L’epistemologia
complessa

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08 luglio 2021

La parola complessità, «è una parola la cui troppa pienezza ne fa una parola vuota. Più essa viene utilizzata, più il suo vuoto aumenta». Così Edgar Morin esordisce in uno dei suoi innumerevoli scritti per rilevare il significato filosofico, teoretico, scientifico ed epistemologico che egli attribuisce a questo termine di uso comune, termine che oggi, soprattutto grazie al nostro “pensatore planetario”, indica un nuovo “orizzonte di senso”.

Edgar Morin si è cimentato in un’impresa titanica, avente lo scopo, attraverso un percorso fatto di continue “peregrinazioni” tra i diversi ambiti disciplinari, di renderci partecipi di una comune consapevolezza: il “metodo” che noi figli della cultura occidentale utilizziamo per organizzare saperi e conoscenza ha generato una struttura mentale che lungi dall’essere un a priori è invece un “a posteriori evolutivo”. In conseguenza di ciò, è ormai di vitale importanza assumere finalmente consapevolezza del fatto che il metodo di conoscenza che applichiamo istintivamente, quindi in maniera del tutto irriflessa, ci induce pericolosamente a scambiare atti pratici come la riduzione, la separazione, la semplificazione, la decontestualizzazione, l’etichettamento o la quantificazione con atti teoretici, ovvero con atti di conoscenza.

Per dar conto di tutto questo, Morin ha elaborato una sintesi di quanto è emerso nella storia della Scienza e dell’Epistemologia dall’ 800 fino ad oggi, riuscendo ad integrare i contributi provenienti dai più svariati ambiti del sapere che hanno nutrito la pregnanza teoretico-epistemologica della Complessità, trasformando quest’ultima in una “parola chiave” da sostituire a tutte quelle “parole padrone” che troppe volte invece hanno depotenziato o addirittura accecato la nostra pars sapiens in nome di una “razionalità” che altro non era che “razionalizzazione”.

È proprio dalla razionalizzazione che Morin ci vuole mettere in guardia, dalle idee “demoniache”, di cui noi siamo artefici e vittime, che innescano quei processi di disattenzione selettiva, di rimozione, di normalizzazione, in cui egli stesso è incappato; processi generati dall’esigenza tutta umana di difendersi dalle angosce provocate dall’incertezza, che spingono ciascun individuo a ricercare “certezze”, “ordine”, “definitività”, tutto quanto possa evitare i dolorosi bagni di realtà nella concretezza della vita e possa far risparmiare la fatica dei ripensamenti e delle messe in discussione, fondamentale per mantenere costante la rigenerazione e per contrastare per quanto possibile l’inesorabile degenerazione.

All’interno dell’orizzonte di senso prodotto dalla razionalizzazione, la pars demens di ciascun individuo viene sacrificata sull’altare di una isolata pars sapiens che non ha nulla di umano, che non permette alla ragione di riconoscere i suoi stessi limiti e di cogliere la relazione dialettica e dialogica tra amore poesia e saggezza; la recisione di legami, relazioni e intrecci in nome di una semplicità che dovrebbe garantire quell’oggettività alla cui luce tutto può essere “spiegato”, non è altro che una mutilazione della realtà, che continua a generare approcci e atteggiamenti de-leteri.

Nell’introduzione ai volumi della sua più importante opera, La Méthode, Morin delinea il percorso per far fronte al declino causato dall’incapacità di gestire la “complessità” attraverso una vera e propria rivoluzione culturale. La stessa struttura dell’opera rispecchia il suo progetto di meta-pan-epistemologia, di un’epistemologia cioè che superi quella tradizionale, ma che anche la comprenda facendola dialogare con altri modi di organizzazione dei saperi.

L’obbiettivo polemico principale dell’opera moriniana è il metodo cartesiano «che sorge come Minerva armata da capo a piedi»; è il metodo che deve condurre all’idea chiara e distinta, ad una conoscenza certa e universale e soprattutto è il metodo che ha alimentato la “Scuola del lutto”, ovvero quelle istituzioni che si preoccupano di formare operai specializzati, convinti che conoscere alla perfezione un tassello del grande puzzle multidimensionale e in evoluzione quale è la realtà, li renda uomini interi in grado di dominare e manipolare lo spazio e il tempo.

Morin accende i riflettori sulla rivoluzione di tipo ontologico che ha sgretolato i “pilastri di certezza” su cui si fonda l’immagine della Natura tramandataci dalla scienza classica: il secondo principio della termodinamica, le geometrie non euclidee, la fisica quantistica, la deriva dei continenti, l’universo in espansione sono eventi che hanno messo in luce un mondo «tutt’altro che ragionevole, ordinato, adulto»; che sembra essere invece «ancora negli spasmi della genesi e già nelle convulsioni dell’agonia».

Dato che la natura della Natura a tutti i livelli si è rivelata sistemica, storica, dinamica, addirittura organismica, si è resa più che mai necessaria una rivoluzione epistemologica che Morin ha portato avanti grazie ai contributi di scienziati come Wiener, Von Foester, Prigogine, Maturana, Varela, Lovelock, grandi pensatori contemporanei che hanno fornito all’epistemologia complessa una messe di termini, adatti a cogliere ciò che emerge dall’interazione tra gli schemi di organizzazione e le strutture dei sistemi che costituiscono la realtà; che hanno permesso di sostituire il concetto di elemento semplice con quello di organizzazione autopoietica; il concetto di causalità lineare con quello di causalità ricorsiva; la visione gerarchico-piramidale con una visione reticolare.

L’immagine della rete autopoietica ha reso visibile e comprensibile il collegamento dell’uomo alla Natura e a tutti gli altri esseri viventi, facendogli acquisire quell’identità planetaria in base alla quale egli non solo è figlio insieme agli altri di un’unica Terra-Patria, ma è altresì appartenente ad un’unica “comunità di destino”.

Ecco quindi, siamo giunti all’ultima tappa della rivoluzione promossa da Edgar Morin, la rivoluzione che riguarda l’Etica, quella più significativa perché ci fa toccare con mano la necessità e l’urgenza di formarci e di attrezzarci adeguatamente per affrontare le nuove “sfide della complessità”. Da adesso il nostro obbiettivo principale non deve essere solo quello di regolare nella maniera più corretta possibile i rapporti tra gli uomini, ma quello di fare in modo che tutti gli esseri viventi possano continuare a rappresentare quella pluralità della vita che sola consente di mantener l’equilibrio “omeostatico” del nostro pianeta; equilibrio che finora ha permesso l’esistenza dei viventi e da cui dipende la possibilità di ogni vita futura. In questo senso la tradizionale antropoetica deve diventare ecoetica, fondata non su ipotetici contratti sociali tra esseri umani tra loro contemporanei, ma sulla consapevolezza di essere i soli responsabili, in quanto esseri presenti e coscienti, della possibilità di un futuro per tutti gli altri viventi.

di Annamaria Anselmo