Nel «deserto» della malattia. E del lockdown da covid-19

Il coraggio di togliersi
la parrucca

cq5dam.thumbnail.cropped.500.281.jpeg
14 luglio 2021

«Ero ad Amatrice nel 2017, avevo vissuto lì per un anno per seguire le vicende di chi aveva perso tutto a causa del terremoto. Tornata a Roma da una trasferta, durante un controllo di routine, mi fu diagnosticato un tumore alle ovaie». Inizia con questa dolorosa scoperta la testimonianza di Isabella Di Chio, condivisa durante l’incontro per la celebrazione della Giornata mondiale del malato della diocesi di Roma. Giornalista Rai dal 2001, scrittrice e membro del Centro volontari della sofferenza, associazione fondata da monsignor Luigi Novarese, ripercorre col suo racconto l’esperienza della sofferenza e della fede che l’ha aiutata ad affrontare la malattia. «All’improvviso mi sono ritrovata, dalle dirette del Tg della Rai al decimo piano dell’ospedale Agostino Gemelli — ricorda —. Sono stata operata il 16 ottobre del 2017, dal professore Giovanni Scambia che avevo intervistato per lavoro diversi anni prima». Inevitabilmente «da un momento all’altro la mia vita è completamente cambiata. Ho affrontato un’operazione di oltre 9 ore, poi la chemioterapia, stravolgendo completamente la mia esistenza».

Nel lungo periodo del ricovero, dall’intervento alle terapie successive, «non mi sono mai sentita sola perché è come se in quel momento, all’interno della mia vita fossero ritornate tutte quelle persone che avevano avuto un ruolo fondamentale: la mia famiglia, ma anche tanti amici, sacerdoti e suore, tutte le persone che insieme a me hanno vissuto 24 pellegrinaggi a Lourdes, come dama del Centro volontari della sofferenza. Mi sono tornate alla mente le esperienze di tutti gli ammalati che avevo accompagnato nel Santuario mariano dei Pirenei. Mi sono resa conto che quello stravolgimento che vivevo era in condivisione con tante persone che erano accanto a me e soprattutto accanto al Signore».

La riscoperta della forza della preghiera, per Isabella, è stata fondamentale: «Ricordo che Madre Teresa diceva che il suo segreto più semplice era la preghiera. Di quelle lacrime e di quella paura io ne ho fatto preghiera. Quindi ho affrontato la chemio, la caduta dei capelli. Io conduco il Tg: per un giornalista tv l’aspetto fisico, volente o nolente, ha un ruolo importante. E quindi mi sono ritrovata spoglia di tutti quegli orpelli, senza tutte quelle luci. Ma mi sono sentita sollevata da una grande fede». Nei momenti più duri della prova, la giornalista riferisce di essersi «resa conto che ho avuto tanti “cirenei” che con me hanno portato questa croce e mi hanno aiutato. Tanti sacerdoti e suore che conosco, mi hanno aiutato a non fermarmi al Venerdì Santo. È quella la tentazione, rimanere al dolore che annienta qualsiasi cosa. Mi hanno aiutato a intravedere e poi a vedere quella luce della domenica di Pasqua». Poi, il ritorno pian piano alla normalità: «Ho ripreso il mio percorso. La Tac era negativa, le analisi anche e ho ricondotto il Tg, per la prima volta con la mia parrucca, poi il giorno dell’anniversario della mia operazione l’ho tolta, la parrucca. E ho condotto con i miei capelli appena nati. Sono tornata ad Amatrice, a Lourdes con mia mamma e lì abbiamo portato tutte quelle lacrime che la notte di dicembre del 2017, quando i capelli iniziarono a cadere, avevamo messo in un Rosario».

Una notte indimenticabile in cui il Signore attraverso la Vergine Maria ha fatto sentire la sua consolazione: «Non so perché ma le cose più importanti accadono di notte. Quella notte non riuscivo a dormire per i dolori, mi svegliai e svegliai mia mamma perché mi ero resa conto che sul cuscino cominciavano a cadere i primi capelli. Ricordo che mia mamma mi disse, dopo avermi preparato una doppia camomilla, “adesso recitiamo il Rosario come lo recitiamo la sera a Lourdes”. Generalmente quando si svolge il servizio con gli ammalati si ha pochissimo tempo per sé, il momento più bello è quando la sera ci si reca alla Grotta e si recita il Rosario. Quella notte noi a Roma abbiamo anche immaginato di sentire il rumore di quelle onde del Gave che davanti alla Grotta sono un po’ più sommesse».

Nelle sue parole, l’emozione di poter ritornare in pellegrinaggio a Lourdes: «Nella preghiera, tornando alla Grotta di Massabielle dopo quasi un anno, con mia mamma abbiamo portato le nostre lacrime che erano diventate anche lacrime di gioia». Rientrata a lavoro nel maggio del 2018, «ho ripreso la mia vita normale ringraziando il Signore di tutto quello che ricevevo, perché quella era la gioia più grande. Ha stravolto la mia vita e allo stesso tempo mi ha donato tanto». Il tempo della prova, però, non era finito: «Nel dicembre 2019, qualche minuto prima del telegiornale delle 14, sulla mia casella di posta elettronica è arrivato l’esito dei marcatori di controllo, e i marcatori erano di nuovo alti, molto alti. Una Tac d’urgenza al Gemelli conferma purtroppo che il male era di nuovo tornato, sono stata operata d’urgenza il 23 dicembre di quell’anno e ho lasciato l’ospedale qualche giorno dopo perché l’operazione era stata solo esplorativa, bisognava ricominciare la chemio e poi la biopsia ha confermato che si trattava di una recidiva. Le prime due chemio ormai le conoscevo. In quei momenti la paura è stata tanta, è stato soprattutto uno sconvolgimento profondo».

Dalla crescente consapevolezza della vulnerabilità e della paura, fino all’abbandono fiducioso: «Mi sono sentita guidata e, in quel momento, ho detto: Signore, mi fido di te e a te mi affido e sono sicura che mi aiuterai».

In piena pandemia, durante il lockdown Isabella si sottopone alla terza chemioterapia in una condizione di solitudine: «È stata una prova anche più grande. Mi mancava la possibilità di incontrare le persone, di pregare, di andare a Messa, di ricevere l’Eucaristia». La memoria offriva ricordi e spunti di consolazione: «Mi tornavano in mente le belle esperienze di servizio, come volontaria presso la mensa Caritas, impegno che condivido con la mia famiglia, i campi scuola con i ragazzi quando eravamo piccoli, i pellegrinaggi a Lourdes, come se questo vissuto fosse diventato imperante nella mia vita donandomi la forza di andare avanti».

Proprio nel periodo più duro della prova, «spogliata di qualsiasi cosa, ho sperimentato che è lì che il Signore ha davvero trasformato il lamento in danza, è lì che ho constatato come quell’incontro può cambiare la vita». Nel deserto della malattia e della convalescenza, «il Signore non ci chiede di fare cose enormi, ma di fare quello che possiamo», come «pregare per le persone in difficoltà, telefonare alle persone sole e anziane, raccontare semplicemente quello che stavo vivendo». Un’esperienza che non si è fermata alla condivisione del dolore, ma è andata oltre, fino «alla condivisione della certezza che l’incontro con Cristo cambia la vita e permette di affrontare, con serenità e fiducia, anche una grande sofferenza come questa».

di Walter Insero