La salute non si compra

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16 luglio 2021

Qui siamo in Italia, prima si cura e poi si vede chi paga» disse il cardiologo impossessandosi del paziente che quasi implorava di non toccarlo: «No assicurazione, no soldi, nessuno paga» stava protestando vivacemente l’accompagnatore del marittimo indiamo fatto sbarcare sotto infarto al porto di Carrara e portato al pronto soccorso con una bottiglia d’acqua calda stretta al petto.

Non toccatelo, non ha denaro. Un ometto piccino, sulla quarantina, era arrivato lì, solo con la sua vita in pericolo e una bottiglia dell’acqua calda sul cuore che scoppiava.

Il cardiologo, che aveva appena ordinato il trasferimento in sala operatoria, scansò bruscamente l’accompagnatore dicendogli, categorico e definitivo: «Qui siamo in Italia». Qui il portafoglio non è necessario per essere un paziente. Basta la bottiglia dell’acqua calda.

L’episodio, che fece sfiorare due mondi paralleli — quello della sanità pubblica, gratuita e universale garantito dall’articolo 32 della Costituzione italiana (nonché da un valoroso cardiologo) e quello delle cure che hanno un prezzo in quanto bene di consumo — risale ad un numero sufficiente di anni fa perché anche in Italia qualcosa sia cambiato. Non nel principio ma nella sua amministrazione.

Non per legiferazione ma per erosione, anche in Italia curarsi è diventato progressivamente un pensiero per chi ha meno denaro ed assomma questo al progressivo indebolirsi di reti di protezione ed emancipazione umana (istruzione, pensione, stabilità lavorativa, anch’esse portato della Costituzione del ‘48). I tagli alla sanità, negli anni e con differenze fra regioni e regioni (sovrane in materia dalla riforma costituzionale del 2001), hanno portato alla chiusura di storici ospedali, alla riduzione di fatto del personale e dei posti letto, a liste di attesa interminabili, ad un rapporto cittadino-istituzione spesso burocratizzato e monetizzato.

Per fare un esempio, l’accesso gratuito al pronto soccorso richiede, in diverse regioni, una sorta di autodiagnosi preventiva a cura del paziente. Se avrai avuto ragione nel giudicare i tuoi dolori come sintomi gravi, non pagherai. Se ti verrà assegnato il codice bianco del paziente non urgente dovrai pagare. E per sempre più persone 50 euro di ticket sono troppi per rischiare la lotteria dei sintomi.

Non siamo certo agli abissi dell’infartuato insolvente convinto che anche in Italia, come a casa sua, la vita dipenda da un’ assicurazione. Ma i segnali dal servizio sanitario pubblico italiano, istituito per legge nel 1978, diventano tanti.

Un formidabile stress test, poi, è stato, ed è, il Covid. In un documento del maggio scorso un gruppo di universitari di 5 atenei italiani, avanzando le sue proposte sull’uso dei fondi europei confluiti nel piano di ripresa e resilienza, dice che la pandemia «ha aumentato il divario sociale nella mortalità». Hanno sofferto, e sono morti, e muoiono, di più i fragili, i disabili, gli impoveriti sociali, quelli che vedono assottigliarsi anno dopo anno le reti di protezione e che, vivendo peggio, hanno malattie croniche.

Il Ssn (Sistema sanitario nazionale) sta reggendo. Ma, invertendo una tendenza consolidata da anni, le «diseguaglianze nella mortalità», dice il documento, sono tornate a dividere in due gli italiani. Stando al Piano di ripresa e resilienza (Pnrr) questi italiani fragili sono il 40% della popolazione. Quattro su dieci.

Che l’accesso universale e gratuito alla sanità pubblica sia una via maestra alla stabilità sociale come alla lotta alla pandemia attuale, il Covid lo ha dimostrato ampiamente. L’India, che dichiara 500.000 morti (ma che ne avrebbe almeno il doppio, dicono gli osservatori ricordando i giorni dei cadaveri gettati nel Gange per esaurimento della legna per bruciarli), non garantisce l’accesso pubblico, gratuito ed universale ai non solventi.

Così la prima, terribile, ondata ha spazzato via centinaia di migliaia delle persone dei ceti più umili, prive di ogni assistenza, morte soffocate fin sui marciapiedi. Ha segato la base della piramide sociale ed ha suscitato l’illusione di essersi fermata lì.

Invece, dopo una tregua nei contagi che ha riportato folle oceaniche nei mega stadi del cricket (uno, il più grande stadio del mondo, fresco di inaugurazione, porta il nome dell’attuale primo ministro Modi) è arrivato lo tsunami che sta cancellando anche la nuova classe media, facendo ripiombare i sopravvissuti in fondo alla scala sociale e alla base della piramide.

E che il problema sia l’accesso universale ad un sistema sanitario garantito dal patto sociale fra cittadini uguali (anche davanti alla mortalità, per riprendere il documento degli accademici italiani) lo dimostra l’esempio della grande democrazia statunitense. Negli Usa, dove L’Affordable Care Act del 2010 è riuscito a fare un primo, fondamentale, passo verso l’uguaglianza per 30 milioni di cittadini (9% del totale dei residenti), i morti da Covid sono stati circa mezzo milione. La vaccinazione gratuita di massa voluta dall’amministrazione ha arginato i contagi e fermato l’onda; che però, ora, sta riprendend, sottolineando l’urgenza di strategie comuni e non profit per non disperdere i benefici della campagna vaccinale universale e gratuita.

Il modello italiano, ispirato dalla Costituzione del ‘48, considera profeticamente l’accesso gratuito alle cure come un diritto individuale che è nell’interesse della collettività. Il Pnrr si prepara a investire 20 miliardi per riportarlo, oltre che ai principi, al suo ruolo di collante sociale ed arma di difesa collettiva. E la chiave del successo è: gratuità. L’omino della bottiglia dell’acqua calda, per inciso, uscì dall’ospedale «con le su’ gambe», dice il cardiologo toscano. In petto un by pass. Comprato senza denaro.

di Chiara Graziani