Massimo e Giovanni, storia di un padre e un figlio e di una lettera sorprendente come l’amore

Caro papà, te lo scrivo
con il cuore

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15 luglio 2021

Massimo è un uomo buono. Di quelli che basta che li vedi e subito dici “È un uomo buono”. Ma che si arrabbiano se glielo dici. È naturalmente padre. Non so come fosse da giovane, ma sono pronto a scommettere che già da adolescente avesse sviluppato quel mix di autorevolezza e tenerezza che è l’icona della figura del padre.

Come ogni buon padre ha impresso su di sé il sigillo della giustizia. Quella praticata e quella trasmessa. Massimo è sposato con Anna, donna mite dal viso luminoso. Hanno tre figli, due ragazze e un ragazzo, Giovanni. Giovanni è la copia del padre: si assomigliano fisicamente ma soprattutto caratterialmente, stesso imprinting. E quando padre e figlio sono uguali un po’ di baruffa c’è sempre; i diversi tendono a complementarsi, gli uguali a competere. Comunque piccoli scontri che rientrano nell’ordinario di ogni buona famiglia.

Massimo è un piccolo imprenditore, con qualche sforzo riesce però a garantire una vita dignitosa alla famiglia. Ma, come si diceva, ha uno spiccato senso della giustizia, e questo non è proprio un vantaggio competitivo nel mondo duro, a tratti cannibalesco del business. È anche un uomo pieno di energia, che insieme al senso di giustizia, lo portano ad iniziare un percorso di volontariato. Incontra don Luigi Di Liegro, che lo attira con sé in quello straordinario esperimento di solidarietà che, a metà Anni ’80, è la casa famiglia della Caritas per malati di Aids a Villa Glori, una collinetta di verde dentro i Parioli, il quartiere chic di Roma. In quel tempo l’Aids è una peste che colpisce soprattutto giovani tossicodipendenti, non ci sono ancora i farmaci retrovirali: di Aids si muore rapidamente e spesso è una morte atroce.

A Villa Glori ne vengono in tanti e in tanti se ne volano in cielo. «Ho perso il conto, ma credo di aver fatto almeno 800 funerali», racconta padre Angelo Vitali, l’esuberante prete di strada che, reclutato da Di Liegro, per vent’anni ne è stato il cappellano.

Massimo si appassiona alla realtà, e allo stile coraggioso di don Luigi, e appena il lavoro glielo consente corre a Villa Glori a svolgere il suo volontariato. Che non è tanto un volontariato del fare, quanto dell’essere: bisogna stare vicini, ascoltare, tenere la mano a queste vite spezzate. Per Massimo la motivazione è semplice: vede i suoi ragazzi crescere sani e belli dentro e fuori, e sente come il bisogno di pagare un riscatto in favore di quei ragazzi che non hanno avuto la buona sorte dei suoi figli.

Intanto le cose sul lavoro cominciano ad andare male, le nuove tecnologie richiedono cospicui investimenti, la competizione si fa feroce, e a un certo punto Massimo deve arrendersi e chiudere l’attività per non essere sommerso dai debiti. È un momento nero per lui e la sua famiglia. Ma anche in questo nuovo contesto lui non smette di andare a Villa Glori, anzi ora ha più tempo, e frequentare quel mondo di disgrazie lo aiuta a relativizzare la sua.

È don Luigi Di Liegro a trasformare la negatività in opportunità e propone a Massimo di far diventare il suo apprezzato volontariato in un vero e proprio lavoro, e gli affida poi la responsabilità della gestione della struttura Caritas di Villa Glori. È una struttura fortemente voluta da don Luigi, malgrado le vivaci opposizioni degli abitanti del quartiere. Ventisette ragazzi vi alloggiano, ricevendo assistenza, cure e soprattutto amore. «Qui dentro ci sono le storie più disparate — racconta Massimo — ma tutte hanno in comune una sola cosa: non sono stati, o non hanno percepito di essere amati».

E Massimo ne riversa tanto di amore su quei ragazzi. Dio lo ha voluto padre, e lui per questi ragazzi non è il direttore della casa, ma il padre. Tutti si rapportano a lui come a un padre. Molti di loro un padre non lo hanno mai avuto. Fa tenerezza vedere questi uomini maturi fuori, ma bambini dentro, spaventosi fuori e paurosi dentro, mettersi in fila la mattina per avere da Massimo una pacca sulla spalla, una parola d’incoraggiamento, una ragione per vivere, per non arrendersi.

Così Massimo si ritrova padre di trenta figli, di cui ventisette un po’ difficili che hanno bisogno di più attenzioni degli altri tre. I nuovi farmaci cronicizzano la malattia e allungano la vita. Ma soprattutto in quelle due casette di legno sulla collina dei Parioli le vite si riscattano, trasfigurano. Il Tabor diviene l’icona di quella collina: a tutti è dato possibile cambiare, trasfigurare.

Sono anni eroici per la casa famiglia di Villa Glori e anche per la vita di Massimo, anch’essa trasfigurata. Non ci sono orari, non ci sono limiti, è un’immersione totale in quella realtà che ha il solo svantaggio di penalizzare un po’ il dialogo e l’accompagnamento degli “altri” tre figli proprio negli anni in cui divengono adulti. E Massimo un po’ questa cosa la soffre suscitandogli un latente senso di colpa.

La scomparsa prematura di don Luigi rende il senso di responsabilità degli operatori della Caritas necessariamente più presente. Per Massimo è la perdita anche di un amico, un punto di riferimento certo della sua vita.

Poi c’è però un ulteriore capovolgimento di scena. Terribile, drammatico. Giovanni, il figlio amato, col quale Massimo si cerca e spesso non si trova, un giorno si ammala. Il verdetto non lascia scampo. Ed è un percorso durissimo, per lui e per chi gli sta intorno. Alla fine Giovanni si arrende e vola via. Per lui una “liberazione”, per Massimo e Anna l’inizio di una nuova e pesante tribolazione.

Il dolore è terribile. Niente, non ci riescono. Non riescono proprio ad uscirne fuori. Hanno voglia gli psicologi a parlare di elaborazione del lutto. Ma che ne sanno loro… Non c’è ora, che quel nome, quel viso, quella voce, non siano davanti agli occhi di Massimo. Paradossalmente ora trascorre molto più tempo con Giovanni che prima, quando prevaleva quel discorrere spesso frettoloso e distratto. E questo è il problema centrale, la ragione della mancata metabolizzazione del dolore di Massimo è un senso di colpa che lo affligge.

«Avrei dovuto fare di più, avremmo dovuto parlare di più, non avremmo dovuto avere tanti pudori, non l’ho aiutato abbastanza». È un dilemma insormontabile, di livello pari al dolore che arreca. L’unico terapeuta che funziona è la fede. Quella di Massimo è solida, robusta, ma la sua preghiera non funziona: «Signore fammi incontrare di nuovo Giovanni, presto, il prima possibile». No, non va bene così.

Poi ha un’intuizione che almeno allevia un po’ il dramma: un anno sabbatico speso insieme ad Anna in un’altra casa famiglia per mamme malate di Aids, questa volta non ai Parioli, ma in Mozambico, a Mafuiane. Quella che viene chiamata “Villa Glori 2”, perché da Roma è nata e viene sostenuta.

E lì Massimo si scopre di nuovo padre, questa volta di tanti bimbetti africani dai grandi occhi bianchi. È una bella esperienza, che mette da parte per qualche mese non il ricordo di Giovanni, ma almeno il dolore più acuto. Non è però questa l’esperienza che risolve, perché al fondo rimane sempre quel maledetto senso di colpa, quella domanda assillante: «Sono stato un buon padre per Giovanni? Avrei potuto aiutarlo di più?»

Fino a quando... 19 marzo. San Giuseppe. Festa del papà. «Torno a casa un po’ più tardi quella sera. Anzi — rammenta Massimo — a dirla tutta non mi va proprio di stare a casa quella sera. Sono nero, arrabbiato, la festa del papà mi sembra un insulto che il mondo felice mi rivolge. Beato san Giuseppe, che non ha fatto in tempo a vedere il figlio morire in croce. E povera la mia dolce Anna che prega mattina e sera quell’icona di Maria addolorata sotto la Croce e dice “Solo lei mi può capire…”. Giro dentro questa casa come un leone in gabbia... Vado nel ripostiglio e trovo una scatola. Ora che ci ripenso, veramente non so perché sono andato in ripostiglio e perché ho aperto quella scatola. In effetti non stavo cercando nulla. Apro la scatola e ho un tuffo al cuore… tremo come una foglia. C’è una lettera. La calligrafia la riconosco subito. È la sua. Quella ormai tremolante degli ultimi tempi. Ma io quella lettera non l’ho mai letta. Non me l’ha mai data. Forse non ha fatto in tempo…

Leggo: “Caro Papà, lo so che ti sembra strano ma sono io, Giovanni, a scrivere questa lettera. Tu ogni volta che questa famiglia andava incontro a qualche guaio ti sei fatto sempre ricadere la colpa addosso, ma forse non ti sei accorto di tutto quello che di buono hai fatto, potrei elencartelo ma ci vorrebbe un diario intero… Ma ti sei mai fermato a pensare a quello che hai costruito? Nonostante tutto hai sempre creduto ai tuoi ideali… dall’affidamento di Daniel, quindi 6 in famiglia, al volontariato, fino ad oggi che sei diventato una pedina fondamentale per la Caritas di Roma. Tutto questo perché? Perché sei un fallito? O perché hai una forza dentro da poter fare andare d’accordo il mondo intero? Caro papà te lo dico con tutto il cuore, qui se c’è un vincitore quello sei tu”».

La risposta che Massimo disperatamente cercava. Sembra una favola. “Ecco tuo figlio”.

di Roberto Cetera