, cui si dedicherà fino agli ultimi giorni della sua vita.

La conversione infatti avviene nel pieno delle pulsioni giovanili, e prende le forme della rinuncia radicale, del lasciare tutto, da parte di una giovane neofita, che nulla sa di chiesa e religione, quando «nella mia totale ignoranza e semplicità, ogni parola biblica aveva un sapore particolare, immediato che mi toccava nel profondo e mi giungeva dalla profondità dei secoli quasi detta a me, unicamente a me e a nessun altro. Beata stagione dell’infanzia spirituale, una stagione che anche lei non torna più, mai più. Anche l’anima ha le sue età, e quella matura non sempre è lieve da portare….» .

Così scrive Romana in un Ricordando («Bailamme» n. 10, dicembre 1991), quando racconta come, il primo giugno del 1943, dopo il duro ultimatum dei genitori, lei e don Giuseppe decisero “sull’istante: basta!”:

«Uscimmo di casa mia piuttosto stravolti, e avviatici senza la minima idea di dove ci saremmo diretti, dopo avere detta devotamente un avemaria e un’invocazione al mio angelo custode, in una maniera che ricorda il san Francesco dei Fioretti, giunti alla Porta di San Pancrazio e imboccata la discesa verso San Pietro, bussammo alla porta del primo conventino che incontrammo per la nostra strada e chiedemmo della madre superiora». 

Uno strappo, una rottura, un non voltarsi più indietro, come il giovane ricco del Vangelo. L’ingorgo emotivo, il marasma esistenziale della giovane Romana, vissuto con un orgoglio consapevole delle sue tante doti intellettuali ed umane, che le fanno sentire così vicina la parabola dei talenti è dunque lo scenario della sua rapida conversione, del suo innamoramento e affidamento al Signore.

Don Giuseppe ne è il tramite e l’ispiratore; con lei è, prima di tutto, un prete. E così lo vuole descrivere Romana:

«parlando del De Luca molti finiscono per discorrere dello scrittore finissimo, dell’erudito straordinario, del dotto umanista, del politico segreto, dell’amico senza l’eguale: tutte cose vive, reali, nobilissime e nobilissime in lui, dotato come pochi: ma guarda caso si dimenticano di parlare del meglio, di quello a cui lui stesso ha tenuto sopra ogni altra cosa al mondo: il suo essere prete» e  davvero “un prete, prete «Bailamme» n.1, aprile 1987).

Allo stesso modo potremmo dire di Romana: oltre al suo talento di studiosa, poco si sa della sua fede, di quel suo essere legata interamente alla tradizione vivendo pienamente lo spirito del concilio Vaticano ii , del suo essere “beghina” sfidando i venti delle mode conciliari che volevano la donna emancipata, “alla pari del prete”. E forse, proprio grazie a questa identificazione femminile, ha vissuto serenamente l’ultimo periodo della sua vita, in quel momento tanto complicato per la  chiesa e per il mondo nel quale le toccò invecchiare. Una fede gioiosa, non esente da increspature, dovute a quel carattere indomito, a tratti iroso, su cui cercava di lavorare con pazienza e modestia ma con il quale le toccava venire a patti e che finiva con l’accettare.

Difficile, dicevamo, immaginare una polarità più estrema per carattere, convinzioni e appartenenze, che si intreccia in una relazione spirituale e amorosa potentissima e si fonde nella comune passione per  Dio.

di Emma Fattorini
Docente di Storia contemporanea “La Sapienza”, Roma