Dal 19 agosto aperto al pubblico il Fellini Museum di Rimini

Luce inedita allo sguardo degli ultimi

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21 agosto 2021

Il Fellini Museum di Rimini aperto al pubblico dal 19 agosto è un luogo davvero speciale. Non solo per ciò che ha rappresentato Federico Fellini per il cinema e la cultura italiana, ma anche e soprattutto per l’impianto museale.

Infatti, anche il Museo, come Fellini era solito fare, sembra sparigliare le carte, per offrire al visitatore qualcosa di inaudito e fortemente immaginativo. Grazie a uno straordinario lavoro di team capeggiato da Lumière & Co di Milano (con Anteo, Studio Azzurro, Marco Bertozzi, Anna Villari, Federico Bassi, per il progetto e la realizzazione dei contenuti multimediali) e coordinato da Orazio Carpenzano (per il progetto delle architetture e degli allestimenti) con Tommaso Pallaria, Alessandra Di Giacomo, Studio Dismisura e tanti altri, l’autore riminese a 101 anni dalla nascita torna così nella sua città natale. E la città tutta è coinvolta: il Museo si dispiega su una parte importante del centro storico, in un percorso che unisce il cinema Fulgor, la Rocca malatestiana e la grande “piazza dei sogni” che li collega.

Anzitutto la visita al Museo non offre solo una collezione di disegni, costumi, sceneggiature, lettere originali, spartiti musicali ma rappresenta un viaggio fra esperienze multimediali diverse, in una interattività capace di utilizzare la più recente tecnologia digitale. Nel quattrocentesco Castel Sismondo si è immersi in una macchina ad alta densità immaginativa che coinvolge profondamente il visitatore/spettatore: Studio Azzurro, con i curatori Marco Bertozzi (Università Iuav di Venezia) e Anna Villari (Università Uninettuno), compone un percorso nel segno della visionarietà che si snoda fra Rimini e Roma, tra Marcello Mastroianni e Giulietta Masina, tra il Libro dei sogni e le indimenticabili note di Nino Rota.

Entrando nella magica “Sala delle altalene” si viene coinvolti in un intreccio fluttuante di visioni, tra le opere di Federico Fellini e cinegiornali, documentari, materiali d’epoca; emerge con evidenza il rapporto con la storia del Novecento: una ininterrotta vibrazione iconica con cui l’opera del regista racconta la complessità della società italiana, sollevandone aspetti dell’inconscio profondo, in una sfrenata passione per aspetti arcaici, sottaciuti, non normalizzati, lontani dalla macchina mitologica della modernità. In questo senso Fellini rappresenta un testimone fondamentale del Paese in cambiamento, un catalizzatore delle tendenze in atto, laddove alto e basso s’inseguono e si riflettono in una incredibile germinazione mediale.

Ancora, nella “Sala delle professioni” emerge quel cerchio appassionato di vicinanze e amicizie fondamentali per la realizzazione dei suoi film: l’appartenenza di Fellini a una comunità di artisti, artigiani, attori, professionisti emerge da una serie di laici confessionali attivati dallo spettatore stesso; un afflato denso di evocazioni, in cui affiorano scie figurative in grado di evocare l’idea di bottega, l’autorità del principe-produttore, la persistenza delle immagini del passato. Insomma, l’idea del grande cinema quale arte inscritta nell’Italia del Novecento ma nutrita di poderosi germi a lei antecedenti.

Vicinanze e amicizie tra le quali va ricordato in particolare padre Nazareno Taddei. Molto è stato scritto sulla vicenda legata al gesuita e alla sua recensione positiva nei confronti del film La dolce vita (1960), opera che invece fu classificata come “Sconsigliata dal Centro Cattolico cinematografico. Una sequela di polemiche e di contrapposizioni che vide intervenire ben sei volte «L’Osservatore Romano» e che costò anche il licenziamento di Mario Verdone da «Il Quotidiano» perché anche lui (come Taddei) “lodò La dolce vita”. Nel 2005 proprio a padre Taddei fu consegnato da parte dell’arcivescovo Francesco Cacucci, presidente della Commissione comunicazione e cultura della Cei, una sorta di atto di riconciliazione — come lo ha definito lo stesso gesuita — con la Chiesa cattolica. Le sue parole: «Con questo premio è stato fatto crollare un muro di incomprensioni e di diffidenze che c’era tra due Enti dedicati allo stesso scopo, nello stesso nome di Cristo che non potevano collaborare… uno dell’autorità ecclesiastica, l’Ente dello spettacolo, e l’altro dell’autorità religiosa, almeno dalla Compagnia di Gesù».

Altro spazio di rilievo del Fellini Museum è la “Sala del Libro dei sogni”: grazie al delicato soffio su una piuma posta all’altezza dello sguardo del visitatore si attivano una serie di schermate video che conducono all’interno del grande libro d’artista. Le pagine del Libro dei sogni magicamente appaiono sulla parete e permettono al visitatore di addentrarsi, come gigantografie, nei disegni e nella scrittura onirica del regista. Si fa esperienza così delle sue paure e dei suoi desideri.

Un’installazione ironicamente fuori scala — la Sognante, una assopita Anitona che osserva brani rallentati de La dolce vita — e i monitor con le moltissime lettere e le fotografie inviate a Fellini da migliaia di persone desiderose di una particina, rende la visita a Castel Sismondo ricca di suggestioni e supera decisamente l’idea di Museo come luogo di memorabilia legate ad un nostalgico “fellinismo”.

Inoltre, l’idea di apertura e di futuro la si coglie bene raggiungendo l’altro polo del Museo, Palazzo Valloni, alla base del quale sta lo storico Cinema Fulgor, recentemente restaurato dallo scenografo-costumista premio Oscar Dante Ferretti (in uno stile liberty-hollywoodiano che richiama i fasti del secolo del cinema). Federico Fellini, ci ricorda la storia, vide qui il suo primo film, Maciste all’inferno (1926), seduto sulle ginocchia del padre. E sempre qui il maestro visionario riminese iniziò la sua carriera di vignettista e umorista, disegnando locandine e caricature di divi hollywoodiani e amici d’infanzia.

Nei piani superiori del palazzo, infine, si scopre un luogo capace di attivare ulteriori evocazioni, attraverso installazioni come “La casa del mago” o “La stanza delle parole”, ma soprattutto originali percorsi didattici e di ricerca — grazie all’utilizzo delle “moviole cittadine” — nonché di consultazione dei materiali acquisiti in passato dalla storica Fondazione Federico Fellini.

Insomma, un Museo e un impegno della città di Rimini che suona come una grande responsabilità a 101 anni dalla nascita del regista e quasi 30 dalla sua morte. E una grande opportunità per l’intero Paese e la cultura italiana. Proprio Papa Francesco in una recente intervista ha dichiarato: «Fellini ha saputo donare una luce inedita allo sguardo sugli ultimi. In quel film [La strada (1954)] il racconto sugli ultimi è esemplare ed è un invito a preservare il loro prezioso sguardo sulla realtà. Penso alle parole che il Matto rivolge a Gelsomina: “Tu sassolino, hai un senso in questa vita”. È un discorso profondamente intriso di richiami evangelici».

di Dario E. Viganò