La testimonianza del vescovo di Manzini

La Chiesa punto
di riferimento essenziale

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10 luglio 2021

Volete conoscere davvero l’eSwatini? Allora cominciate con il procurarvi un’aggiornata cartina geografica del continente africano. E poi afferrate una buona lente d’ingrandimento: vi sarà molto utile, osservando a meridione, per individuare quello che crederete essere un puntino, ma in realtà è un vero e proprio Stato. Stretto tra due giganti, il Sud Africa ed il Mozambico, conta poco più di un milione di abitanti e va fiero di rappresentare l’ultima monarchia assoluta di tutta l’Africa. Il regno, grande meno della Lombardia e quasi quanto il Lazio, è governato saldamente dal re Mswati iii che nel 2018, in occasione del suo cinquantesimo compleanno, ha voluto mandare in soffitta il vecchio e glorioso nome nazionale: lo Swaziland. Trovare una notizia sull’eSwatini, fino a qualche giorno fa, era come cercare un ago in un pagliaio. I mezzi d’informazione internazionali erano attratti più dalle vicende politiche e sociali sudafricane o dalla crisi umanitaria ed alimentare del Mozambico. Qualcosa è cambiato la scorsa domenica 4 luglio quando, nel dopo Angelus, Papa Francesco ha voluto accendere i riflettori sul piccolo regno portando all’attenzione del mondo intero un fatto mai capitato prima d’ora tra i sudditi di Sua maestà: ingenti proteste di piazza, soprattutto dei giovani, per chiedere verità dopo l’uccisione, ancora poco chiara, di uno studente e reclamare più democrazia: «Dalla cara nazione di eSwatini — aveva detto il Pontefice — giungono notizie di tensioni e violenze. Invito coloro che detengono responsabilità e quanti manifestano le proprie aspirazioni per il futuro del Paese a uno sforzo comune per il dialogo, la riconciliazione e la composizione pacifica delle diverse posizioni». Chi può raccontare con affidabilità cosa stia realmente accadendo in questo Paese semisconosciuto al grande pubblico è José Luis Gerardo Ponce de León. Lui è il vescovo dell’unica diocesi cattolica di tutta la nazione: quella di Manzini, seconda città più importante dopo la capitale, Mbabane. Domenica, quando ha ascoltato le parole del Papa, è rimasto piacevolmente sorpreso, perché è raro che i fatti interni di eSwatini si impongano all’attenzione internazionale: «È stato — rivela — un momento di grande consolazione. Sapevo che il Papa già seguiva con preoccupazione la nostra situazione. Le sue parole sono state importanti e quando le ho condivise sul mio profilo Twitter in molti le hanno rilanciate». All’origine delle inedite proteste di piazza ci sarebbe l’assassinio di uno studente universitario trovato morto all’inizio dello scorso mese di maggio. Il sospetto che l’omicidio potesse essere collegato ad azioni di polizia ha messo in subbuglio soprattutto i giovani. «Immediatamente — è la ricostruzione del presule — sono scoppiate delle manifestazioni contro la presunta violenza della polizia. Il governo, in quel momento, ha deciso di iniziare ad indagare per far luce sulla vicenda». La Chiesa cattolica non è rimasta a guardare. Le autorità hanno chiesto ufficialmente al vescovo di affiancare gli inquirenti, in modo tale da garantire imparzialità e correttezza: «Hanno voluto che fossimo partecipi, per questo ho nominato un mio sacerdote come osservatore» rivela il presule. Ma ai giovani non è bastato. Hanno iniziato a raccogliere delle petizioni da consegnare ai membri del parlamento che, dopo qualche tempo, sono state fatte interrompere a causa dello scoppio di alcuni casi di violenza e dell’impennata dei contagi dovuti alla pandemia. Il vescovo di Manzini spiega che, forse, è stata proprio «questa decisione a provocare l’escalation di proteste. I giovani si sono sentiti privati di un modo con il quale esprimere il proprio dissenso». Oltre a chiedere giustizia per un ragazzo morto, le manifestazioni hanno anche l’obiettivo di ottenere cambiamenti politici e sociali: in sostanza più democrazia. «Ora — ammette monsignor Ponce de León — bisogna trovare un modo per discernere e capire quale sia la volontà del popolo e come realizzarla». Certamente, la Chiesa cattolica non vorrà essere esclusa da questo processo, ma diventare motore di un cambiamento che in molti considerano essere ormai necessario. Il tutto a dispetto dei numeri. Se si guardano le statistiche, infatti, la presenza dei cattolici nel Paese sfiora a malapena il 5 per cento contro una maggioranza di protestanti e una infinitesima minoranza di islamici ed indù. Allora, come si spiega tanta influenza? Una delle risposte si può trovare nel fatto che i cattolici stanno, da molto tempo, aiutando la popolazione a portare una croce pesantissima: il flagello dell’aids. L’eSwatini è la nazione che fa registrare il numero più alto di contagiati al mondo: almeno un abitante su tre ha contratto la sindrome da immunodeficienza acquisita. «C’è da dire — spiega il presule — che il governo garantisce le cure adeguate con gli antiretrovirali per la maggioranza dei malati. Il problema, però, è che la malattia sta lasciando la nazione con una percentuale altissima di orfani e bambini che si ritrovano con un solo genitore. La situazione sociale a livello familiare è molto difficile». Ecco, dunque, che la piccola Chiesa cattolica diventa un punto di riferimento essenziale, quasi imprescindibile, per quanti hanno bisogno di lavoro, di sostegno alimentare o solamente per pagare la retta della scuola secondaria. La filosofia dell’unico vescovo dell’unica diocesi cattolica di eSwatini è quella di essere padre per tutti, non solo per il piccolo gregge di fedeli che gli è stato affidato. Con un “esercito” di una trentina di sacerdoti, diciassette parrocchie e 120 comunità, il presule cerca di curare le ferite, camminare insieme costruendo ponti di dialogo, portare pace e riconciliazione. Un’attività pastorale intensa se si tiene conto anche della presenza capillare sul territorio di opere di carità senza eguali: «Qui c’è l’unico ospedale cattolico di tre nazioni africane: eSwatini, Sud Africa e Botswana. E poi dobbiamo anche contare sette cliniche, un ospizio nel quale vengono accolti e curati i malati di aids e sessanta scuole all’avanguardia che quest’anno sono state impegnate anche in un progetto digitale».

L’attenzione ai rifugiati è un’altra cifra distintiva della Chiesa di questo piccolo regno. Alcuni volontari della Caritas locale gestiscono un campo di rifugiati realizzato ai tempi della guerra in Mozambico e della segregazione razziale del Sud Africa. Oggi vi sono ospitate circa 400 famiglie provenienti dalla zona dei grandi laghi che, rischiando la vita, hanno attraversato mezzo continente per cercare pace e serenità. Il vescovo Ponce de León non ha dubbi: «I cattolici sono tenuti in grande considerazione pur essendo solo il 5 per cento perché davvero riescono ad amare tutti. Senza distinzione». Sintetizzando: non è questione di percentuali ma di cuore.

di Federico Piana