Celebrate nella basilica Vaticana dal cardinale segretario di Stato le esequie del nunzio Lebeaupin

Con generosità e capacità
di ascolto al servizio
del Papa e della Chiesa

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10 luglio 2021

«È stata tutta improntata a un servizio lieto e generoso al Papa e alla Chiesa» l’esistenza del nunzio apostolico Alain Paul Lebeaupin, consultore della sezione per i Rapporti con gli Stati della Segreteria di Stato, morto improvvisamente il 24 giugno scorso nel suo appartamento a Roma. A ricordarlo è stato il cardinale Pietro Parolin, segretario di Stato, che a mezzogiorno di ieri, venerdì 9 luglio, ne ha celebrato le esequie nella basilica Vaticana, all’altare della Cattedra.

Commentando all’omelia le letture liturgiche (At 10, 34-43; Sal 62; Mt 25, 1-13), il porporato si è soffermato in particolare sulla parabola delle dieci vergini proposta dalla pagina evangelica, per sottolineare che «amore e servizio sono stati l’unguento» con i quali l’arcivescovo francese «ha riempito la lampada della propria vita, per essere pronto all’incontro definitivo con il Signore».

Ripercorrendone poi l’itinerario biografico, Parolin ha spiegato che in un tempo di grandi incertezze e confusione, anche nella vita ecclesiale, come furono gli anni Settanta del secolo scorso, il giovane Alain Paul come allievo al Seminario francese di Roma e come sacerdote novello «amava venire a pregare in questa basilica» ogni giorno «per rinnovare la sua comunione» con i successori di Pietro, che «ha servito con zelo e assoluta fedeltà».

Dopo gli studi alla Pontificia Accademia ecclesiastica, ha proseguito il segretario di Stato, Lebeaupin nel 1979 era entrato nel servizio diplomatico della Santa Sede, inviato prima a New York alla Missione permanente presso le Nazioni Unite, poi nelle nunziature nella Repubblica Dominicana e in Mozambico. Nel 1989 era tornato a Roma per prestare servizio nella sezione per i Rapporti con gli Stati, dove si era occupato della Conferenza sulla sicurezza e la cooperazione in Europa (Csce), l’attuale Osce, fino a divenire incaricato d’affari ad interim alla nunziatura presso le allora Comunità europee. Appresa «l’arte della diplomazia da maestri» come Agostino Casaroli e Jean-Louis Tauran, esprimeva «profonda intelligenza e grande savoir-faire», divenendo «un diplomatico stimato e benvoluto in tutte le sedi nelle quali ha servito».

Nominato rappresentante pontificio il 7 dicembre 1998, era stato ordinato vescovo in San Pietro da Giovanni Paolo ii e inviato in Ecuador, poi in Kenya, per tornare a Bruxelles come nunzio apostolico presso l’Unione europea. Negli anni trascorsi nella capitale belga, ha spiegato il cardinale celebrante, monsignor Lebeaupin aveva «potuto approfondire la sua conoscenza e il suo amore per l’Europa e per le istituzioni sorte dalle ceneri della seconda Guerra mondiale, nelle quali vedeva una grande opportunità di pace. Amava citare il venerabile Robert Schuman, che, per primo, ebbe l’intuizione che l’Europa non dovesse essere più un terreno di contrapposizione, ma una casa in cui mettere in comune risorse e ingegno».

Certo, ha osservato Parolin, l’arcivescovo Lebeaupin vedeva anche «alcuni limiti realizzativi del progetto europeo, ma riteneva che i benefici fossero di gran lunga superiori», dando vita «in tale spirito, a un apprezzato dialogo diplomatico con le istituzioni europee» e rinsaldando «la comunione e l’amicizia che legano la Santa Sede alle Chiese particolari del continente».

Nel gennaio scorso, terminata la missione a Bruxelles, era tornato a Roma, «la città che più amava». Per lui infatti, ha rimarcato il segretario di Stato, essa «era la città del Papa e dunque dell’universalità della Chiesa». E sebbene nella vita quotidiana sentisse «le conseguenze dell’incidente avuto a pochi passi dalla sua abitazione romana nel 2012» — che negli ultimi anni ne compromise definitivamente la piena mobilità — tuttavia «nella Città eterna si sentiva ritornato a casa e si preparava a vivere con nuovo entusiasmo l’ultima fase della vita, definendo i contorni della nuova responsabilità che il Santo Padre gli aveva affidato» come consultore della Segreteria di Stato.

Infine Parolin ha concluso facendo notare come, prima che diplomatico, monsignor Lebeaupin sia «stato pastore, pronto ad ascoltare quanti bussavano alla sua porta e padre di coloro che gli erano affidati», mostrando cosa significhi «spendersi senza riserve e con amore a servizio della Chiesa».