Tifando per chi è nato senza braccia a Kabul

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23 agosto 2021

Sei atleti — una donna e cinque uomini, originari di Siria (tre), Burundi, Iran e Afghanistan — compongono il Team dei rifugiati alle Paralimpiadi che si svolgono a Tokyo da martedì 24 agosto a domenica 5 settembre.

«La squadra paralimpica dei rifugiati rappresenta 82 milioni di persone che sono state costrette a fuggire da guerre, persecuzioni, violazioni dei diritti e povertà: di queste, 12 milioni hanno una disabilità» spiega Andrew Parsons, presidente del Comitato paralimpico internazionale che, da anni, collabora con il Pontificio Consiglio della cultura e Athletica Vaticana «per promuovere un cambiamento di mentalità di fronte alla disabilità, anche con lo sport».

A Rio de Janeiro nel 2016 i rifugiati in gara erano due: il siriano Ibrahim Al Hussein e l’iraniano Shahrad Nasajpour. Entrambi sono anche a Tokyo. Ecco le storie dei sei atleti del Team dei rifugiati.

Abbas Karimi

Abbas Karimi è nato senza braccia a Kabul. E «quando si nasce disabili in Afghanistan si è considerati senza speranza» dice, ricordando «di essere stato bullizzato: reagivo con violenza, ho avuto un’infanzia molto arrabbiata e senza lo sport non so che brutta fine avrei fatto».

A 12 anni Abbas si è dato al kickboxing. «Era un modo per difendermi e sfogare la rabbia». Poi «l’incontro con l’acqua» che gli ha cambiato la vita. «Ero spaventato, senza braccia temevo di affogare. Avercela fatta mi ha dato fiducia e da quel giorno il nuoto è la mia oasi di felicità!».

Con i piedi Abbas fa tutto, mangia, scrive e guida anche la macchina: «Credo che Dio mi abbia preso le braccia... “per sbaglio”, ma mi ha dato un talento straordinario nei piedi».

Poi la fuga da Kabul: «C’era un clima di paura. La gente della mia tribù, gli Hazara, è un bersaglio dei talebani. Eravamo sempre in pericolo, così a 16 anni sono scappato in Iran e poi ho iniziato un viaggio straziante di tre giorni attraverso le montagne fino in Turchia. I contrabbandieri mi misero su un camion affollatissimo. Poi ho dovuto camminare per chilometri, con la paura di essere catturato. Un viaggio impossibile per tutti, figuriamoci per un ragazzo senza braccia. Ma ero determinato, volevo una nuova vita. Ce l’ho fatta!».

In Turchia, tra il 2013 e il 2016, Abbas ha vissuto in quattro diversi campi profughi. Riuscendo persino a nuotare e vincendo gare. Nel settembre 2015 Mike Ives, un allenatore statunitense, ha visto il video di una gara di Abbas su Facebook e lo ha invitato a Portland. L’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati ha reso possibile il “sogno”.

Abbas ora si allena con Marty Hendrick, a Fort Lauderdale, in Florida. E rilancia: «Quando morirò, voglio che la gente sappia che Abbas Karimi, senza braccia, non ha mai rinunciato ai suoi sogni. Sì, nuotando posso fare qualcosa persino io per cambiare il mondo!».

Ibrahim Al Hussein

Stava scappando verso un domani migliore Ibrahim — nato nel 1988 a Deir al Zor, in Siria — quando un cecchino ha colpito un suo amico. «Era a terra e gridava aiuto» racconta. «Sapevo che se fossi andato ad aiutarlo avrei potuto essere colpito. Ma poi non mi sarei mai perdonato di averlo lasciarlo in mezzo alla strada». Pochi secondi e una bomba esplode accanto a Ibrahim. «Ho perso la parte inferiore della gamba destra e ho avuto danni anche alla sinistra. Mi ha soccorso un dentista...».

Ibrahim — ottimo nuotatore, suo padre aveva vinto in vasca 2 argenti ai campionati asiatici — non si è rassegnato. Era il 2012. Ha raggiunto Istanbul e lì ha trovato persone generose che gli hanno procurato «una protesi precaria, ma meglio di nulla: dovevo ripararla ogni 300 metri». Poi la notte del 27 febbraio 2014 — «la data di inizio della mia seconda vita» — ha attraversato l’Egeo su un gommone fino all’isola di Samos. «Paura? In realtà non avevo niente da perdere». Lì ha trovato altre persone generose che lo hanno accompagnato ad Atene. «Un medico, Angelos Chronopoulos, mi ha donato una vera protesi. Io non avevo un soldo in tasca. Con la protesi ho trovato lavoro, pulivo i bagni alla stazione degli autobus, e ho ripreso anche a fare sport».

Ma non finisce qui. Nell’ottobre 2015 Ibrahim inizia ad allenarsi «addirittura nella piscina delle Olimpiadi e Paralimpiadi di Atene 2004!». La sua antica abilità di nuotatore torna rapidamente... a galla ed ecco le prime vittorie. E «l’incredibile invito a partecipare, come rifugiato, alle Paralimpiadi di Rio de Janeiro del 2016».

Oggi Ibrahim lavora ad Atene come artigiano di souvenir. Ma c’è un cosa che tiene a dire più di ogni altra: «Abbiamo un detto in Siria: fai del bene e gettalo nell’oceano... un giorno ti tornerà indietro. Quell’amico che aiutai per strada non solo è sopravvissuto, ma ora ha tre figli. E se per aiutarlo ho perso la gamba... la vita mi ha restituito tanto in generosità da persone che non conoscevo».

Parfait Hakizimana

«A Tokyo avrò un tifo speciale: i miei 60.000 compagni del campo profughi di Mahama in Rwanda». A parlare è Parfait Hakizimana, classe 1988, che sarà in gara nel taekwondo. «Sono fuggito dal mio Burundi perché avevo molta paura di essere ucciso come mia madre» racconta. Era il 1996 «e nell’attacco al campo di sfollati dove vivevo venne uccisa mia mamma e io, avevo appena 8 anni, rimasi gravemente ferito al braccio sinistro che non ho mai potuto pienamente recuperare». Disabile «di guerra», dunque.

Ma proprio lo sport, confida, lo ha aiutato anche a migliorare la funzionalità del braccio. Aveva 16 anni quando ha iniziato a praticare il taekwondo. E a 22 anni ha aperto pure una scuola. Esperienza spezzata dalla violenza che, nel 2015, lo ha costretto a lasciare il Burundi per rifugiarsi in Rwanda.

Oggi Parfait insegna taekwondo a 150 persone (bambini compresi) nel campo profughi di Mahama. «I rifugiati non hanno più nulla, a volte neppure una piccola speranza, ma lo sport li aiuta a dimenticare i problemi e a intravederla, quella speranza». Il suo obiettivo è tornare in Burundi — con la moglie e la figlia — e aprire nella sua terra una palestra per insegnare taekwondo «dando così attraverso lo sport una possibilità, anche piccola, ai più giovani, perché non finiscano stritolati nella spirale delle violenze».

Alia Issa

Alia Issa, di origine siriana, ha 20 anni e le idee chiare: «A Tokyo voglio mostrare alle giovani donne con disabilità, e in particolare alle donne rifugiate, che lo sport può aprire un mondo di possibilità». Suo padre Mohament ha lasciato la Siria per la Grecia nel 1996 alla ricerca di una vita migliore per la famiglia: «Ha lavorato tanto, fino a quando ha risparmiato abbastanza soldi per farsi raggiungere dalla famiglia. E io, la quinta figlia, sono nata in Grecia nel 2001».

«Avevo quattro anni quando ho contratto il vaiolo e sono stata ricoverata in ospedale» racconta Alia. «Ho avuto danni cerebrali che mi hanno costretto sulla sedia a rotelle con gravi problemi, anche a parlare». E quando Alia è potuta andare a scuola si è aggiunto un altro problema: il bullismo, l’esclusione.

Tra la morte del padre e le condizioni economiche precarie, è stato proprio lo sport a darle una possibilità per la passione di Michalis Nikopoulos, insegnante di educazione fisica. E così Alia è diventata una lanciatrice: pratica il club throw, l’equivalente paralimpico del lancio del martello. Con un sogno: diventare medico.

Anas Al Khalifa

Anas Al Khalifa è nato nel 1993 a Hama, in Siria. La guerra, nel 2001, ha disperso la sua famiglia e Anas si è ritrovato in un campo di sfollati al confine con la Turchia. L’avventuroso viaggio per la Germania è durato un anno. Poi l’incidente proprio quando le cose sembravano andare per il verso giusto: il 7 dicembre 2018 stava montando pannelli solari ma è scivolato precipitando a terra. Diagnosi infausta: lesione spinale che ha significato operazioni, ricoveri, riabilitazioni.

Il suo sogno di una “vita migliore” sembrava finito, «ma è arrivato lo sport a salvarmi» racconta. «Mi hanno suggerito la canoa ed ecco che ho incontrato Ognyana Dusheva, bronzo alle Olimpiadi di Seoul nel 1988 per la Bulgaria. Non sapevo cosa fosse il kayak e soprattutto non avevo fiducia in me stesso. Oggi quando remo non percepisco più la mia disabilità e la mia forza di volontà fa il resto».

Solo la notizia della morte del fratello — ucciso in uno scontro a fuoco in Siria — ha rischiato di allontanarlo dallo sport. «Ma anche per mio fratello, per tutti coloro che sono disperati nei campi profughi, continuerò con la canoa: se ce l’ha fatta un profugo con la schiena paralizzata... possono farcela tutti!».

Shahrad Nasajpour

Shahrad Nasajpour è stato tra i primi a credere che un Team di rifugiati potesse partecipare alle Paralimpiadi. Tanto che è riuscito a prendere parte, proprio all’ultimo momento, ai Giochi di Rio de Janeiro 2016. «Ho scritto montagne di mail, imperterrito, a tutti senza farmi abbattere dai no!» racconta. «E l’ho fatto non avendo nulla in mano, presentandomi come un uomo — nato con una paralisi cerebrale — appena arrivato, era il 2015, negli Stati Uniti dall'Iran in cerca di asilo e di una vita migliore».

In Iran, dice, aveva iniziato a praticare qualche sport, soprattutto il ping-pong. «La paralisi cerebrale dà molte limitazioni di mobilità» spiega. Poi era passato ai lanci nell’atletica. Lasciato l’Iran tra mille problemi, aveva ripreso a fare sport a Buffalo. «Quando sono entrato nello stadio di Rio con la bandiera del Comitato paralimpico — racconta — mi passavano per la mente tutte le difficoltà che avevo superato nella mia vita ed era chiaro che non ero lì, a Rio, solo per me stesso ma per tutte le donne e gli uomini con disabilità e con la vita complicate».

Dopo Rio, Shahrad ha completato gli studi universitari con la laurea in politica di gestione pubblica all’università dell’Arizona. Recentemente è stato ammesso alla George Washington University: «Voglio aiutare le persone con disabilità e rifugiate a trovare una strada nella vita anche con lo sport, devo restituire tutto il bene che ho ricevuto».

di Giampaolo Mattei