Zona franca Alla Lateranense un percorso teologico innovativo

La sfida dell’indifferenza religiosa

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19 agosto 2021

La domanda che il Vangelo ci pone come compito, con le parole di Gesù, è chiara: quando il Figlio dell’uomo tornerà, troverà la fede sulla terra? La teologia è chiamata a sensibilizzare sulla necessità di una fede adulta e pensata, che sappia rispondere alle sfide del suo tempo. Papa Francesco, in un discorso alla Curia romana del 21 dicembre 2019, constatava che «non siamo più gli unici che producono cultura, né i primi, né i più ascoltati […] Non siamo più in un regime di cristianità perché la fede — specialmente in Europa, ma pure in gran parte dell’Occidente — non costituisce più un presupposto ovvio del vivere comune, anzi spesso viene perfino negata, derisa, emarginata e ridicolizzata».

Occorre «pensare la fede nel contesto contemporaneo, per vincere il virus dell’indifferenza religiosa»: in questo modo Giuseppe Lorizio, coordinatore della specializzazione in Teologia fondamentale e del diploma e licenza in Teologia interconfessionale, caratterizza le proposte di durata biennale attive alla Pontificia università Lateranense. Il paragone instaurato con il tempo pandemico ci ricorda che abbiamo bisogno di laboratori, in cui studiosi dediti alla causa della ricerca possano elaborare un vaccino, che per la teologia implica il non chiudersi nelle sue attività accademiche, sondando le sfide che vengono dalla città quotidianamente abitata dal popolo di Dio.

La teologia è chiamata a mettersi in strada per uscire e curare le ferite dell’umanità sofferente che vive tante volte senza un orizzonte di senso e di vita. Questa “vocazione” appartiene alla teologia fondamentale che per natura si colloca in una condizione liminare e di confine, preoccupata di mettersi in ascolto — come nell’esperienza di Paolo all’areopago di Atene — delle domande dell’uomo del nostro tempo per rendere credibilmente ragione della speranza, di quel motivo dotato di senso che fa della fede il centro e la forma della vita. Abitare “teologicamente” il nostro contesto risulterà dall’equilibrio di un modello “kerigmatico-kairologico” che se da un lato riflette speculativamente sul fondamento della fede (cercato nella rivelazione di Dio, nel suo compimento escatologico in Gesù Cristo, crocifisso e risorto, che effonde la pienezza dello Spirito Santo nella storia degli uomini così che divenga storia della salvezza) dall’altro non manca di preoccuparsi di tradurre credibilmente e di rendere efficacemente tale rivelazione la «stella di orientamento dell’uomo».

Queste indicazioni implementate da Lorizio nella specializzazione in Teologia fondamentale «servono a offrire quegli approfondimenti per cercare di cogliere dentro alla nostra cultura i semi della fede cristiana ossia i segni del Verbo nei segni del tempo». Il confronto, inevitabile ma proficuo, sarà con i saperi “altri” dalla fede cioè «attraverso la filosofia, l’arte, la musica, la fantascienza e la tecnologia» di modo che si acquisiscano «contenuti e motivazioni per sostenere il confronto sulla fede con i non credenti o con i diversamente credenti», avendo sempre l’accortezza di operare con «un metodo per leggere le differenze in modo sinfonico, investendo sul dialogo, come Papa Francesco invita a fare».

Il tema dell’indifferenza religiosa non tocca solo l’ambito fondamentale della teologia, come riflessione propria dei circoli cattolici, ma si apre a quello di più ampio respiro interconfessionale, nella misura in cui si percepisce la necessità di affrontare insieme ai fratelli di altre denominazioni cristiane la riflessione sulla comune esperienza di persone che vivono ignare di Gesù Cristo, del Vangelo e della Chiesa.

Il problema è sentito da molti studenti che sottolineano quanto «è interessante che ogni modulo della licenza presenti una triplice presenza di insegnanti». Il biennio interconfessionale, infatti, prevede la docenza multipla con una presenza cattolico romana, una evangelico protestante e una orientale nelle diverse appartenenze dell’ortodossia.

Lorizio ribadisce che «“interconfessionale” non è sinonimo di “aconfessionale”, piuttosto sta a indicare la pluralità di forme “confessanti”, attraverso le quali si presenta oggi il cristianesimo». Dunque nella didattica non si tratta di adottare «una sorta di comparativismo parallelo, in vista dell’ecumenismo tendente a un’unità quale quella del primo millennio, che risulterebbe improponibile, quanto a una “comunione ecumenica”, come suggerisce il documento Dal conflitto alla comunione».

L’esito raggiunto da questa teologia, che diviene esperienziale attraverso momenti comuni di preghiera, è testimoniato dalla pastora valdese Hiltrud Stahlberger-Vogel: «In un mondo che ha la tendenza a escludere ciò che è estraneo alla propria ragion d’essere, studiare insieme la teologia interconfessionale dà un modello di inclusione e convivenza pacifica», mentre il professor Ivan Ivanov, docente proveniente dall’università di Sofia afferma che «sulla base dei principi evangelici di pace, amore e rispetto reciproco tra insegnanti e studenti nasce non solo una riflessione teorica comune sulle grandi sfide che riguardano il  futuro dei credenti delle varie confessioni, ma anche un’azione caritatevole, immediata e pratica».

di Marco Staffolani