Sud Africa nella bufera

Morti, guerriglia e saccheggi

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13 luglio 2021

È stato come un cerino in una polveriera. Le proteste dei sostenitori dell’ex presidente del Sud Africa, Jacob Zuma, condannato a 15 mesi di carcere che lui non vuole scontare, si susseguivano dal giorno dell’arresto, venerdì scorso.

Il clima, da allora, si è fatto sempre più acceso fino a quando, complice l’esasperazione per la disoccupazione dilagante e le restrizioni per la pandemia da covid, il vaso è traboccato.

Se le violenze erano iniziate nella regione natale di Zuma il KwaZulu-Natal (o Kzn), presto si sono allargate fino a Johannesburg. Assalti ai negozi, ai centri commerciali, saccheggi, furti: la polizia ha dovuto fronteggiare l’eterno ritorno dell’assalto ai forni, usuale in tempi di carestia e malattia. A Pietermaritzburg, capoluogo del Kzn, tutto è partito da un centro commerciale dal quale, ad un certo punto, sono scaturite fiamme sul tetto. Il segnale.

Da Durban a Johannesburg negozi e shopping mall sono stati presi d’assalto in un crescendo alimentato dalla possibilità dei saccheggi, dove la prima ondata dei forti si portava dietro la seconda ondata dei raccoglitori di briciole, donne, anziani, ragazzini. Un fine settimana d’inferno. La polizia ha sparato con proiettili di gomma. Un fotografo dell’agenzia France Presse è stato il primo a segnalare un cadavere in strada a Johannesburg. Non è arrivata una conferma specifica ma da lì è partita la conta delle vittime degli scontri.

In un primo momento si è detto che i morti fossero sei. Poi dieci, ventisei. Al momento i cui scriviamo il bilancio non ufficiale è di 32 morti, tra i quali un quindicenne colpito al petto da un proiettile di gomma. E gli osservatori sul posto avvertono che la situazione non dà segni di rallentamento.

Il presidente, Cyril Ramaphosa, ha messo in campo l’esercito per cercare di riprendere il controllo del territorio. E la preoccupazione è tale da averlo indotto a rivolgersi direttamente al Paese con un video messaggio dai toni drammatici: «Parte del nostro Paese — ha detto — affronta giorni e notti di violenza, distruzioni di proprietà e saccheggi praticamente senza precedenti nella storia della nostra democrazia. Noi — ha sottolineato Ramaphosa — non siamo così». Un comunicato dell’esercito ha subito reso noto che il dispiegamento era stato avviato nelle province di Gauteng e KwaZulu-Natal, dove si sono concentrati i disordini. Una situazione di guerriglia alimentata da fame, insicurezza e pandemia che fa da sfondo al braccio di ferro fra l’ex capo di stato Zuma e la corte costituzionale. Zuma è stato condannato per avere disobbedito all’ingiunzione della corte costituzionale di collaborare in un’inchiesta di corruzione. Ha da sempre rifiutato di riconoscere il verdetto e, in un primo tempo, rifiutava anche di consegnarsi per l’esecuzione della pena.

L’arresto, infine, è arrivato venerdì scorso e Zuma, con i suoi avvocati, è tornato a chiedere l’annullamento della condanna. In una deposizione in videoconferenza ha invocato «evidenti errori» nel dispositivo ed impedimenti nella sua possibilità di difendersi. Ma i giudici costituzionali sembrano decisi a far valere per Zuma le decisioni della magistratura. Lo scontro, che ha dato margine al dilagare di un malcontento più profondo e generalizzato, non sembra destinato ad esaurirsi presto. Anche «i giorni e le notti» di paura e violenza, delle quali ha parlato Ramaphosa, sembrano destinati a prolungarsi.