Il primo umanista del pentagramma

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27 agosto 2021

«Josquin è il Michelangelo della musica» perché, come per il grande pittore e scultore italiano, «non serve mettere il cognome per sapere di chi parliamo». Mella sua opera, «riesce a far coesistere in modo totale parola e musica» e questo ne fa il motore «anche inconsapevole, della grande rivoluzione che dopo la sua morte porterà alla nascita del madrigale, e da quella all’opera». Il maestro Walter Testolin, cantore e direttore di coro vicentino, è tra i massimi conoscitori dell’opera di Josquin Desprez, il musicista fiammingo scomparso 500 anni fa, il 27 agosto 1521, nel nord della Francia, e così ne ricorda i motivi della fama.

Maestro Walter Testolin, ci racconti a grandi linee la formazione di Josquin Desprez e le sue esperienze di cantore e compositore prima del suo arrivo a Roma, dalla corte di Renato D’Angiò fino alla Cappella del cardinale milanese Ascanio Sforza…

Josquin nasce in un territorio conteso tra il Regno di Francia e il Ducato di Borgogna e la sua crescita avviene, come tutti i cantori dell’epoca, presso la cantoria di una chiesa, probabilmente di Cambrai, la Chiesa di Saint Géry. È da lì che poi lui inizia la sua carriera che avrà il suo primo vero impiego ad Aix–en–Provence, nella Corte appunto di Renato D’Angiò. In quegli anni inizia a evolvere il suo stile, che lo porterà forse poi anche a passare attraverso la corte di Luigi xi e poi, appunto, ad attirare l’attenzione del cardinale Ascanio Sforza, del quale sarà poi un “familiare”, da un certo punto di vista, sarà veramente un elemento portante della sua corte. Forse il più prestigioso degli artisti della corte di Ascanio.

A proposito del periodo milanese, su cosa fonda la sua tesi che il musico ritratto da Leonardo da Vinci oggi nella Pinacoteca Ambrosiana di Milano, sia proprio Josquin?

La mia ipotesi che quello possa essere Josquin, è legata al fatto che nella pergamena che il musico tiene in mano compaiono 6 lettere appena visibili e sono la «j», la «o», la «s», la «q», la «i» e la «n», cioè si legge «Josqin». La cosa è molto delicata, nel senso che la lunghezza della scritta è inferiore al centimetro e l’altezza è di poco superiore al mezzo centimetro. veramente una cosa minuscola. Però purtroppo la pergamena aveva subìto durante i restauri di inizio Novecento dei pesanti interventi che hanno cancellato diverse parti, ma con un certo tipo di osservazione queste lettere in qualche modo emergono. Poi che sia lui o che non sia lui è un altro discorso. Io resto convinto che quell’uomo sia lui, anche perché probabilmente usciranno altre testimonianze che confermano che quell’uomo, quel cantore, era presente anche a Roma negli anni successivi.

Ci parli ora dell’arrivo di Josquin a Roma con la corte del cardinale Sforza, nel palazzo De Cupis, in Piazza Navona…

Le prime tracce di Josquin in Italia risalgono ai primi mesi del 1484, nelle quali lui si dice familiaris et continuum commensalis di un cardinale. Non lo nomina, però pochi mesi dopo sarà a tutti gli effetti nella corte di Ascanio. Dunque pensiamo che già da allora lui sia a Roma con Ascanio nel palazzo De Cupis che è dall’agosto del 1484 la residenza romana di Ascanio Sforza. E in questa residenza risiedeva tutta la corte di Ascanio: i musicisti, i poeti, tutti.

Quando arriva a Roma, il Papa è Innocenzo viii . Cosa si sa dei rapporti del musicista con questo Pontefice, che lo vuole anche cantore nella Cappella musicale pontificia Sistina?

Josquin diventa cantore papale nel 1489, appunto con Innocenzo viii , e immediatamente viene inserito nel ristretto novero di quei musicisti che non erano soltanto cantori, ma anche compositori papali. In quegli anni lui comincia a comporre alcune delle sue opere più importanti: tra tutte la Messa L’homme armé super voces musicales, che probabilmente viene scritta proprio qui, o comunque concepita qui. Una Messa straordinaria da diversi punti di vista soprattutto perché segnerà una linea di demarcazione nello stile in cui si scrive musica sul tema dell’Homme armé, che era un tema che da più di 30 anni investiva la pratica musicale dei grandi compositori. Con questa Messa Josquin dà una lettura completamente diversa, forse la prima messa che possiamo considerare totalmente umanistica di Josquin.

In cosa consiste, fondamentalmente, la grandezza di Josquin?

Diciamo che Josquin è un musicista che opera una svolta radicale nella storia della musica, una delle grandi svolte. E come spesso succede nelle grandi svolte, forse inconscia. Perché Josquin è il primo musicista che mette innanzitutto il significato della parola cantata davanti a tutte le altre cose. Lui fa sì che la musica possa essere la risposta armonica ai significati dei testi, che spesso sono Testi sacri, ma non solo, anche nelle chansons. C’è questo totale coesistere della parola e della musica nella sua opera, che fa sì che poi lui, inconsciamente, anche quasi senza volerlo, sia un po’ il motore della grande rivoluzione che accadrà un paio di generazioni dopo la sua morte in Italia, e che vedrà la nascita del madrigale. Che sarà poi quella musica dalla quale nascerà l’opera. Però il primo a smuovere questo rapporto, a crearlo, a concretizzarlo, sarà lui. È quello che fa sì che musica e testo diventino una cosa unica.

Viene anche riconosciuta la sua capacità di espressività anche drammatica, la capacità di esprimere i sentimenti…

Assolutamente sì, ed è proprio perché lui riesce a far coincidere testo e musica che saprà esprimere compiutamente anche i sentimenti. Non a caso lui è considerato il primo grande umanista nella storia della musica, nel senso che la sua opera sembra prendere a cuore le sorti anche dell’uomo, esprimerne le sofferenze, le aspirazioni, le preghiere. Dare proprio l’idea che la musica, in qualche modo, può quasi tutto.

Di lui ha parlato anche Martin Lutero, suo contemporaneo, per dire che Josquin è padrone delle note, che hanno dovuto fare come vuole lui…

È una frase molto famosa di Lutero, che ci spiega come nella difficoltà della tecnica compositiva del contrappunto dell’epoca, difficoltà in cui spesso i compositori annaspavano, oppure erano costretti a scegliere una direzione esclusivamente tecnica, lui riuscisse a non trovarsi mai in difficoltà. Aveva una capacità quasi di previsione di dove sarebbe andata a finire una frase e di come intersecarla con le altre e far sì che tutto nella sua scrittura sembrasse semplice, sembrasse naturale. Che poi era uno degli ideali dell’uomo dell’epoca, cioè quello di tentare di imitare la natura e fare quello che la natura ci indica nella sua apparente semplicità. E lui in questo era maestro.

Che cosa si sa della sua morte, il 27 agosto del 1521?

Abbiamo un documento in cui lui dichiara di essere uno straniero a Condé, perché era cresciuto dall’altra parte del fiume, nei territori borgognoni ed era stato poi adottato dagli zii a Condé. Si sa che lascia tutto alla Collegiata, e si sa che vuole che la processione che passerà sotto sua finestra, mentre lui sta per morire, gli canti il suo Pater Noster. Questo è uno dei momenti in cui si sa di più di Josquin, perché ormai era diventato il grande nome di quella piccola località e ci ha lasciato appunto un testamento che, visto come è scritto il suo Pater Noster, che è un pezzo piuttosto toccante, ci aiuta a conoscere quello che poteva essere il suo carattere, che sappiamo probabilmente non essere stato molto tranquillo. Probabilmente era un uomo abbastanza energico e anche abbastanza sanguigno.

Con l’ensemble De Labirintho da lei creata, insieme alla Cappella musicale pontificia Sistina, celebrerete il cinquecentesimo anniversario della sua morte con un concerto. Quali brani avete scelto?

Noi abbiamo cercato intanto dei brani che potessero in qualche modo descrivere il percorso di Josquin ma che soprattutto avessero un legame diretto con Roma. A parte il Praeter rerum seriem che citavo prima, che riguarda il suo ultimo periodo, abbiamo scelto di cantare l’Illibata Dei virgo nutrix che è un mottetto in cui Josquin si firma. È una specie di autoritratto, nel senso che pone il suo nome come acrostico sui versi della prima parte. Abbiamo scelto anche includere delle parti della Missa Gaudeamus, Messa di straordinaria bellezza scritta a Roma e poi abbiamo scelto due mottetti che hanno un preciso riferimento alla Cappella Sistina. Uno è il Factum est autem, che descrive la scena del battesimo di Cristo tratta dal Vangelo di Luca. L’idea è quella di eseguirla sotto l’affresco di Perugino che descrive la stessa scena, e poi questo enorme mottetto, il Liber generationis Jesu Cristi, la genealogia di Cristo che è l’iniziò del Vangelo secondo Matteo, che ha la caratteristica di essere completamente rappresentata all’interno della Cappella Sistina da Michelangelo. Sono i nomi, potremmo dire, dei parenti di Cristo da Abramo fino a Giuseppe che Josquin ha messo in musica e che Michelangelo, pochissimi anni dopo, ha dipinto nelle lunette della Sistina.

di Alessandro Di Bussolo