Che mondo corre
La comunità Koinonia narrata da Genius vitae

Noi siamo quindi io sono

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12 luglio 2021

Nairobi, Lusaka e le montagne di Nuba. Kenya, Zambia e Sudan. Tre Paesi, una realtà comune: il benessere di pochi e la miseria di molti. Il rapporto dell’ O nu sullo sviluppo umano parla chiaro: l’aspettativa di vita in Zambia è di 63 anni e in Sudan il 39 per cento della popolazione è analfabeta. In Kenya, nel 2012, il 50 per cento della popolazione viveva al di sotto della soglia di povertà. Le baraccopoli, gli scontri sociali, le distanze ideologiche. In mezzo a tutto ciò, si nascondono gli occhi, stanchi e cupi, degli abitanti di luoghi disagiati e lontani. A tratti la carenza d’informazioni, a tratti la nebbia della retorica occidentale: questi Paesi sono troppo spesso dimenticati.

I numeri, per quanto utili, non sono mai in grado di descrivere pienamente la difficoltà della realtà. Meglio le parole: cullano le storie personali, profonde e indecifrabili. Proteggono i ricordi, esaltano le sfumature del linguaggio, esprimono i paradossi dell’esistenza.

Lo sa bene padre Renato “Kizito” Sesana, fondatore della comunità di Koinonia, un’organizzazione che promuove lo sviluppo umano e l’educazione dei bambini di strada africani emarginati. Nata nel 1980 a Lusaka, oggi è attiva anche a Nairobi e nelle montagne di Nuba. Koinonia è un mosaico composto da piccoli volti, colorato da larghi sorrisi, riempito di straordinari racconti. È il disegno dell’esperienza umana. Difficile e tortuosa, ma inestimabile e preziosa, resa nota grazie alla piattaforma Genius Vitae, l’iniziativa nata grazie alla Pontificia Accademia per la vita e all'Università Cattolica di Milano.

«Sono arrivato in Africa nel 1977 — spiega padre Kizito — inizialmente ero stato inviato in una zona rurale dello Zambia. Vivevamo in capanne costruite con paglia e fango. Visitavamo zone povere e facevamo formazione. Tuttavia, in quel contesto era difficile percepire la vera essenza della comunità: eravamo sì accanto alle persone, ma la missione era lontana dal centro delle attività. Non c’erano grandi possibilità di condivisione. Così, ho chiesto di fare un’esperienza a Lusaka: qui, nel 1980, è nata Koinonia. In italiano Koinonia significa fraternità. Negli Atti degli Apostoli (2, 42) questo termine è usato in riferimento al fare fraternità con i più poveri, le vedove e i bambini. Fin da subito, ho incentrato la mia attività sui giovani: promuovere il processo di formazione dei ragazzi, sensibilizzarli su tematiche sociali, formare dei leader. Ho sempre creduto nell’importanza del crescere insieme. Pochi anni dopo, sono stato chiamato a Nairobi per fondare il periodico comboniano “New People”. Con me ho portato anche la realtà di Koinonia. Ai giovani insegnavo a fare i giornalisti. Lì è avvenuto il primo incontro con i bambini di strada. Improvvisamente, ci siamo trovati circondati dai loro volti. Era impossibile non sentirsi coinvolti, non percepire il bisogno di fare qualcosa. Donarsi agli altri significa aprirsi, crescere, lasciare che lo spirito lavori dentro di sé. Solo in questo modo si aprono degli orizzonti inimmaginabili».

È così che nasce l’essenza di Koinonia. Le radici di una fraternità. La sua corteccia e i suoi rami. Come Amani, associazione fondata da Gian Marco Elia, che supporta Koinonia attraverso donazioni e volontari. Attrarre, istruire, donare. Processi indispensabili per aiutare certe strutture. Koinonia, nel corso degli anni si è trasformata: «Le nostre attività si concentrano sull’accoglienza ai bambini, sui media e la comunicazione, sui processi di formazione per la scuola secondaria. Dare formazione, professionale e umana. E dare lavoro per aiutare la crescita delle persone. Negli ultimi anni ci siamo posti altri due obiettivi: creare attività che generino profitto da reinvestire in opere sociali e dare lavoro ai nostri ragazzi. I risultati? La nascita di una guest house, due ristoranti e tre centri dedicati ai bambini di Nairobi. La comunità di Lusaka è oggi gestita da cinque ragazzi che sono cresciuti nella comunità sin da quando, bambini, sono stati riscattati dalla strada. Un ragazzo cresciuto con noi è, oggi, il presidente della Federazione delle radio comunitarie in Africa. Ciò che mi rende fiero è vedere come tutte le nostre attività siano gestite da persone locali. Se non ci fosse stato alcun soggetto locale interessato, certi progetti non sarebbero nati. Noi abbiamo visto realizzarsi questo processo di trasformazione. Questa onda di crescita, all’interno e all’esterno della comunità».

Le realtà locali. Svariate, radicate ma frammentate, spesso discordi. In questi territori ci sono grandi diversità sociali, etniche e culturali. Non solo tra i singoli Paesi, ma anche al loro interno. Questa storia insegna quanto sia importante non omologare i Paesi lontani e sconosciuti. Non conformare le diversità, ma rispettarle, conoscerle, apprezzarle. La lezione che se ne può ricavare è la seguente: «In primis, avvicinarsi agli altri senza pregiudizi. Questo è il passo più grande e difficile per noi occidentali, caratterizzati dal costante senso di superiorità nei confronti delle altre tradizioni. Poi, non giudicare. Ma fare domande. Chiedere perché. Si scopre un mondo. Ad esempio, in questi territori c’è un substrato culturale comune che si basa su due pilastri: l’esistenza di Dio e la relazione armonica con gli altri. Un teologo keniano diceva che nella cultura occidentale il pensiero fondante è il cogito ergo sum di Cartesio. Nella cultura africana, invece, il pensiero fondante è “noi siamo”, quindi “io sono”. L’individuo è, prima di tutto, una relazione con gli altri. L’uomo africano esiste solo se si sente in comunità».

Mi viene da pensare che la realtà di Koinonia, in mezzo a tutto ciò, si coniughi perfettamente. La crescita esiste perché esiste la relazione. Anzi, a volte la bellezza di un percorso consiste proprio nel trovare validi compagni di viaggio con cui condividerlo.

«Noi costruiamo comunità — sottolinea padre Kizito, — per me è questo il punto centrale di ogni cosa. A volte negli istituti missionari si fanno delle riflessioni sulla metodologia per arrivare meglio al prossimo e per rispettare la propria tradizione. Io sono convinto che il messaggio del Vangelo passi da persona a persona. Oggi ci potranno essere Zoom e WhatsApp, ma la metodologia missionaria è la metodologia di Gesù. Il contatto personale è discepolato. Lo stare insieme è il crescere insieme. Questo è ciò che mi ha portato a puntare tutte le mie forze su Koinonia».

Riguardo a cosa consiglierebbe a un giovane che vuole approcciarsi al mondo del volontariato, se iniziare da un’esperienza locale, calata nella propria quotidianità, o entrare subito in contatto con una realtà forte, lontana, capace di segnare la vita, padre Kizito spiega: «La gradualità non è una questione geografica. La gradualità è una questione dell’anima. S’impara, col tempo, a incontrare il prossimo. E più ci si apre agli altri, più si cresce. Io sono convinto che una persona abbia bisogno di maturare gradualmente nella propria identità. Se la maturazione è positiva, allora ci si può aprire verso altre culture. Insomma, se un ragazzo è maturo nella sua quotidianità, può andare ovunque nel mondo».

di Guglielmo Gallone