Per conciliare libertà e ordine sociale

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21 luglio 2021

Le due grandi rivoluzioni della modernità, quella americana e quella francese, hanno posto con vigore nella storia del pensiero e nella prassi politica la questione della conciliazione fra libertà e ordine sociale. Certo nei secoli non sono mancate risposte anche contraddittorie da parte dei grandi movimenti filosofici e delle diverse correnti politiche che ad essi si ispiravano. Neppure il cattolicesimo, a sua volta naturalmente variegato al proprio interno, si è sottratto alla sfida di elaborare teorie e modelli intorno a questo problema.

Dalle declinazioni reazionarie del principe di Metternich e dei suoi epigoni, nostalgici dell’alleanza tra trono e altare, a quelle ben più aperte al riconoscimento del pluralismo sociale, come recepito con coraggio dal concilio Vaticano ii , molte sono le figure e i momenti che hanno animato questo dibattito. Fino ad arrivare ai giorni nostri, quando le sfide portate dal governo delle minacce terroristiche e della pandemia globale hanno riproposto il dilemma fra libertà e ordine all’interno delle stesse società democratiche, minacciate dalla compressione dei diritti su base securitaria o neopaternalista come dalla diffusione di istanze libertarie a volte cieche rispetto alla visione antropologica cristiana.

Il nuovo lavoro di Flavio Felice, Popolarismo liberale. Le parole e i concetti (Brescia, Scholé-Morcelliana 2021, pagine 158, euro 13) affronta di petto tali temi, sostenendo che la libertà «come precondizione della democrazia e del vivere civile degno dell’essere umano» debba considerarsi «non la figlia, bensì la madre dell’ordine», un’intuizione del laicissimo Proudhon che l’autore coniuga, tra le altre, attraverso la sociologia di Tocqueville, la filosofia personalista di Sergio Cotta, la teologia di Michael Novak e le argomentazioni neoistituzionaliste di scienziati sociali come Daron Acemoglu e J.A. Robinson.

Nel destreggiarsi fra fonti teoriche apparentemente eterogenee, Felice, ordinario di Storia delle dottrine politiche presso l’Università del Molise, presidente del Centro studi Tocqueville-Acton e noto ai lettori di questo giornale, rinviene tuttavia un nucleo di ragionamento unitario e fecondo di sviluppi nei campi della politica, dell’economia, dell’ecologia, di cui egli sa dare conto nelle tre parti che compongono il breve ma denso volume.

Felice non è nuovo nei suoi studi a ragionare intorno ai limiti della politica sulla base di una visione poliarchica e non sintetica delle forme sociali, in cui cioè la politica è una sfera tra le altre (cultura, economia, religione, ecc.) ordinate al bene comune, e allo stesso modo nessuna di esse può coltivare la pretesa di una superiorità gerarchica sulle altre.

Ne consegue, ad esempio, che mercato e società civile non siano concepibili come entità alternative, giacché il civile «è la galassia nella quale troviamo sia il mercato che lo Stato, ciascuno con le proprie rispettive funzioni (...) come espressioni concrete di un processo storico nel quadro di una molteplicità di relazioni».

Questa posizione, manifestamente debitrice dell’antropologia sociale di Luigi Sturzo, da cui recepisce la categoria fondante di popolarismo in antitesi con qualsiasi populismo ostile alle istituzioni e in definitiva alle stesse regole del gioco democratico, reclama piena cittadinanza nel dibattito contemporaneo.

E, allo stesso tempo, denuncia l’arbitrarietà e la labilità teorica di tutti quei tentativi, esperiti anche all’interno dello humus culturale cattolico, di soffocare l’istanza liberale di separazione dei poteri e delle funzioni sociali sotto il manto accattivante ma inconsistente di una via “propria” ed autoreferenziale nella politica come nell’economia.

di Maurizio Serio